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Articoli filtrati per data: Monday, 24 Dicembre 2018

Sabato 22 dicembre un presidio regionale a Modena ha rilanciato la battaglia contro l'apertura del Centro di Permanenza e Rimpatrio (CPR) voluto da Salvini in Emilia-Romagna. Una vera e propria barbarie, un lager etnico per migranti finalizzato ad agire però su tutti e tutte in termini di possibilità per le lotte politiche nel senso del meticciato e dell'antagonismo sociale. Qui un breve report del presidio pubblicato sulla pagina @Mai più Lager - Né in Emilia Romagna né Altrove.

Una rottura del silenzio e del normale svolgimento dello shopping natalizio del centro della città, per dare voce all'antirazzismo di classe.

 

Questo il senso della giornata di lotta di ieri a Modena contro la riapertura del CPR, il lager per migranti voluto da Salvini.

Il presidio antirazzista messo in atto nel centro cittadino ha visto partecipazione da numerose città della regione dietro lo slogan: “Mai più Lager né in Emilia Romagna né altrove".

Si è gridato un determinato No al lager per migranti che Salvini promette di aprire entro giugno in città. Una promessa quella del nuovo ministro dell’interno alla quale rispondere senza esitazioni.

È necessario opporsi contro una struttura che di fatto altro non è che un luogo di reclusione su base etnica e un'arma di ricatto a vantaggio di speculatori e sfruttatori.

In una regione profondamente infiltrata da interessi malavitosi che vanno a combaciare perfettamente col tessuto produttivo del territorio, è chiaro come l’apertura di questo nuovo lager insieme al ddl sicurezza siano unicamente un'arma per tentare di impaurire e fiaccare le esperienze di lotta e gli scioperi che negli ultimi anni hanno messo i bastoni fra le ruote, riconquistandosi maggiori diritti e dignità.

Come visto ai cancelli di Italpizza, solo la lotta e il contrastare i ricatti permette di ribaltare la paura e di andare all'attacco.

Con questo spirito il presidio si è concluso, riprendendosi la via Emilia in corteo e rilanciando il proseguimento della mobilitazione all'anno a venire.

Non è che l’inizio…

 

 

 

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Siamo tornati in Francia, dove da un mese a questa parte un movimento nato da una petizione on-line contro l’aumento del prezzo del carburante si è presto diffuso su tutto il territorio, andando ben oltre nelle rivendicazioni e dimostrando di essere in grado di dare filo da torcere all’ipotesi governativa macroniana. Abbiamo deciso di spostarci per qualche giorno tra la Drome e l'Ardeche, in una zona peri–urbana, scarsamente connessa al trasporto pubblico e dove l’uso della macchina è indispensabile, scegliendo quello specifico delle realtà piccole o piccolissime di provincia come contesto in cui andare a toccare con mano e capire qualcosa del movimento dei Gilets Jaunes. Dopo settimane in cui il movimento dei gilet è stato guardato di traverso negli ambienti di estrema sinistra nostrani, le fiamme di Parigi sembrano aver risvegliato l'attenzione, addirittura l'entusiasmo, di molti. Ci pare, però, sempre con uno sguardo assai superificiale: o troppo schiacciato sulle dinamiche della "politica politicata" e i suoi equilibri, nonostante questa sfera si presenti quanto mai aliena a chi scende in piazza mettendo il gilet, o con un tipico fascino dell'estetico, molto sensibile al gesto e poco alle soggettività che si perdono nella retorica della "confusione" che presidierebbe il movimento. Eppure, ascoltare con curiosità e soprattutto prendere le persone sul serio ci continua a sembrare l'attitudine corretta per capire le istanze che questa rivolta continua a porci e chiederci di approfondire. Questo reportage vuole essere un contributo in questo senso.

VOREPPE

E’ ormai mercoledì sera quando arriviamo a Voreppe, un paese di circa 10.000 abitanti non molto distante da Grenoble. Decidiamo di andare a bere una birra e mangiare un boccone per approfittare di un posto al caldo in cui sederci a organizzare l’itinerario dei blocchi da raggiungere il giorno successivo. Poco prima che decidessimo di ritirarci due uomini al bancone, attirati dal nostro italiano, si avvicinano chiedendoci cosa ci facessimo a Voreppe.

La nostra risposta - siamo partiti perché ci piacerebbe conoscere più da vicino la mobilitazione dei gilet gialli – li colpisce positivamente. La primissima impressione che abbiamo avuto è che ci fosse voglia e bisogno di raccontarsi, di parlare di sé e della propria esperienza all’interno delle mobilitazioni. Un’impressione che si è riconfermata nella facilità con cui, di lì a poco, ci saremmo approcciati alle persone incontrate ad ogni tappa del nostro viaggio.

