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Articoli filtrati per data: Saturday, 15 Dicembre 2018

Riceviamo e pubblichiamo volentieri la traduzione di questo articolo di Alexandre Mendes, pubblicato in Brasilepubblicato in Brasile, che ci sembra un utile strumento di discussione sul movimento dei gilet jaunes a partire da uno sguardo "de-centrato".

Una delle domande che sorgono dal movimento francese di queste settimane è infatti quale tipo di lettura e ipotesi possiamo trarne entro una prospettiva che non si riduca ai suoi perimetri nazionali. In altri testi abbiamo provato a confrontare genealogie, similitudini e differenze con movimenti come quello dei forconi italiani o con quello No Tav, in altri abbiamo proposto di leggere la mobilitazione francese come un rinnovata pratica dello sciopero, logistico e metropolitano, all'altezza dei tempi. In questo senso lo stimolo del documento di Mendes a collocare i gilet jaunes all'interno del tempo della crisi, leggendolo a partire dal 2011-2013, ci pare utile. Viene da chiedersi: siamo di fronte a una "fase due" che potrebbe aprirsi per i movimenti? È possibile agire sulla possibilità di un nuovo “effetto contagio” globale come in quel biennio? O siamo piuttosto di fronte a “qualcosa di nuovo”? Indubbiamente se il 2011-2013 rispondeva alla crisi del 2007-2008, pur in forme ovviamente eterogenee e cangianti a seconda del contesto, criticando o abbattendo regimi storici o ipotesi per lo più social-democratiche che di lì a poco, come risposta, avrebbero virato in strette di austerità, il movimento francese pare collocarsi dentro una nuova curvatura della crisi globale, quella cosiddetta “populista”, proprio nel punto paradossalmente “più indietro”, con quel Macron (un Renzi fuori tempo massimo) che incarnava la speranza di tenuta politico-sociale di fronte alla fine conclamata dei corpi intermedi e all’ormai da tempo avvenuta fine del “ceto medio”, o, meglio, potremmo alquatianamente dire al ridefinirsi di un neo (iper-) proletariato del tempo della crisi.

A partire da questi temi, dobbiamo anche dire che non condividiamo tutti i passaggi di questo articolo. Non riteniamo in particolare che l’uso dell’immagine dell’impollinazione sia strumento analitico adeguato per catturare la logistica delle lotte espressasi in Francia, e che alcuni tratti dell’argomentazione rischino di essere più dei desiderata che delle concrete possibilità che abbiamo di fronte. Ciò non toglie che in questo momento sia importante procedere in una discussione politica disintossicata e che possa “allargare lo sguardo”. Buona lettura.

 

 

1) Gilets jaunes: qualcosa di diverso

 Di tutte le frasi che hanno attirato la mia attenzione, nella protesta di sabato, quella che più mi ha colpito è stata quella di un giornalista che dopo aver condotto un confuso dibattito in televisione sui gilet jaunes, quasi rassegnato, ha riconosciuto: «ok, ok, ma quel che è certo è che abbiamo appena vissuto, l'8 dicembre 2018 [sottolinea la data], una cosa molto diversa a Parigi, davvero molto diversa». Questa osservazione ha fatto eco ad altri due commenti che ho sentito tra il via vai di quasi otto ore di protesta in strada, in una città totalmente trasformata dall'interruzione di tutte le sue attività e dalla presenza colossale delle forze di sicurezza.

La prima testimonianza, di un giovane francese che ci ha accompagnato durante il cammino, celebrava l'inedita adesione della sua famiglia, originaria di una delle città più povere del nord della Francia, a una mobilitazione politica: «Sono molto orgoglioso di loro, sono tutti col gilet giallo, mi sento orgoglioso», ha detto. La seconda, frutto di un dibattito estemporaneo iniziato con una semplice richiesta di informazioni («vieni da Place de la République?»), è stata un vero e proprio apprendistato all'aria aperta. Un uomo di circa 60 anni, residente di una banlieue parigina, lavoratore della metropolitana in pensione e sposato con una cameriera filippina, ha illustrato in un unico discorso senza pause tutte le ragioni della sua presenza nelle proteste dei gilet jaunes:

«Sono stanco di vedere la mia pensione restringersi sempre più, sono stanco di dover restituire metà di quello che guadagno allo Stato, mia moglie è andata a cercare un appartamento di 10 metri quadri a Parigi e non ha potuto continuare a causa del prezzo, dei costi dei dossier amministrativi e di tutti i requisiti, è pazzesco. Non resta quasi più niente alla fine del mese. A scuola sono stato educato a dover abbassare la testa, poi al lavoro con le minacce del capo, ora è il governo che impone tutte le misure come se dovessimo accettare tutto in silenzio. Non sono d'accordo con quello [indicando il fuoco in mezzo alla strada], ma la cosa importante è che stiamo equilibrando la paura. Basta sentir paura da solo, ora anche loro dovranno sentir paura.»

Nelle due testimonianze, l'esempio vivente di ciò che il conduttore televisivo percepiva come l'emergere di qualcosa di diverso. Non capita tutti i giorni che famiglie di piccole città dell'interno del paese, senza alcun precedente storico “militante”, decidano di indossare un giubbotto giallo e trascorrere giornate accampate a una rotonda ai margini della strada generando una mobilitazione nazionale. Non capita tutti i giorni che un pensionato lasci la banlieue per protestare per ore su strade battute da fuochi e barricate, affermando che non se ne andrà finché la paura non sarà almeno “equilibrata”. Non capita tutti i giorni che una città come Parigi sia completamente chiusa (negozi, metropolitana, musei, biblioteche e grandi attrazioni turistiche) per lasciare il posto al movimento incessante di piccoli gruppi di gilets jaunes in dribling permanente contro le forze dell'ordine.

 

2) Impollinazione gilet jaunes e l'enigma della protezione sociale

 L'irruzione di qualcosa di diverso deve essere compresa nella sua rarità. Contro tutti i pubblici ministeri della normalità mondiale che fin dall'inizio hanno osato dire che il movimento sarebbe diminuito col tempo, che era opportunista, falso nelle sue rivendicazioni, oltre che razzista, maschilista ed anti-ecologico, i gilet jaunes hanno aperto una frattura ineludibile. La presa dell'Arco di Trionfo, contro la forte reazione della polizia e le ferme determinazioni di palazzo, è stata la sintesi simbolica di un movimento che ha conquistato il diritto di porre un problema il cui enigma non sembra in grado di risolvere nessuno.

La difficoltà dell'enigma, tuttavia, non si trova nel carattere indecifrabile del problema che viene posto. Non c'è nulla che sfugge ai nostri occhi, alcunché di occulto, come insistono tutte le versioni cospirative e paranoiche del mercato globale del panico. Ciò che ci interpella è una letteralità brutale: i gilet gialli indicano un allarme legato alla sicurezza nella circolazione e alla necessità di raddoppiare la nostra attenzione in situazioni che possono avere gravi conseguenze per la vita. Il messaggio è chiaro e diretto: come produrre una nuova sicurezza sociale in un mondo che intensifica e governa la circolazione a partire dalla gestione di una crisi permanente?