Jean, un uomo di 48 anni che di mestiere fa l’artigiano, ci racconta orgogliosamente di essere un Gilet Jaune e nel frattempo sfodera il telefonino per mostrarci una foto di lui con il fratello e il nipote al blocco della settimana precedente, qualche attimo prima che la polizia li sgomberasse violentemente. “Questo weekend ci sarà un altro blocco, durante il fine settimana non lavoro quindi sicuramente ci sarò. E’ strano da spiegare, la sensazione che ho è che più frequento il blocco più ho voglia di passare lì il mio tempo e sento il bisogno di andare”. Riappoggiamo le giacche sulle sedie e cominciamo a chiacchierare con Jean e Alì, un uomo di origine magrebina coetaneo di Jean che lavora in un’azienda che si occupa di manutenzione di frigoriferi. Anche Alì attraversa le dimensioni di blocco quando non lavora, decide di raccontarci come ne è venuto a conoscenza e perché ha deciso di prendere parte ai momenti di mobilitazione: “Qui in paese il passaparola ha funzionato molto per tante persone. Io ad esempio ho degli amici che conoscono bene quelli che avevano organizzato il primo blocco, il 17 novembre. Qui al bar e in generale in paese, è da settimane che si parla di Gilets Jaunes. Tra una chiacchierata e l’altra mi sono reso conto che la mobilitazione non riguardava solo la questione della carbon tax e che è importante partecipare attivamente ai momenti di blocco per cercare di cambiare le cose”. “Ha ragione” lo interrompe Jean “Negli ultimi anni i prezzi si sono alzati tantissimo. Qui a Voreppe tante piccole attività sono state costrette a chiudere. Pensa che una volta con 200 franchi si poteva uscire a fare festa, ora qui in paese tutti abbiamo problemi di soldi!” “Esatto” conclude Alì guardando il bicchiere di birra: “Questa non è vita, possiamo dire che si sopravvive. È per questo che in tanti abbiamo deciso di partecipare”.

Mentre ascoltiamo Jean e Alì, sullo schermo del televisore a muro del bar scorrono le immagini dell’attentato di Strasburgo del 11/11. Jean indica lo schermo e ci dice che secondo lui “è tutto un diversivo, i media e il governo cercano di distogliere le attenzioni della gente dalla mobilitazione. Ma non hanno capito, sabato non ci fermiamo mica!”. Una voce femminile alle nostre spalle interrompe quella dello zelante telecronista intento a sviolinare sulle capacità di gestione del momento di Presidente della Repubblica e Ministro degli Interni e a congratularsi sull’operato delle forze di polizia. E’ quella della barista, sulla trentina, che dice la sua su Macron: “E’ uno stronzo, lui e tutti gli altri. Manu sta iniziando ad avere paura della “sua” gente e fa bene”.

CHATUZANGE-LE-GOUBET

Sono circa le 8.30 di giovedì mattina quando imbocchiamo l’autostrada A/49 per raggiungere Chatuzange-le-Goubet, un paesino di poco più di 4’000 persone del dipartimento della Drôme.

A colpirci è l’impatto, anche visivo, che si ha lungo il tragitto e che ci sembra restituire almeno un accenno della diffusione e della condivisione delle istanze del movimento. Facendo caso ai cruscotti delle macchine che incrociamo o di quelle parcheggiate e alzando lo sguardo verso i balconi e le vetrine di alcune attività commerciali, passando di paese in paese, l’occhio è costretto ad abituarsi velocemente al giallo fluo dei gilet, esposti ovunque.

Arrivati all’imbocco del paese, scorgiamo due uomini con il gilet a lato della strada, accanto a un cartello riportante la scritta “Qui va payer? Nous.”

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Dopo esserci presentati, chiediamo a uno di loro di raccontarci come fosse la situazione a Chatuzange. “A quest’ora, durante la settimana, spesso non riusciamo a essere in tanti contemporaneamente. Organizziamo dei turni per darci il cambio in base agli orari di lavoro per non smobilitare mai il presidio, nel weekend siamo di più”. Pierre, quasi quarant’anni, ci racconta della mobilitazione delle ultime settimane e degli arresti che la polizia ha effettuato il sabato precedente durante lo sgombero della rotonda accanto a cui ci troviamo: “Non è stato l’unico intervento della polizia ma siamo ancora qui. Abbiamo poco da perdere e tanto da guadagnare” continua “Come me, tanti di quelli che vivono da queste parti dipendono dalla macchina per poter lavorare e non ci sono alternative possibili, i trasporti pubblici costano tanto e comunque qui siamo poco serviti. I primi tempi dicevano che i Gilet Gialli protestavano perché hanno il culo pesante e volevano inquinare a prezzi economici. Io credo che il problema dell’inquinamento ambientale sia reale e molto esteso, chi vive qui lo sa benissimo, ma non vedo come la soluzione a questo problema possa o debba passare dal costringere a spendere metà dello stipendio per andare a guadagnarlo, è un controsenso!”.

Pierre ha le idee molto chiare: se il pianeta è in questo stato drammatico, la responsabilità è di chi ha sempre messo davanti gli interessi predatori di un sistema economico non sostenibile all’emergenza ecologica e ambientale. Adesso Macron vorrebbe scaricare una fantomatica transizione ecologica sulle spalle di quelli che, tra l’altro, hanno sempre scontato maggiormente, anche in termini di salute, le scelte di chi prima contribuiva alla rovina del pianeta e contemporaneamente costringeva tanti nella condizione di non potere più accedere a servizi primari, come la sanità.

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Pierre, suo malgrado, con il servizio sanitario è costretto ad averci a che fare spesso: “Sono qui anche per mio figlio a cui è stata certificata una disabilità del 75%. E’ uno schifo, assistenza e aiuti per le famiglie che hanno a carico un disabile non sono sufficienti. Con lo stipendio che percepisco, a metà mese il mio conto è già in rosso. Non solo non ho abbastanza soldi per garantire a mio figlio una vita degna d’essere vissuta, non ne ho nemmeno per comprargli un regalo di natale. E’ anche per lui che sono qui”.

LORIOL-SUR-DROME

E’ ormai tarda mattina, quando prendiamo l’uscita Loriol-Sur-Drôme dell’autostrada A7.

Rallentiamo al casello, poco prima di accorgerci delle sbarre automatiche sollevate e delle bocchette delle banconote bloccate da dei cartelli con su scritto “Peage gratuit”.

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A Loriol-Sur-Drôme i Gilets Jaunes stanno bloccando, rendendo gratuito il pedaggio, da quasi un mese. Qualche metro più avanti, accanto alla rotonda che consente l’ingresso all’autostrada vediamo un gruppetto di loro intento a scaricare da una macchina ferma con le quattro frecce dei thermos di caffè e qualche pacco di biscotti.

Giusto il tempo di avvicinarci per sentire il proprietario dell’auto salutare e andare via. “Funziona così” ci spiega Monique “c’è molta solidarietà. Spesso chi non può fermarsi passa nell’andare a lavoro portando qualcosa che permetta a chi è al blocco di scaldarsi, del caffè o del the caldo, della legna per il fuoco..”. Monique è una delle donne che troviamo al blocco di Loriol, ha una cinquantina d’anni e fa la donna delle pulizie. “Ai blocchi partecipano moltissime donne” ci tiene a dire “c’è una presenza femminile forte. La vita è difficile per tutti, ma se sei una donna di più! Sono una mamma con dei figli giovani e ho una madre molto anziana ancora in vita di cui prendermi cura. Con lo stipendio che ho non posso certo permettermi una badante!” Accanto a lei c’è Catherine, 37 anni. Da qualche giorno per camminare è costretta ad aiutarsi con delle stampelle, si è fatta male al ginocchio durante le cariche dei CRS che volevano disperdere i manifestanti il sabato prima. “Noi donne non ci tiriamo indietro nemmeno davanti alla polizia!” dice sorridendo mentre fa spallucce “La polizia interviene quasi quotidianamente per impedirci di munirci di attrezzature stabili ma nessuno è intimidito, anzi, l’arroganza con cui ci trattano e la violenza con cui hanno agito nelle ultime settimane hanno motivato tante persone del paese a dare solidarietà e partecipare ai blocchi!”

Dopo aver accettato volentieri il caffè che ci offrono, guardiamo Marie mentre addobba un albero in mezzo alla piazzola: “l’altro ce lo hanno distrutto ieri”.

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Decidiamo di farle compagnia mentre appende le decorazioni natalizie e ci facciamo spiegare perché sia infastidita dalle strumentalizzazioni del movimento che i vari attori politici e media stiano cercando di fare: “Di noi hanno detto tante fesserie, per esempio che siamo tutti razzisti, ma non è vero. La loro strategia è quella di cercare di creare delle divisioni interne al movimento, vogliono metterci l’uno contro l’altro per indebolirci. A mio parere la nostra forza sta proprio nell’essere uniti e nell’avere imparato a riconoscerci come pari. Alla fine, se siamo qui, è perché siamo un po’ tutti sulla stessa barca. Io penso che se qualcuno si può permettere di passare il tempo a decidere se, come o quando appoggiarci è perché è un privilegiato che non ha bisogno di preoccuparsi di come arrivare alla fine del mese”.

La forza di questo movimento, ci spiegano, sta nel fatto di essere cittadini che compatti impongono al governo le proprie rivendicazioni in un rapporto di forza nuovo, non mediato da corpi intermedi. Un rifiuto delle forme di rappresentanza dovuto alla sfiducia generale nei confronti dei sindacati per alcuni e alla consapevolezza che proprio nell’assenza di canali a cui il governo possa appoggiarsi sta la potenza dei gilet gialli per altri. “Oggi il governo è costretto a riconoscerci come una forza, il gilet giallo è ciò che ci consente di essere ascoltati. Non ci sono sindacati a rappresentarci, siamo noi il nostro sindacato e non scendiamo a compromessi. Siamo cittadini, non siamo corrompibili e non abbiamo interessi da difendere”. “Non ci sono leader nemmeno tra di noi” aggiunge Catherine “vogliamo le stesse cose. Se qualcuno non può esserci quel giorno perché lavora o perché viene arrestato c’è qualcun altro”.