Non è un caso che nel recente elenco di rivendicazioni della delegazione ricevuta dal governo (elaborate nella tradizione dei cahiers de doléances) ci siano richieste relative alla valorizzazione della sicurezza sociale, del salario minimo, della pensione, dell'uguaglianza fiscale, di una “nuova era” di politiche di welfare per gli anziani; una soluzione per l'indebitamento sociale dei più poveri, inclusa la fine delle politiche di austerità e la lotta alla frode fiscale; la richiesta di affrontare l'aumento del costo della vita, con l'interruzione dell'aumento dei prezzi di affitto, delle tariffe dei servizi essenziali privatizzati (gas, elettricità, ecc.), dei carburanti, della deviazione dei proventi dei pedaggi e degli oneri per i piccoli commercianti; la necessità di un trattamento dignitoso dei richiedenti asilo e l'apertura di centri di accoglienza in vari paesi per far fronte ai nuovi flussi migratori, ecc.

L'insieme di queste rivendicazioni, articolandosi alla mobilitazione semi-insurrezionale, indica non solo che il movimento è riuscito a rafforzare la prevalenza delle richieste sociali di fronte alle pressioni più nazionaliste – che appaiono ancora nelle rivendicazioni legate alle politiche di integrazione degli stranieri o tentativi di bloccare la delocalizzazione industriale –, ma che punta al centro della dimensione politica del problema: come sfidare l'attuale consorzio pubblico-privato, vale a dire il governo della globalizzazione forgiata dagli anni '90, attraverso un movimento reale di valorizzazione della vita e della cooperazione sociale? Come lottare per la vita all'interno dei flussi stessi della mondializzazione, e non a partire dall'idealizzazione di una via di uscita utopica o dalla falsa protezione di una trincea difensiva?

É qui è che possiamo estrarre la seconda letteralità del movimento. I gilet gialli attraversano lo spazio della circolazione (dalle strade ai social network) come un vero sciame di api, un vortice in più direzioni che impollina un territorio in continua espansione. La letteralità qui non riguarda le domande oziose sul livello di “coscienza” del movimento e l'effettivo “progetto” dietro le rivendicazioni, ma la corporeità e l'intensità dell'atto stesso di fare sciame. Pertanto, per impollinazione non ci riferiamo a una semplice metafora o a uno stile di linguaggio, ma a un processo reale, collettivo e involontario (indipendente dalle “coscienze”), che ha tre caratteristiche:

In primo luogo, il superamento della prima fase delle insurrezioni della Primavera Araba, il cui impasse si è dato tra la dinamica territoriale di occupazione delle piazze e delle proteste di strada, da un lato, e il sostegno generale basato sulla cittadinanza diffusa, dall'altro. Entrambi mediati dalle dinamiche dei social network. Nel diffondere le occupazioni nella direzione del terreno radicalmente mobile della stessa logistica e della circolazione (ogni rotonda diventando una piccola occupazione, ogni convoglio una protesta non limitata alla velocità dei piedi), i gilet gialli mobilitano direttamente l'attivismo della gente comune, creando una risonanza più vivace tra occupazioni, proteste e reti sociali. Così, creano anche condizioni favorevoli (non sappiamo fino a quando) per evitare le trappole sedentarie del potere (inversione dell'opinione pubblica, assembleismo ossessivo, assedio da parte della polizia e formazione di bolle digitali).

In secondo luogo, indica che il terreno per la reinvenzione e l'espansione della protezione sociale, oltre ai meccanismi esistenti basati sulla relazione salariale (in crisi), deve tener conto “del calcolo della ricchezza delle esternalità positive che derivano dall'impollinazione” [Cfr. Moulier-Boutang, “Pour un revenu d'esistenza de pollinisation contributive”, Multitudes, 2016]. Cioè, una sorta di remunerazione garantita che considera le mutazioni del lavoro contemporaneo (l'intensificazione e la precarizzazione) e sottolinea l'esigenza imprescindibile di dirigere alla protezione sociale una parte dell'enorme flusso di denaro che circola nelle transazioni monetarie e finanziarie a livello globale (ad esempio, attraverso una “tassa polline”, seguendo la proposta di Moulier-Boutang). Così, le grandi fortune possono essere concepite al di là della vecchia visione del mero stock individuale ed essere considerate nel loro movimento globale, e devono in tal modo entrare nei calcoli del finanziamento dei diritti sociali.

In terzo luogo, l'impollinazione è un'opportunità per mantenere il processo di rivolta fiscale in discussione permanente, evitando la sua cattura da parte dell'opportunismo populista o avanguardista. Così, l'appello degli “stati generali” da parte dei gilet gialli che ricorre nuovamente all'immaginario della Rivoluzione francese, è l'invito a un'ampia mobilitazione attorno al dibattito sulle alternative di protezione sociale di fronte alla doppia crisi neoliberale e keynesiana. Ciò può rompere la falsa contraddizione tra il sociale e l'ecologico, il sociale e il politico, e consentire che le diverse prospettive si incrocino in uno spazio democratico. In questo senso, l'impollinazione si oppone alla politicizzazione – nel senso volgare del termine, ossia quello di “disputare” o “egemonizzare” il campo politico. La decisione di sostenere o meno i gilet gialli, dilemma iniziale nella sinistra francese, sarà meramente formale se non metterà in discussione i modi di fare politica a partire dai punti di vista lanciati dal movimento stesso – ad esempio, la caratterizzazione del movimento come “apolitico” che genera così tanti traumi all'interno dell'attivismo dogmatico, deve essere preso nella sua dimensione positiva, come rifiuto di seguire le formule di gestione della crisi finora fallite.

 

3) Brasile e Francia: tempi sovrapposti

 È curioso seguire le proteste in Francia dopo aver vissuto il processo di deterioramento politico e soggettivo prodotto negli ultimi cinque anni dalle reazioni alle insurrezioni del Giugno 2013 [in Brasile, ndt]. Da un lato, il reincontro con l'allegria di assistere a una democrazia viva che irrompe nelle strade contro tutti i consensi. Dall'altro, il constatare che l'ingenuità del 2013 è stata lasciata alle spalle, dando luogo a una certa gravità che impedisce la ripetizione dell'esperienza originale. Per non cadere nel fatalismo o in qualsiasi altro determinismo, bisogna cercare di comprendere come l'emergere di qualcosa di differente può rompere la semplice ripetizione dello stesso. In questo senso, tra le due insurrezioni può essere fatto un interessante scambio di punti di vista: il Brasile anticipando possibili fallimenti dei gilet gialli, la Francia dando continuità a un processo che in Brasile finisce con l'essere fortemente catturato da un arcaismo schiacciante.

Si possono trarre due lezioni dall'esperienza brasiliana. In primo luogo, i tentativi di fuoriuscita “dall'alto” dalle dinamiche della globalizzazione e della finanziarizzazione, e una svolta populista in politica, hanno effetti disastrosi e gravi che aprono il cammino a un degrado generalizzato il cui esito è la vittoria dell'estrema destra. In Brasile, molto prima che il populismo politico-economico diventasse oggetto di dibattito in tutto il mondo (con la Brexit e Trump), il tentativo di una svolta sviluppista e sovranista del 2008 ha spinto il paese in una crisi senza precedenti, aggravata dal soffocamento sistematico delle mobilitazioni che avrebbero potuto aiutare a rianimare la democrazia. Quindi, in secondo luogo, di fronte alla crisi globale della sicurezza sociale, l'unico modo per evitare le scorciatoie populiste, consiste nel mantenere un processo di mobilitazione sociale sempre aperto e relativamente autonomo rispetto alle macchine elettorali e di produzione del consenso – apparati di potere che in Brasile hanno distrutto, non sappiamo ancora se completamente, la ricchezza di Giugno: prima la sinistra, poi l'estrema destra.

In relazione alle esperienze di lotta che hanno avuto luogo in altri paesi nel contesto della Primavera Araba, la Francia sta vivendo un interessante divario. Mentre le occupazioni delle piazze proliferavano nel 2011, la Nuit Debout (l'occupazione in Place de la Republique) appare solo nel 2016, ma senza essere in grado di superare le trappole dell'assembleismo e del localismo; inoltre, le dinamiche di protesta con un carattere destituente (esigendo il rovesciamento del governo) appaiono solo ora, con il grido “Macron démission” e per lo scioglimento dell'Assemblea Nazionale. Tuttavia, anche con il loro relativo “ritardo”, le lotte francesi rivelano aspetti di ciò che potremmo chiamare una seconda fase della Primavera Araba.

In questo senso, la Nuit Debout era ben lontana dal radicalizzare le esperienze dei paesi arabi, della Turchia, della Spagna, del Giugno brasiliano, ecc. È sorta a partire da questioni direttamente legate al “mondo del lavoro” (in particolare l'approfondimento della precarietà) e a una dimensione soggettiva che oggi è uno dei terreni più importanti di confronto. Nel lottare contro la paura generalizzata provocata dall'insicurezza sociale, dalla paralisi di fronte agli attentati di Parigi e dallo stato di emergenza, l'occupazione francese ha indicato un legame che si pone al centro dei conflitti contemporanei.

Questo ispido filo conduttore – la relazione tra la gestione delle crisi, il lavoro precario e la produzione della paura – finisce con l'essere recuperato e lanciato come un problema trasversale che sfida tutta la società francese, e quindi la sensazione di malessere. Come abbiamo visto, due aspetti sono stati fondamentali per questo movimento: in primo luogo, la generalizzazione del problema nella direzione del campo della stessa circolazione (dove il carattere impollinatore del lavoro contemporaneo è più evidente); in secondo luogo, l'apertura di una grande discussione sui meccanismi di finanziamento e alimentazione, attraverso l'appropriazione della ricchezza collettiva, del consorzio pubblico-privato e del suo patto inter-elite (difeso con la massima intransigenza da Macron).

È qui che il movimento francese conferma la dimensione globale della recente lotta dei camionisti in Brasile – anch'esso per la sicurezza sociale e contro il pagamento della crisi – e allo stesso modo, tocca il punto più delicato del processo brasiliano. Come vincere la paura e la paranoia collettiva dopo cinque anni di guerra psicologica operata da macchine elettorali e da stili di militanza caduti nel fanatismo? Come si darà la riorganizzazione del patto pubblico-privato in una nuova governance militare-ultraliberale nato tra le macerie del ciclo del 1988? Come trovare quella lucidità leggera del pensionato della metropolitana parigina che ci ha ricordato che la cosa più importante, prima di tutto, è “bilanciare meglio” la paura?

È nel mosaico di queste reciproche anticipazioni e tendenze che mescolano la vecchia relazione centro-periferia e l'idea stessa di un tempo lineare governato dal futuro, che può avvenire l'opportunità degli “stati generali”. Non solo come un'assemblea consultiva all'interno di una sovranità in crisi, ma come un processo di sperimentazione e condivisione di lotte dinnanzi a uno stesso dilemma globale.

 

Traduzione a cura di Giuseppe Orlandini

 

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L’atteso discorso di lunedì scorso di Emmanuel Macron dalla scrivania dell’Eliseo non sembra aver placato la collera dei Gilets gialli: oggi l’atto quinto riporta in strada la protesta a Parigi e in tutta la Francia per il quinto sabato consecutivo.

Un’ultima settimana tesa e cruciale per questo movimento che si misura sulla prova della tenuta. La quasi totalità dei partecipanti ai blocchi dei gilets alle minime promesse annunciate in diretta tv ha fatto seguire gli sberleffi all’indirizzo del Presidente della Repubblica: “non basta, non ci fermiamo”. Il passaggio di lunedì ha mostrato tanto il disorentiamento di Macron, costretto a riconoscere la “giusta collera” dei manifestanti, quanto la capacità del movimento di costringere lo Stato a una vera contrattazione sociale sulle rivendicazioni autonomamente prodotte: la sospensione della tassa sul carburante, un aumento di 100 euro sul salario minimo, la rinuncia a tassare le ore di lavoro supplementari, la sospensione degli aumenti sulla tassazione delle pensioni minime. Nessuna parola sulle violenze poliziesche di queste settimane ma una richiesta - per favore e per piacere - ai padroni di aumentare la tredicesima ai propri dipendenti. Una grottesca subalternità che infatti non ha soddisfatto i gilets: “andiamo fino in fondo”.

È quando ribadito anche in una conferenza stampa giovedì 13. Nei pressi dell’evocativo luogo della sala della Pallacorda dove il 20 giugno del 1789 prese le mosse la rivoluzione, Priscilla Ludosky, la prima firmataria della petizione contro l’aumento delle accise sui carburanti, ha ribadito i punti irrinunciabili per questo movimento (“una seria e drastica riduzione di tutte le tasse sui beni di prima necessità come l’energia, la casa, gli alimenti i trasporti, il vestiario...”) e alcune rivendicazioni strettamente politiche come l’indizione di un referendum popolare per modificare la costituzione, la costituzionalizzazione di referendum sulle leggi votate dal parlamento e l’obbligo da parte del Presidente della Repubblica di sottoporre a una consultazione popolare ogni trattato e obbligo internazionale prima della loro ratifica.

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Quasi una carta programmatica ma che non ammette rappresentanti. In questa settimana disperatamente il governo ha cercato degli interlocutori che scendessero a patti e convincessero il movimento a desistere dalla protesta. Puntualmente ogni candidato con queste caratteristiche è stato sconfessato e rigettato dai gilets lasciando Macron con un pugno di mosche. Il Principe si è forse sentito tradito dopo le sue concessioni che credeva sufficienti per tamponare il dilagare della protesta e che sono costate alla Francia lo sforamento del 3% nel rapporto deficit/pil. L’Europa vigila proiettando la mobilitazione dei gilets su uno scenario continentale. Sarà per il timore di un dilagare della protesta oltre i confini francesi che Moscovici non ha alzato troppo la voce limitandosi a dichiarare, dopo i primi ruggiti contro l’Europa del governo italiani a cui sono seguiti i più recenti e ben più moderati propositi, che la Francia non è l’Italia: loro se lo possono permettere di superare il 3% l’Italia è bene stia al suo posto. Quasi una provocazioni a quanti anche a fuori dalla Francia vedono nei gilets una possibilità di lotta, anche contro i governi del cosiddetto fronte anti-europeista.