LE POUZIN

Ci spostiamo di pochi chilometri più avanti, sull’altra sponda del Rodano. E’ quasi ora di pranzo quando arriviamo a Le Pouzin, un paesino di circa 3’000 abitanti. Vediamo, ancora una volta, un gruppo di Gilet Gialli in presidio stabile accanto alla strada. Sono una quindicina, alcuni di loro attorno ad un braciere, altri intenti a costruire una tettoia con dei bancali e una cerata. Oltre al freddo, ha da poco iniziato a nevicare. Ci avviciniamo a uno di loro, attirati dalla scritta a pennarello “Medic” sul retro del suo gilet. Ci dice di non essere un vero medico, ma di avere seguito un corso di primo soccorso da giovane: “due settimane fa la polizia è intervenuta con molta violenza per sgomberare il blocco, non era mai accaduto nulla del genere a Pouzin. Ci sparavano addosso lacrimogeni e proiettili di gomma da quel cavalcavia li, tanti si sono fatti male. Sapevo che avrebbero fatto lo stesso la settimana successiva e ho deciso di scrivere “Medic” sul gilet, così se qualcuno avesse avuto bisogno di aiutato avrebbe saputo a chi rivolgersi”.

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Al nostro cerchio si aggiunge una donna ormai in pensione: “io non mi muovo mai di qua! Anche se inizia a fare freddo, mi piace passare il tempo qui al blocco, ho conosciuto tante persone e stretto molti legami. Inoltre, tanti di noi durante il giorno lavorano e riescono ad arrivare solo nel tardo pomeriggio, quando staccano, o nel weekend, quindi è importante che chi come me ha più tempo libero lo passi qui”. Continua spiegandoci che ha conosciuto altri pensionati che partecipano al blocco: “con la pensione che tanti di noi percepiscono non si vive serenamente ma io sono qui soprattutto per i più giovani che hanno ancora tutta la vita davanti”. Uno di quei “più giovani” ci raggiunge, forse sentitosi chiamare in causa, e la prende a braccetto. Philippe non ha un posto di lavoro fisso, è anni che cerca di arrangiarsi tra un contratto a tempo determinato e un lavoretto. Ci racconta di essere costretto alle volte a rivolgersi a un’associazione caritatevole che offre pasti ai poveri “io vivo con l’ansia di rimanere per strada, i soldi che riesco a guadagnare non mi bastano più per pagare la spesa, figurati l’affitto e le utenze, è tutto sempre più caro!”. “Se i politici non prendessero tutti i soldi che prendono ce ne sarebbero da ridistribuire per noi altri” commenta la pensionata, stringendogli il braccio in modo complice più che confortante.

Quello che ci sembra, continuando la discussione, è che il disprezzo per Macron (ben rappresentato dalla ghigliottina finta che taglia la testa al fantoccio del presidente che i gilet ci mostrano orgogliosamente) sia esteso a tutta una classe politica, ormai in crisi, che per anni ha promosso politiche atte a difendere gli interessi dell’alta finanza, delle lobby e dei privati a discapito dei cittadini. “Il suo progetto è quello di fare della Francia un paese di ricchi continuando con le sue politiche di attacco alla sua popolazione. Nel discorso alla nazione di qualche giorno fa ha dichiarato che la sua prima preoccupazione è la Francia e che la sua legittimità deriva dai francesi e non dalle lobby. Macron e il governo non hanno più alcuna legittimità, la Francia sono io, siamo noi, chi pensa di prendere in giro? Quel discorso non valeva niente, era solo un goffo tentativo di recuperare il recuperabile cercando di appianare gli animi. Come vedete, non ha funzionato”.

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Sabato infatti, come ogni fine settimana dal 17 novembre, anche a Pouzin si rimetterà in pratica il blocco della rotonda, situata in un punto strategico sulla strada dipartimentale che consente l’accesso in autostrada. Philippe ci dice che durante i weekend precedenti alcuni di loro si sono organizzati per andare a Parigi: “Il problema di andare a Parigi è che costa caro e poi credo che sia importante concentrarsi sulle iniziative a livello locale. Il fine settimana è il momento in cui più gente è libera dagli impegni lavorativi e può prendere parte al blocco. Ci sarà sempre qualcuno che andrà a Parigi a manifestare, qui a Pouzin invece dobbiamo costruire tutto con le nostre forze, quindi penso sia importante sfruttare i momenti in cui ce ne sono di più”.

AUBENAS

Decidiamo di entrare in un bar per riscaldarci e mangiare qualcosa prima di ripartire. Scopriamo che a Aubenas, una quarantina di chilometri più a sud, i gilet gialli stanno bloccando una rotonda nella zona commerciale del paese. Arrivati in zona, fatichiamo a trovare il modo per avvicinarci al blocco, è in corso lo sgombero e la gendarmerie blocca le principali vie d’accesso. Dopo qualche tentativo, parcheggiamo la macchina e ci incamminiamo verso la rotonda. Un’ottantina di persone, tenute a distanza dai CRS, guardano la ruspa che sta radendo al suolo l’accampamento costruito nelle settimane precedenti.

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Avviciniamo un signore che sta filmando la scena con il suo smartphone mentre ingiuria contro la polizia e l’autista della ruspa. Ci dice di fare parte del comitato dei Gilets Jaunes di Aubenas, lui non ha particolari problemi finanziari ma è solidale alle tante persone che hanno difficoltà ad arrivare a fine mese che conosce e come loro vuole le dimissioni di Macron. Nonostante il nervosismo, la situazione non sembra destinata a degenerare: “Lo sgombero? Non implica la fine di nulla, loro oggi distruggono, noi domani siamo qui a ricostruire”.

Sul marciapiede, un uomo di 60 anni e suo figlio guardano un agente che intima ad una ragazza di mettersi sul lato della strada per consentire agli addetti di proseguire con il lavoro.

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Cominciamo a chiacchierare con loro, ci raccontano che qui il movimento ha avuto molta risonanza perché nella regione dell’Ardeche in molti son costretti ad utilizzare l’auto per spostarsi e lavorare.

Anche lui, ci dice, ha preso parte ad alcuni momenti di coordinamento. A questi momenti partecipano in molti, donne e uomini di età diverse, lavoratori impiegati nei settori più disparati e disoccupati. La scelta del blocco come pratica conflittuale deriva non solo da una serie di necessità oggettive come la provenienza da posti di lavoro molto differenti tra loro e gli scarsi rapporti di forza su di essi o la difficoltà per molti di scioperare a causa dei contratti e delle condizioni lavorative cui son sottoposti, ma anche dalla consapevolezza del “danno che oggi il blocco della circolazione di merci e capitali rappresenta per questo sistema economico”.

Entrando più nel merito: “i blocchi” ci dicono “hanno consentito a tante persone di conoscersi e stringere legami. E’ straordinario quello che è successo, attraverso il blocco si sono strette relazioni sociali differenti. Ognuno di noi ha imparato a conoscersi, la dimensione del blocco ha consentito che si creassero molti momenti in cui confrontarsi e in cui condividere i problemi e i disagi quotidiani. E’ come se ci fosse stata una presa di coscienza collettiva del fatto che non solo i problemi sono comuni, ma che c’è la possibilità di organizzarsi per far fronte a questi insieme”.

VEDI IL DOSSIER DI INFOAUT: CHI SONO I GILET GIALLI?

 

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Riportiamo l'intervista curata da Levante - Testata dal bassoLevante - Testata dal basso agli occupanti dell'ex questura del Quarticciolo a Roma. 

Domenica 16 dicembre nello spazio sociale Red Lab, nell’occupazione del Quarticciolo, si sono festeggiati i 20 anni da quel “12 dicembre 1998 alle ore 12.15”, come leggeremo nell’intervista che segue, quando la fu Casa del Fascio, poi divenuta Questura, per essere abbandonata in seguito, è diventata la casa di un gruppo di famiglie e giovani, che resiste ancora oggi.

N.b.
I nomi dei tre intervistati e dell’intervistata, sono nomi di fantasia.

Perché venti anni fa avete deciso di occupare questo palazzo?

MARIO: Per il bisogno! Io vivevo già in occupazione prima di occupare questo palazzo con i movimenti, e non mi sarei potuto mai permettere di pagare un affitto, il che vale ancora oggi.

FLAVIA: Perché forse ci governavano altri colori e altre facce ma le politiche odierne sulla casa non sono poi così diverse da quelle di allora. Anzi, oggi in radio sentivo che è ricicciato fuori D'Alema e forse dovremmo ricordarci che la manovra di liberalizzazione del mercato degli affitti la dobbiamo proprio a lui. Con la legge n° 432 infatti ha definitivamente trasformato la casa da bisogno a merce.
Il palazzo è nato come Casa del Fascio negli anni ‘40, poi è stato questura fino agli anni ‘80, poi è rimasto abbandonato per oltre 10 anni e quando noi l’abbiamo occupato era una piccionaia di sei piani. Tutt’oggi se manchi di casa un weekend e lasci le finestra aperta entrano i piccioni dentro casa; i legittimi vecchi occupanti erano loro.
Nel quartiere il fenomeno dell’occupazione esiste da tempo ma non in una forma di condivisione e solidarietà al pari di quella che si crea in un movimento per il diritto all’abitare organizzato, ma è una pratica comunque diffusa. Essendo un quartiere piccolo, con una mentalità per certi versi di un piccolo paese, chi arriva dall’esterno viene visto inizialmente con diffidenza ma gli indugi a oggi sono stati assolutamente rotti e tra il quartiere e l’occupazione esiste una forte connessione. Le attività di spazi come il Red Lab o la Palestra Popolare coinvolgono direttamente gli abitanti, soprattutto i giovani del quartiere.
Quando siamo entrati eravamo parte dei movimenti di lotta per la casa. I movimenti allora erano due. Il Coordinamento cittadino di lotta per la casa e il DAC (diritto alla casa), gemellato con il movimento nazionale francese del DAL. Sostanzialmente eravamo molte famiglie, un po' di coppie e compagni singoli. Sembrava una presa d’assalto al palazzo, che quando lo vedi lo capisci subito che è un palazzo costruito per essere istituzionale, come una specie di torre, quindi pareva veramente l’assalto alla fortezza! Eravamo una quarantina di nuclei dentro al palazzo più tanti altri che erano venuti da fuori in solidarietà.