Intanto in tutto l’esagono francese la mobilitazione non si è fermata. I blocchi dei gilets si sono consolidati fronteggiando sgomberi e ricostituendosi un po’ dappertutto e con particolare tenacia nelle regioni più calde come la Vaucluse. Qui, ad Avignone, Denis, 23 anni è stato travolto da un camion durante un blocco stradale morendo sul colpo. È la sesta vittima del movimento che deve fronteggiare anche le violenze della polizia fattesi particolarmente dure dal quarto atto in poi e colpendo anche i giovani studenti che si stanno unendo all’agitazione sociale in corso. Nelle scuole e nelle università di tutta la Francia è infatti ripresa la mobilitazione contro la legge sulla selezione per l’accesso agli studi superiori. L’aggressività poliziesca unita al ricatto securitario seguito all’attentato di Strasburgo non ha fermato il movimento.

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Secondo i primi date delle Prefetture la partecipazione all’atto quinto sarebbe un po’ ovunque inferiore a quella di sabato scorso. Risulta comunque difficile quantificare perché le folle di gilets si scompongono e ricompongono continuamente raramente assumendo la forma di cortei o presidi statici. Un grosso corteo a Parigi è partito dall’Opera per raggiungere gli Champs Elysées in direzione dell’arco di Trionfo. Si registrano scontri e barricate nei pressi di rue du Louvre. Vari cortei selvaggi si distribuiscono per il centro mentre la polizia blocca completamente l’accesso a place de la République. Dei colpi di fucile da caccia sono stati sparati contro l’abitazione di un eurodeputato del partito di Macron. Un bilancio provvisorio delle ore 17 parla di 86 fermi.
Forti scontri con la polizia si registrano anche a Nantes, Bordeaux, Toulouse, Lione. Barricate e arresti.
Abbiamo contattato Ilaria dalla piazza parigina, ascolta qui la corrispondenza.

 

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Pubblichiamo di seguito l'intervento introduttivo di Salvatore Cominu alla discussione "Declassamento del ceto-medio e governo giallo-verde" che si è svolta al CSOA Askatasuna di Torino il 29 novembre 2018. È il secondo appuntamento di un ciclo d'incontri sulla situazione politica attuale. Il primo aveva come titolo "Dai forconi alla coalizione giallo-verde" e ne abbiamo pubblicato recentemente alcuni stralci. [Il 21/12/18 sono state integrate alcune correzioni alla ritrascrizione su segnalazione dell'autore NdR].

 

Mi piacerebbe considerare questo un intervento di servizio alla discussione. Proviamo a mettere in fila alcuni ragionamenti e discutiamone insieme per evitare anche di parlare troppo di temi di cui bisogna poi verificare la rilevanza politica. Lo dico anche perché in sé l’oggetto della discussione non è così originale. L’emergere di quelli che per semplificazione chiamiamo populismi è stato associato da tutti, anche dalla stampa mainstream, alla cosiddetta crisi del ceto medio, con un retropensiero abbastanza esplicito e ricorrente, per cui nella storia la crisi del ceto medio ha sempre anticipato grandi tragedie. Questo è un po’ il modo in cui questo tema viene normalmente agitato da tantissimi commentatori. So bene che non è una discussione solo (per così dire) accademica, nel senso di priva di conseguenze operative, dunque è importante il dove ci si collochi in questo quadro. Sono contento di aver sentito le testimonianze raccolte su Infoaut [sui gilet gialli] perché credo sia importante questo lavoro di inchiesta, e che scavi in profondità in particolare dove questo fenomeno assume un risvolto pubblico, collettivo e visibile, di lotta.

L’Italia è forse l’unico paese in cui una cosiddetta forza populista ha conquistato la maggioranza dei voti al punto da essere uno dei soci di governo (sul piano della contabilità elettorale il principale dei soci, anche se i sondaggi ci dicono essere ampiamente scavalcata dall’altro socio). Questo chiaramente pone a noi delle interrogazioni, uso un noi, non so se impropriamente, per indicare chi ha provato a dare, negli ultimi sei o sette anni dall’emergere di questo fenomeno – cosiddetto populismo – una lettura non appiattita sul senso comune della sinistra. E’ chiaro che oggi pone delle difficoltà a fronte di quello che vediamo accadere dentro il governo, per cui mi rendo conto che la cruna dell’ago è molto stretta. Mi rendo anche conto di parlare da un osservatorio limitato alla nostra provincia italiana. Siamo abituati a dire che esistono specificità sociali ed economiche anche situate nella storia e nella configurazione sociale dei diversi paesi. Quindi ci siamo anche abituati a considerare speciale e specifica la nostra situazione ma vediamo che processi poi così non dissimili esistono anche in altri paesi, bisogna indagare a fondo, la rivolta fiscale in Francia ad esempio ha una storia, non è un qualcosa legato solo alla crisi del ceto medio, però vediamo che sono questioni che riguardano problemi e argomenti che più o meno si propongono, certamente in forma specifica, nei diversi contesti nazionali ma li troviamo anche al di fuori dei nostri confini, perché son processi generali che hanno interessato il capitalismo negli ultimi 30 o 40 anni. Mi rendo conto che servirebbe una cornice più ampia ma, un po’ perché non sono in grado di farla e un po’ perché non possiamo parlare di tutto, alcune cose resteranno inevitabilmente fuori. Ultima premessa: vorrei dire che diamo per scontate alcune questioni di fondo, perché poi quando si parla di populismi e declassamento, ci si posiziona rispetto alla situazione reale che ti trovi davanti e quindi nascono sempre dei problemi, allora do per scontate, almeno in questa sede, alcune questioni di fondo. Ad esempio, che chi si colloca dalla nostra parte contrasterà sempre il razzismo, contrasterà sempre i decreti sicurezza e contrasterà sempre il sessismo, così come dò per scontato che qua dentro nessuno consideri i cinque stelle gli amici del popolo. Aggiungo anche che sono lontanissimo dal pensare che alcune questioni, ritornate di attualità e che si presentano in modo così forte nel nostro paese, penso alla questione della razza o ad aspetti anche valoriali, culturali, particolarmente sgradevoli e nefasti proposti dalle forze al governo, siano aspetti sovrastrutturali o culturali separati dalle questioni economiche che avrebbero invece carattere strutturale. Sono questioni assolutamente centrali che hanno una loro materialità che non voglio assolutamente sottovalutare. Quindi lo dico da subito, poiché sono personalmente tra quelli che sono stati convinti in questi anni, che comunque la sfida portata dai cosiddetti populisti dovesse essere riconosciuta, colta e abitata. Ci tenevo a fare questa premessa iniziale proprio per non dare adito a fraintendimenti su questo punto.

Primo tema, diciamo che per quanto riguarda il livello generale, la questione di fondo per quanto mi riguarda, la banalizzo, sia una sola: io credo che già a partire dagli anni 90 ossia dalla fine della prima repubblica, tutto il dibattito politico, le linee di appartenenza percepite e i fenomeni politici che si sono avvicendati o che sono emersi hanno molto a che fare con le trasformazioni, per velocità, del “ceto medio”, ovvero con la resistenza ai processi di decetomedizzazione. Era già questo la dialettica tra il centro sinistra e Forza italia (o generalmente il centro destra durante tutta la Seconda repubblica), perché questa era essenzialmente una dialettica tra due componenti portanti di una coppia di apparato ideologico, con una propria capacità di aggregare attorno a sé degli elementi, anche con degli interessi parzialmente differenti, che sono differenti frazioni di ceto medio. Ciò è vero oggi in misura ancora più forte, ma in uno scenario completamente mutato. Abbiamo così il voto alla nuova Lega, che è molto diversa da quella che conoscevamo negli anni Novanta, o il voto al Movimento cinque stelle. In altre parole la questione del ceto medio, i movimenti interni a questo grande agglomerato, a questa “insalata mista” di condizioni socio-professionali, è una questione di estrema importanza di cui noi (anche qua uso un “noi” abbastanza allargato) ci siamo occupati molto poco fino ad ora. Perché? Da una parte perché abbiamo sempre pensato che le classi medie fossero incapaci di un’espressione politica autonoma. Che quando il gioco si sarebbe fatto duro, nella polarizzazione di classe, sarebbero state attratte inevitabilmente in un campo o nell’altro, in una delle parti in conflitto oggettivo. Coloro che ci avrebbero seguito all’interno delle classi medie lo avrebbero fatto (come in parte avvenne negli anni 60 e 70) ma sulla base della nostra prospettiva di classe. Dall’altra parte, diciamo, che c’è anche una ragione più culturale: nonostante la maggior parte dei militanti, degli attivisti, per origine sociale provenga dalle classi medie (da molto tempo è così) queste ci hanno sempre fatto un po’ schifo, sul piano dei valori e degli stili di vita, qualcosa che abbiamo sempre visto di molto distante, salvo poi rientrarvi una volta stemperati i bollori giovanili.

Per entrare invece nel merito della discussione, non voglio addentrarmi sul dibattito sociologico di cosa sia il ceto medio nella sua crisi, diciamo che è uno dei temi più battuti, l’ho detto prima non c’è nulla di originale in quello di cui stiamo parlando, altri sarebbero in grado di farlo molto meglio di me, ci sono interi programmi di ricerca sul tema. Io credo anche che la buona ricerca sociologica universitaria su questo punto abbia prodotto cose abbastanza importanti, al limite credo sia utile andarsi a riprendere i contributi più intelligenti di questo dibattito, a Torino ad esempio suggerirei un confronto con Govanni Semi che su queste cose ha scritto cose interessanti. Di questo dibattito però mi interessa riprendere tre o quattro punti preliminari, altrimenti è difficile capirci.

Credo che il concetto di ceto medio vada distinto dal concetto di classi medie, ossia dall’insalata mista di professioni che occupano gli strati intermedi della gerarchia sociale. Dico questo perché il ceto medio contiene una dimensione soggettiva, prima di essere ceto medio ci si sente ceto medio (in termini di “appartenenza“, al di là degli elementi sostanziali). E quand’è che ci si sente o ci si è sentiti ceto medio? Quando ci si sente integrati, quando si è inseriti in una traiettoria relativamente stabile, quando si sente di poter migliorare grazie anche alle risorse che il sistema mette a disposizione alla propria condizione sociale. Per dirla con una battuta ceto medio, era anche l’operaio che grazie ai salari migliori e al welfare, ottenuti grazie alle lotte, poteva andare dai propri figli sperando di poter dare loro un’istruzione di medio o di alto livello, e sedersi a tavola e pensare di non essere né ricchi né poveri, ma di trovarsi nel mezzo. Mi scuso se non trovo immagini più efficaci ma credo che porre la questione in questi termini sia importante come antidoto verso alcune versioni semplificate di cosa sia il cosiddetto populismo e quindi quali siano le figure sociali concrete che ci troviamo di fronte e che sono una parte importante una base dei cosiddetti movimenti populisti. Ovviamente non significa che questo sentirsi integrati non abbia anche radici materiali, collocazioni dentro la stratificazione sociale; parlare di ceto medio significa sempre declinare insieme, allo stesso tempo, classe in senso sociologico e comportamenti di ceto.

Altro punto: il concetto di ceto medio è un concetto politico, molto più che sociologico ed economico, anzitutto perché il ceto medio è sempre stato costruito politicamente, è costruito attraverso contratti con il potere politico, allo scopo di costruire e mantenere un corpo intermedio in grado di depotenziare l’antagonismo di classe (parlo del ‘900). Questo processo è stato descritto in tanti modi, ad esempio se pensiamo alla diffusione dei ceti medi autonomi in Italia, come inserimento di forme di mobilitazione individualistica in seno alle classi popolari, questa era la visione di Pizzorno per esempio. O ancora, come è stato scritto, per fissarne la co-appartenenza con la classe capitalistica attraverso il salario di status, come venne detto da qualcuno: io ti compro, attraverso i contratti di servizio ti attribuisco delle funzioni e ti garantisco dei privilegi. È evidente che la crescita del ceto medio nella seconda parte del ‘900 ha avuto una funzione stabilizzatrice perseguita attraverso contratti espliciti o impliciti con il potere politico o con la classe dominante. Ovviamente la natura di questi contratti era diversa da paese a paese e queste differenze contano molto, ci dicono come mai la crisi del ceto medio ha dato vita a fenomeni diversi a seconda dei paesi in cui avveniva. Ad esempio in Francia la crescita dei ceti medi è venuta soprattutto a ridosso del ruolo dello stato, in Italia con modalità molto differenti, molto legati ad esempio ad alcuni caratteri strutturali del nostro apparato produttivo, alla nostra geografia dello sviluppo, e anche alla peculiarità delle nostre classi dirigenti nel secondo dopoguerra.

Mi scuso ancora per questa introduzione lunga ma dobbiamo chiarire di cosa stiamo parlando.