CARLO: Ora parlo personalmente; vivevo in mezzo a una strada ed erano sei mesi che dormivo in una macchina. Grazie a mio fratello che era un vecchio occupante e che aveva fatto la lotta occupando uno stabile a Piazza delle Gardenie, lui mi ha dato un indirizzo e mi ha detto di recarmi a un comitato che si chiamava Coordinamento cittadino di lotta per la casa a San Basilio. Da lì mi sono messo in lista. Eravamo un gruppo di circa settanta nuclei tra cui molte famiglie e facevamo assemblea tra di noi una volta a settimana, e dopo due mesi siamo andati a occupare ma non sapevamo dove, ce l’hanno detto all’ultimo. Andiamo a occupare a Quarticciolo, l’ex commissariato che era abbandonato da circa nove anni. Semo partiti alle 12.15 del 12 dicembre 1998 dalla piazza del Quarticciolo (l’incontro ce l’hanno dato all’ultimo). Essendo che era la prima volta che andavo a occupare ero un pochino spaesato e intimorito, non capivo ancora bene la dinamica. Mi ricordo bene che quando siamo entrati qualcuno ha detto: “chi vuole ‘sta dentro ce deve rimanè, il posto nun se deve lascià”, e da quel giorno sono passati vent’anni e non l’ho mai lasciato.

Quarticciolo 1

Venti anni sono un tempo piuttosto lungo, soprattutto per una città come Roma, in cui percepire dei cambiamenti. È cambiato il Quarticciolo da quando siete qui? L’occupazione ha contribuito a questo cambiamento?

MARIO: Senza l’occupazione le cose sarebbero andate diversamente, sicuramente la sua presenza si sente. Il Quarticciolo non è cambiato molto perché è un quartiere piccolo e chiuso ed è difficile entrarci e creare dei rapporti. Io credo che l’occupazione abbia fatto piccoli passi alla volta per arrivare a oggi con il Red Lab ma soprattutto con la palestra e l’occupazione, a un contatto vero con il quartiere. Prima ci vedevano come estranei ed erano diffidenti ma piano piano dopo vent’anni ci stiamo integrando e speriamo di cambiare ancora insieme. Le famiglie qui si conoscono tutte tra di loro e ci sono rapporti tra le persone che non sono cambiati veramente in vent’anni ma soprattutto con i giovani è diverso e si vede. I quartieri intorno a Quarticciolo, come l’Alessandrino o Cento celle sono diversi. Cento celle ad esempio sta cambiando tanto, è nel pieno di un processo di gentrificazione che allarga il centro e tocca i quartieri più periferici. Sarà un nuovo centro e chi non può permettersi più di viverci verrà spinto fuori dal Raccordo o comunque nei paesini e nelle estreme periferie. Quarticciolo era una periferia ma con questo processo è meno isolata ma è ancora una borgata a tutti gli effetti. Comunque per me che venivo già dalla periferia, il Quarticciolo non era periferico. A ogni modo ci impegneremo a bloccare questo processo quando arriverà anche qui. Per cambiare le cose veramente ci vorranno altri vent’anni.

FLAVIA: Il quartiere non è veramente cambiato anche perché essendo un quartiere periferico perfino i cambiamenti generali strutturali più urgenti non sono mai stati fatti. L’unico cambiamento significativo nel quartiere è stata la riqualificazione dell’ex mercato, abbandonato anche quello per decenni dai tempi della questura, e trasformato nel teatro-biblioteca. Poi ci sono stati gli innumerevoli rifacimenti della piazza per renderla sempre più brutta e sempre meno accessibile; è infatti uno dei pochi casi in cui la piazza non riesce ad assolvere alla sua funzione di favorire la socialità. Le varie ristrutturazioni sono riuscite ad abbattere anche quel minimo di arredo urbano che c’era, compresi i cestini per raccogliere l’immondizia e finanche i secchioni, cosicché le persone che vivono nelle case affacciate sulla piazza devono dirigersi fino alla Togliatti per buttare la monnezza. La piazza per come è stata ristrutturata è un corridoio lungo e stretto non più accessibile da più punti ma sono dall’inizio e dalla fine.
L’occupazione si è più volte mobilitata con il quartiere e per il quartiere in tutte le questioni che toccavano l’interesse di tutti e tutte. Una delle ultime ad esempio, è stata l’anno scorso per il parco dell’Alessandrino dove volevano calare dall’alto l’ennesima gettata di cemento per un progetto promosso dal CONI uguale in tutti I municipi senza guardare alle differenze dei territori per capire se e come sarebbe stato più utile investire quei soldi. Il paradosso era che nel quartiere non c’era nessuna struttura sportiva né pubblica né privata e l’unica struttura pubblica era la piscina comunale che era stata chiusa perché non c’erano i soldi per comprare una caldaia. Il CONI dunque voleva costruire un insieme di giostre in mezzo a una conca che, per chi la conosce, è fangosa e fredda di inverno e insostenibilmente calda d’estate, a riprova del fatto che questa era l’ennesima calata dall’alto senza un minimo di conoscenza del territorio.