Non è che sia molto soddisfatto della categoria di crisi del ceto medio, mi dice molto poco, anche perché se noi prendessimo documenti degli anni ‘50, degli anni ‘70, potremmo dedurne che il ceto medio sia da sempre in crisi; sia sempre descritto come attraversato da processi che, soprattutto da parte nostra, sono stati letti come proletarizzazione, impoverimento, processi che in qualche modo lo avvicinavano al nostro campo. Preferisco fare riferimento, per la lunga stagione che va dagli anni ‘50 agli anni ‘80 del secolo scorso in Italia, di un grande periodo di cetomedizzazione, un espressione di De Rita, tra l’altro trovo molto brutta, però ha anche dei meriti, il primo dei quali è quello di evidenziare il carattere processuale e in divenire, il “ farsi” del ceto medio in diversi settori della società italiana. Questo processo ha avuto diversi fattori, diversi motori a monte; ne cito alcuni non per prurito analitico ma per porre in primo piano il fatto che questo processo non ha prodotto una classe media omogenea e dotata di una propria ideologia e di una propria rappresentazione unitaria, ma piuttosto ha prodotto quella che efficacemente è stata definita una insalata mista di condizioni socio-professionali. Serve anche ad evidenziare le gerarchie: parlare di ceti medi, nel senso di prima, come dicevo significa parlare di quell’operaio che riteneva di aver raggiunto quella condizione di integrazione, e ovviamente delle figure normalmente associate ai ceti medi: i professionisti, i dirigenti, i tecnici, impiegati pubblici, come i piccoli imprenditori, la piccola borghesia tradizionale. Questi motori (produttori di ceto medio) sono stati diversi. Cominciamo col dirne uno di cui si parla poco, che è il motore geo-politico. L’Italia ha goduto di una rendita politica durante la seconda metà del 900, e questo è un aspetto abbastanza importante; nel campo occidentale innanzitutto era un paese di confine con il blocco socialista, poi era forse il paese col movimento operaio più organizzato, certamente con una delle classi operaie più combattive. Alle classi dirigenti italiane sono state permesse scelte volte proprio a depotenziare questa specificità. Rendita politica che è finita evidentemente tra il 1989 e il 1991, quando l’Italia ha potuto usare in modo anche abbastanza spregiudicato ad esempio la politica monetaria, per sostenere i redditi di settori importanti della sua economia e delle società che a questa economia erano correlate, le famose svalutazioni competitive. C’è stato poi, certamente, un motore economico legato allo sviluppo dell’industria e dell’urbanizzazione, perché lo sviluppo dell’industria e delle organizzazioni manageriali e burocratiche ha moltiplicato le figure dei tecnici, degli impiegati, di capi e anche le funzioni urbane di gestione del territorio e dei servizi collettivi. E tutte queste figure andavano rese fedeli al padrone individuale e collettivo. Qui va detta una cosa, che questa frazione in Italia non è molto forte, l’Italia è un paese che all’interno della sua stratificazione sociale ha questa classe media legata al mercato, legata alla grande impresa, inferiore ad altri paesi. C’è stato un motore politico in senso stretto perché a produrre cetomedizzazione in Italia sono state anche e soprattutto le lotte operaie e sociali del lungo ‘68, che consentivano l’accesso a salari più alti e l’ampliamento di un salario di riproduzione che poteva essere poi a sua volta reinvestito in progetti di mobilità sociale, personale e dei figli. Ci sono stati dei motori regolativi che hanno assunto molte forme. Una di queste è la progressiva cooptazione del sindacato nei patti neocorporativi a favore di alcuni settori della forza lavoro a scapito di altri, l’Italia ha sempre avuto un dualismo strutturale nel mercato del lavoro. Una seconda forma è l’incentivazione al lavoro autonomo e alla micro-impresa. I contratti impliciti di incentivazione di questa mobilitazione individualistica si chiamavano negligenza benevola in materia fiscale, si chiamavano premio previdenziale, una pensione bassa che era comunque superiore ai contributi che avevi versato, si chiamavano accesso alle componenti universali del welfare a cui contribuivi meno di altri. Questa componente dei ceti autonomi indipendenti, del lavoro autonomo di prima generazione, e poi come verrà definito in seguito, di seconda generazione, con delle caratteristiche completamente differenti, è invece ciò che distingue essenzialmente la cetomedizzazione italiana da quasi tutti gli altri paesi: tenete conto che il lavoro indipendente in Italia, dal 1970 agli anni ‘90, passa dal 15% al 25% del totale della forza lavoro. Queste dimensioni non le ritroviamo in nessun altro paese industrializzato se non dove abbiamo la sopravvivenza di agricoltori, coltivatori diretti, ad esempio in Grecia. Terzo contratto esplicito, è lo sviluppo del welfare e dei settori della riproduzione. Teniamo conto che in Italia anche queste sono forme sottodimensionate rispetto ad altri paesi per la specificità del nostro modello sociale – chiamiamolo regime di welfare – perché il welfare in Italia si è basato più sui trasferimenti monetari e su benefit categoriali selettivi che non di tipo universale; molto come sappiamo sulle risorse familiari e sul lavoro gratuito delle donne. Ciò nonostante però è cresciuto. Negli anni 60 e 70 c’è stata anche la crescita di un settore anche professionale di tipo riproduttivo, dapprima legato allo Stato e poi sempre meno legato allo Stato, che ha significato anche creazione di posti relativamente qualificati, ha significato negli anni settanta anche un uso politico del concorso pubblico come possibilità di accesso e di depotenziamento di alcuni strati radicalizzati di lavoratori intellettuali in formazione dentro il movimento, in un periodo in cui iniziava a crescere anche la disoccupazione giovanile.

Tutto questo cosa ci dice? Primo, che questa cetomedizzazione era fatta di tante cose, era un processo complesso che non ha prodotto una classe media omogenea. In secondo luogo, e per me è la cosa più importante, che ha riguardato larghe componenti delle classi popolari e della stessa classe operaia. In terzo luogo: se non guardassimo solo al tipo di contratti, ai fattori che hanno portato alla crescita di ceto medio ma guardassimo alle pratiche, ai valori, ai comportamenti, ciò che concretamente ratificava anche simbolicamente questa ascesa sociale, vedremmo che queste cose sono state cose molto importanti e che dopo hanno iniziato ad essere sotto attacco. Prima di tutto l’accesso di massa alla proprietà immobiliare, alla casa; nessun altro paese occidentale ha una percentuale di popolazione proprietaria di casa come in Italia. Poi il finanziamento del risparmio attraverso il debito pubblico: i bot, che negli anni ‘80 erano un classico strumento di accumulazione diffusa di questo nuovo ceto medio. E poi certamente ha voluto dire anche la possibilità di qualificarsi nei consumi, la possibilità di poter dare un’istruzione, almeno di livello medio (ma sempre più di livello universitario) alle generazioni entranti anche di origine operaia. Se non guardassimo all’insieme di questi processi, alla loro complessità e a quali aspetti rischiano di venir meno e a quali che effettivamente sono venuti meno, si faticherebbe a cogliere il processo inverso che per simmetria preferisco chiamare de-cetomedizzazione piuttosto che declassamento tout court. (Magari dirò dopo perché preferisco chiamarlo così, non per fare gli originali ma per mettere in evidenza questo carattere processuale). Diciamo una cosa fondamentale, che in Italia questo processo diffuso di cetomedizzazione è partito dopo e si è prolungato fino agli anni 80/90. Anche perché gli effetti espansivi del reddito e la possibilità di accedere a quei benefit sociali, prodotti dal ciclo di lotte del lungo ‘68, vengono ratificati alla fine degli anni ‘70 e durante gli anni ‘80. Gli anni ‘80 sono stati gli anni di corsa all’acquisto della casa, la corsa al bot, e nonostante i rapporti di forza si fossero già invertiti, si faticava ancora a rendersene conto, si vedeva l’indebolimento strutturale, la disarticolazione e la riduzione quantitativa e numerica del soggetto che era stato al centro del ciclo di lotte precedenti, ma non si vedeva ancora fino in fondo questa inversione di tendenza. Certamente da un certo punto in poi il costo della riproduzione politica di questo ceto medio, il costo di questi contratti, ha iniziato a diventare superfluo perché non c’era più bisogno di disinnescare alcun assalto al cielo, alcuna minaccia operaia. Esso ha finito per diventare in qualche modo insostenibile, quindi si apre un lungo ciclo che appunto chiamo di de-cetomedizzazione, nel senso del venire meno di quegli stessi fattori che avevano prodotto un ceto medio così ampio e diffuso che, secondo alcuni analisti, per quello che valgono questi ragionamenti, includeva oltre la metà della popolazione italiana. Anche in Italia si era arrivati ad una grande pancia mediana relativamente consensuale rispetto allo status quo.

Anche la decetomedizzazione ha avuto i suoi motori, alcuni sono speculari, altri sono di tipo nuovo. Ora quelli geopolitici mi sembra che sia inutile richiamarli. L’89 e il ‘91 hanno cambiato completamente la scena. La rendita politica dell’Italia si è chiusa con gli anni ‘90. Da allora non è stato neanche più possibile, soprattutto dopo l’ingresso nell’euro dieci anni dopo, usare lo strumento della politica monetaria per sostenere l’industria italiana, la sua capacità competitiva sui mercati internazionali. Ovviamente mi sembra inutile parlare anche dei motori di de-cetomedizzazione politici, con l’arretramento dell’iniziativa di classe e anche delle condizioni sociali, l’indebolimento strutturale della grande parte proletaria rispetto all’altra parte. Penso ci sia un altro fattore importante di cui parliamo molto poco che è il motore tecnologico, non voglio dilungarmi ma ci sarebbe un campo sconfinato di riflessioni da fare su questo tema. Noi amiamo molto parlare del contro-uso delle nuove tecnologie, sentivo che si citava anche prima l’“uso proletario di internet”. Io sono molto d’accordo, i movimenti, i soggetti quando si riappropriano di protagonismo, trovano la capacità di utilizzare l’apparato tecnologico che viene messo a disposizione dalla controparte per i propri scopi, però la rivoluzione tecnologica, che è partita già prima negli anni 70 con i grandi investimenti in ricerca e sviluppo, e poi sviluppatasi negli anni 80 e 90, ha avuto come scopo anche la disarticolazione del potere della nostra parte, del potere dei lavoratori, ed è stato anche un importante fattore di disarticolazione del processo di cetomedizzazione. Non mi dilungo ma ci sono tantissimi documenti, anche analisi di ricercatori assolutamente mainstream che mostrano molto chiaramente come gli effetti della diffusione delle nuove tecnologie colpiscano soprattutto gli strati dei gruppi professionali di livello intermedio e iniziano a colpire anche quelli di livello molto alto. Credo che questo sia un fattore fondamentale su cui dovremmo tornare, anche perché soprattutto quei gruppi che vanno a bloccare le strade in Francia molto spesso sono gruppi intimoriti dalla nuova configurazione dei modelli di produzione che vengono portati avanti, hanno paura di essere spiazzati, spiazzati professionalmente, spiazzati perché resi superflui dalle nuove tecnologie nel senso di disintermediazione e di ridislocazione. Son fattori molto importanti. Io mi rendo conto che in questo modo si rischia di avvalorare uno dei sentimenti più reazionari che la storia ci abbia consegnato, la tecnofobia; non sto parlando di questo, però non possiamo non renderci conto che questo è stato un fattore importante di disarticolazione, destrutturazione di quel processo di cetomedizzazione. Poi abbiamo avuto tante altre cose, è stato un processo molto lungo, la finanziarizzazione del risparmio, del mattone, in Italia è stato un fenomenale processo di rimessa in discussione, di destabilizzazione di quelle strategie di risparmio, di accumulazione diffusa. E questa è una cosa da tenere in conto nel dibattito sull’eccessivo debito pubblico italiano, che è un dato, dal punto di vista della contabilità nazionale, assolutamente reale ma che fa da contraltare al fatto che proprio questa specifica composizione di ceto medio è una delle meno indebitate del mondo, noi parliamo spesso dell’uomo indebitato e facciamo bene, però è una delle popolazioni con la ricchezza privata più alta. Qui c’è molto da spolpare, e questa è una delle grandi questioni che ci troviamo di fronte oggi ed è anche una delle contraddizioni che oppone quei signori che bloccano le strade o che votano quelli che hanno votato anche in Italia, per esempio all’Unione Europea. Ci sono dei processi complessivi per cui la gestione del debito pubblico, le politiche che vengono considerate giuste, coerenti, sono quelle che in qualche misura tendono a minacciare questo senso di stabilità, questi beni-rifugio che hanno fornito e dato riparo nel processo oggettivo di perdita della capacità di riprodurre in forma espansiva la propria ascesa sociale, ecc. E poi c’ è la perdita di stabilità, di protezione politica, ce n’è uno, che forse per noi è il più importante di tutti, che è la rottura certamente selettiva, che non vale per tutti, del nesso tra investimento educativo eaccesso a posizioni sociali congrue. Uno dei grandi fattori di questo declassamento è stato, a mio modo di vedere, l’inflazione e la svalorizzazione delle credenziali educative. Il titolo di studio che vale sempre meno. E questo ha voluto dire anche un’inversione delle aspettative legate agli stessi investimenti educativi. Riprendendo la famosa canzone, l’operaio finalmente avrà il figlio dottore, peccato che s guadagnerà meno di lui e sarà costretto a “meritarsi” quotidianamente l’inclusione lavorativa e professionale. L’altro dato di fondo, e qua ritorna l’uso politico delle tecnologie, è che siamo tutti messi al lavoro, con tante forme, tanti livelli di produttività, livelli di fatica e di alienazione molto superiori a quelli sperimentati dalle generazioni passate.

Questo quindi per sottolineare che la de-cetomedizzazione è stato un processo con tanti fattori, è un processo in cui siamo tuttora immersi, personalmente credo che non abbiamo visto ancora molto, tutto sommato.