CARLO: Il quartiere nei suoi rapporti tra famiglie difficilmente si può dire sia cambiato. Quello che abbiamo fatto noi è di seguire le esigenze e i bisogni di chi lo abita e organizzarci per ottenere dei risultati ad esempio sulla questione degli alloggi occupati e delle case popolari, facendo uno sportello. Ma costruire insieme un percorso politico è molto più difficile. Ma nelle difficoltà siamo riusciti a costruire qualcosa anche se ci scontriamo con il fatto che questo quartiere, le istituzioni lo vogliono fa’ morire: non c’è più un negozio né uno spazio per far giocare i bambini. Noi troviamo più appoggio nei ragazzi, nei giovani, che partecipano alla palestra e ai laboratori del Red Lab, ma con gli adulti è un pochino più complicato anche se con il comitato di quartiere si sono aperte delle porte.

Quarticciolo 2

Ha ancora senso occupare case a Roma oggi? Lo rifaresti?

MARIO: Si. Se uno nun c’ha dove anna’ deve occupà casa, l’alternativa è andà sotto a un ponte e io non credo che sia giusto. Le amministrazioni che se so’ avvicendate negli ultimi vent’anni nun se so’ comportate bene né con gli occupanti né con le occupazioni. Questo posto è stato occupato che c’erano sopra i buffi dell’ex commissariato lasciati dal Ministero degli Interni nella misura di miliardi di lire dell’epoca e noi abbiamo imposto allora che ci fosse il passaggio all’ATER, anche se negli anni ce lo siamo sempre e comunque autogestito: se si rompe una tubatura o ci sono riparazioni da fare ci abbiamo sempre dovuto pensare noi, l’ATER non si è mai palesato.
E se andrei a rioccupare me chiedi? Sì, decisamente, anche perché non ho un lavoro e dovrei andarmene all’estero e non vedo alternativa. E sì che lo rifarei, non potrei mai permettermi un affitto e poi se ci sono così tante case vuote e abbandonate non è giusto. Due cose non sono cambiate a Roma in questi vent’anni: ci sono ancora case vuote e disabitate e c’è ancora lo stesso bisogno di occupare anzi, il bisogno è triplicato.

FLAVIA: Accidenti! Ci sono forse ancora più motivazioni per occupare oggi che allora; quello che avviene oggi è preoccupante: io ho finalmente una casa popolare, me la sono stralottata e strasudata per anni, è anche questa il risultato di una lotta. È anche frutto dell’ultimo atto di buon senso del Campidoglio per chi vive in emergenza abitativa. È un palazzo di ex proprietà dell’aeronautica, abbandonato da più di 10 anni e poi occupato, dove, sotto pressione dei movimenti, è stato fatto un tavolo tra aeronautica e comune che hanno deciso di fare il rogito e quindi gli 86 stabili abbandonati sono diventati oggi 105 appartamenti di proprietà del Comune. Se noi consideriamo che oggi l’occupazione in Via Carlo Felice, che è di proprietà della banca d’Italia, dunque non di un miserabile, che è già accatastata come casa popolare, io mi domando che ci dovrà mai fare Banca d’Italia con quegli alloggi accatastati in A4 - case popolari, perché qualunque cosa vorrà fare dovrà passare per il Comune di Roma per il cambio di destinazione d’uso. Un’istituzione che ha a cuore l’interesse dei cittadini e ha a cuore un’emergenza che si trascina da decenni, imporrebbe a un colosso come la Bd’I di cedere quegli alloggi così già accatastati per gestire l’emergenza abitativa. È impensabile che si voglia continuare a gestire un’emergenza senza degli strumenti che siano straordinari; loro vogliono gestirla con gli strumenti ordinari ma se fin’ora fossero bastati quelli, non saremmo in emergenza. Oggi ci fa schifo parlare di espropriazione, ce se scandalizza, quando Sandro Medici fece un’espropriazione ai proprietari del palazzo di via Bibulo venne tacciato di aver fatto abuso di ufficio e di potere, però le emergenze si risolvono anche utilizzando misure straordinarie. Noi oggi vediamo il pericolo perché ciò che invece fa attualmente il Campidoglio è il contrario. Oggi il massimo a cui si può ambire è il Sassat, che è una soluzione temporanea con una durata di un paio d’anni e poi non si sa bene per quale miracolo, secondo il Campidoglio, trascorsi questi due anni avrai superato le condizioni economiche che ti spingevano a richiedere l’alloggio popolare, e sarai in grado di andare con le tue gambe nel mercato libero, tuttalpiù beneficiando, ed era qui che volevo arrivare, del buono all’affitto. Oggi infatti utilizziamo denaro pubblico, non investendo nell’acquisizione di nuovo patrimonio Erp, ma andando a rimpinguare le tasche del privato, andandogli a pagare con i soldi pubblici quella parte di affitto che io cittadino non riesco a pagare di tasca mia. Non c’è nessuna lungimiranza in questo perché questi fondi saranno sempre soggetti ai cambiamenti delle finanziarie, di in anno in anno. A Roma questo l’abbiamo sperimentato con la delibera n° 163 del 1998, ed è stata fallimentare perché di anno in anno i fondi si riducevano e alla fine molte persone venivano sfrattate per morosità perché non riuscivano a pagare l’affitto. La Raggi, come ci aveva promesso all’inizio del suo mandato, mi ricordo le dichiarazioni nelle interviste su Romatoday, ha rilanciato il mercato dell’edilizia privata. Non è giusto non solo perchè utilizzi denaro pubblico per finanziare il privato ma anche perché così agisci negativamente sul mercato, perché anziché andare a calmierare il mercato mantieni una domanda di case alte e un mercato degli affitti ad alto prezzo. È una manovra pericolosa su cui come movimenti dovremmo concentrarci di più e mobilitarci. Roma è una città particolare; ha 90’000 studenti fuori sede che rappresentano una fetta golosissima per il mercato immobiliare ed è assurdo che abbiano soppresso la casa dello studente per alimentare il mercato in nero.
Quando sono stata sfrattata vent’anni fa, prima di occupare questo posto, avevo difficoltà come residente a Roma a trovare una appartamento perché i proprietari vedevano più difficile, e dunque meno conveniente, giustificare come uso foresteria l’abitazione per il residente.

CARLO: Sì, lo rifarei. Oggi è più difficile occupare per via del Decreto Lupi, con cui si sono inventati di tutto e di più, come staccare le utenze agli occupanti che senza luce e riscaldamento non possono ovviamente andare avanti e lasciano per strada famiglie intere dopo tanti anni che vivono lì. Io dico: se pure mi volessi regolarizzare alle tue leggi, devi darmi la possibilità: ovvero la casa, un reddito e la sicurezza che io possa garantire anche te come istituzione ma se me levi quello, nonostante io lavori dalle 6 del mattino alle 8 di sera, io oggi per essere regolare morirei, non ce la farei. Un tempo se occupavi un posto abbandonato dell’ATER lo potevi rivendicare come abitazione, oggi invece no. Non fanno entrare le famiglie con il punteggio ma le tengono in attesa, in lista.

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Esattamente otto anni dopo l'immolazione di Mohammed Bouazizi sulla piazza di Sidi Bouzid il fantasma della sedizione torna ad attraversare il nord Africa.

Da una settimana il Sudan è attraversato da moti popolari che stanno scuotendo il regime ultra-trentennale del presidente Omar al-Bashir - che ad inizio mese aveva cercato di abolire i limiti alla propria rielezione. In un anno segnato da forti turbolenze economiche per i paesi emergenti il raddoppio del prezzo del pane, la carenza di benzina e le restrizioni ai prelievi bancari sono risultati intollerabili ad una popolazione già stremata da 20 anni di embargo (terminati solo nel 2017) e guerre civili.

Le proteste sono partite dalla città fluviale ed operaia di Atbara dove i manifestanti hanno appiccato fuoco alla sede del governativo Partito del Congresso Nazionale riducendola in cenere. Mentre le autorità dichiaravano il coprifuoco i moti si sono estesi ad altri centri del paese come Gadarif, dove gli spari dell'esercito sulla folla hanno lasciato sei morti sul terreno. Ma se ne segnalano altri nel paese, e le proteste hanno raggiunto anche la capitale Khartoum - dove sono scesi in piazza a centinaia. Per la giornata di oggi è stato dichiarato lo sciopero di categoria da parte dei medici, che si asterranno dal prestare le cure ai casi non urgenti. Importante anche la mobilitazione della diaspora nei paesi occidentali.

Se la dittatura ha dalla sua la legittimazione del Qatar (la cui Al Jazeera mostra infatti reticenza nel documentare le proteste) e della Turchia (che conta cospicui investimenti petroliferi e infrastrutturali nel paese) nelle forze armate sembrano però essere emerse fratture e persino ammutinamenti.

Lo slogan che lentamente prova a farsi strada sui principali social, nonostante le restrizioni e i blocchi del traffico web operate dai due provider nazionali Zain e MTN, è: #مدن_السودان_تنتفض ("le città del Sudan si sollevano"). Ma durante e a margine della partita di ieri ad Omdurman tra la locale Hilal e la tunisina Club Africain, entrambe le tifoserie hanno anche intonato "Ash-shab yurid isqat an-nizam" - lo storico motto delle primavere arabe.

 

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