La ragione per cui preferisco parlare di decetomedizzazione anziché di crisi di ceto medio (o di proletarizzazione o di declassamento) è per dare innanzitutto un senso processuale, per indicare un ciclo lungo, e perché mi sembra di dover mettere in evidenza alcuni aspetti soggettivi. Quello che chiamiamo declassamento attiene molto più alla dimensione delle aspettative, di quanto attiene ai processi materiali. Se il processo di cetomedizzazione era produzione del sentirsi inclusi e integrati, inseriti in una traiettoria stabile, il processo di decetomedizzazione è anzitutto la rottura di questo aspetto. Per esempio (non è che sia appassionato di queste cose ma serve per darci una misura), c’è un centro studi che realizza periodicamente un’indagine sulla popolazione italiana in cui chiede alle persone a quale gruppo sociale ritengano di appartenere, fino al 2007 il 60% riteneva di appartenere al ceto medio, oggi invece questa percentuale è scesa al 40%. Io credo che a rompersi siano stati soprattutto quei dispositivi di integrazione e di aspettative crescenti, però attenzione – e penso che questo per noi sia un fattore importante – mi sembra si possa dire che si sia rotto un altro aspetto determinante della costruzione del ceto medio, quella che prima ho chiamato la co-appartenenza con le classi dominanti e con i gruppi al potere. Il progetto democristiano che ha governato tutta la prima repubblica e che Renzi, secondo me anche intelligentemente, ha provato a riprodurre nella sua breve stagione, era nient’altro che un progetto di distribuzione selettiva mirata, volta a creare questa co-appartenenza tra il partito degli affari e questa cetomedizzazione diffusa. Io credo che questa cosa sia entrata profondamente in crisi, e questo (scusate il gioco di parole) credo sia il principale lascito che la crisi apertasi nel 2008 ci consegna anche ai nostri giorni. Detto ciò il decetomedizzato non è necessariamente un declassato, perché spesso i suoi risparmi li ha mantenuti, anche se sovente li sta usando per finanziare il proprio tenore di vita o finanziare la riproduzione delle generazioni entranti, per i suoi figli, sostenere le strategie del restare ceto medio in riferimento ai figli. Le case le ha ancora, hanno perso valore però le ha ancora, dunque non è sempre un impoverito, non è sempre un declassato, con questo sillogismo comunicheremmo immagini fittizie e descriveremmo scenari pre-apocalittici che non sono nelle cose, almeno questa è la mia opinione. Dopo di che, delle parti si sono impoverite sul serio, e allora perché parlare comunque di decetomedizzazione? Perché pur essendo declassato, pur essendo impoverito, i suoi valori e le sue aspettative rimangono quelle del ceto medio. Intendo dire che tutti gli sforzi che compie questo declassato, i suoi investimenti o le sue scelte professionali, sono permeati dalla volontà di restare ceto medio, va giù ma rimane con la testa rivolta verso l’alto, da dove proviene. Dunque pensiamo a che cosa significhi o cosa ha significato restare ceto medio per esempio in termini di soggettivazione delle componenti istruite, in crescita, nei settori del lavoro della conoscenza: accettazione di condizioni sgradevoli e tutt’altro che desiderabili, spesso lavoro gratuito e volontario. Magari hanno la possibilità di percepire redditi migliori e condizioni più stabili, però preferiscono per questioni di status non opporsi. Tutti questi aspetti, questi cicli, vanno inquadrati nei grandi cambiamenti e nelle grandi trasformazioni di fondo del capitalismo, dal mio punto di vista questo ceto medio è pienamente parte integrante di una nuova condizione proletaria, è parte di quello che il nostro maestro chiamava l’iper-proletariato del nuovo capitalismo, che da tempo non è fatto più dal solo lavoro esecutivo, dal lavoro manuale dell’industria e dei servizi. Intendo dire che dentro questo processo abbiamo quella che è la condizione baricentrica, proletaria, dei paesi a capitalismo avanzato. E’ difficile avere un progetto di trasformazione sociale, un progetto di cambiamento, anche di rilancio della prospettiva di classe, senza tener conto di queste specifiche connotazioni assunte dalla macro-classe proletaria nei paesi a capitalismo dispiegato e maturo. Quindi è importante rimarcare la questione del ceto medio ma sapendo che stiamo parlando di un pezzo determinante della nostra parte.

Per quanto riguarda le conclusioni voglio dire quattro cose abbastanza al volo.

Prima di tutto sul come mai questo processo non è stato intercettato da una forza politica “di sinistra”, almeno dal punto di vista della rappresentanza elettorale, e come mai non è stata intercettata neanche dalle aree di movimento, se non in modo molto sporadico, se non quando siamo stati in grado di creare su specifici temi delle forme di ricomposizione. La decetomedizzazione ha decretato la morte o un ridimensionamento significativo delle forze politiche eredi della tradizione socialdemocratica, comunque della sinistra politica del 900, ma non ha gonfiato le piazze, è una questione molto importante. A me sembra che la sinistra in questi due o tre decenni abbia dapprima difeso alcune delle frazioni del ceto medio, abbia difeso il patto concertativo che sostanzialmente collegava le organizzazioni della grande impresa e del lavoro pubblico e lavoratori della grande impresa; e poi è entrata in connessione sentimentale con alcuni settori, chiamiamolo così, dei lavoratori della conoscenza istruiti ma abbastanza precarizzati, se pensiamo alla piazza, nel momento forse di massima mobilitazione di sinistra che abbiamo visto negli ultimi venti anni, nel 2003, tutti schierati contro la guerra ma soprattutto alla mobilitazione con Cofferati, i tre milioni che si trovarono al Circo Massimo per l’articolo 18, avevamo sostanzialmente un’alleanza tra quei due mondi. Penso ci siamo occupati complessivamente molto poco di questi altri strati, di questa altra composizione di ceto medio neoproletario. Abbiamo preso anche degli abbagli, come nel caso delle componenti più avanzate ed evolute del lavoro cognitivo, quelle che erano in grado di esercitare un effettivo potere sui nuovi processi di produzione del nuovo capitalismo. Abbiamo preso degli abbagli perché ne abbiamo sopravvalutato la forza, io penso che questi settori in Italia siano stati e siano tuttora abbastanza periferici. Soprattutto non ci siamo resi conto, forse anche per la loro debolezza o perché da questi settori emergono anche le minoranze critiche che hanno animato i movimenti - ma le componenti maggioritarie, uso qui una bella espressione di Rita Di Leo, sta vendendo algoritmi al potere, non so se la metafora è chiara, si colloca in un campo in cui non c’è l’ambivalenza che abbiamo ricercato. Io vorrei però anche su questo essere abbastanza chiaro: sono convinto che solo da questi settori possano arrivare delle contro-élite in grado di porsi alla guida anche dei movimenti del futuro, di processi di ricomposizione sociale, quindi a noi interessa tantissimo ciò che si muove nelle componenti avanzate del lavoro cognitivo, però ragioniamo di minoranze critiche, di contro-elite, non parliamo della forza d’urto che ci pare oggi di intravedere in fenomeni di cui certamente non bisogna esaltarsi, pensiamo alla Francia bloccata così dai gilet gialli (1), ma di cui bisogna leggere le ambivalenze, così come non è che ci siamo esaltati quando abbiamo visto il nove dicembre dei forconi. Abbiamo sempre preferito chiamarlo #9D a Torino, per distinguerlo da altre mobilitazioni più strettamente legate ad alcune componenti del lavoro autonomo o degli autotrasportatori in altre parti di Italia. Io credo che la grande iattura che ci consegni questo ciclo di de-cetomedizzazione è la profonda separazione, per certi versi la segregazione sociale che inizia ad essere una grande segregazione spaziale, ragioniamo sulla geografia del movimento dei gilet gialli, ragioniamo anche sulle nostre geografie territoriali, che secondo me sarebbe riduttivo contrapporre provincia e metropoli. Cominciamo a vedere cosa significano in termini sociali processi di periurbanizzazione, di periferizzazione, cosa sono le aree “di provincia” ex industriali, che in qualche modo vedono una forte presenza di questi ceti. Perché è una iattura? Perché è molto difficile schierare insieme queste composizioni de-cetomedizzate con quelle istruite, magari precarie. E non sto parlando delle elite, di quelli che vendono gli algoritmi al potere, sto parlando di quelli che banalmente sono i gruppi maggioritari del lavoro, anche cognitivo, perché sempre più spesso parliamo di professioni intermedie, di tecnici, di infermieri, di operatori sociali, delle professioni del welfare, di tutte queste figure di oggi che sono istruite, in prospettiva avranno una laurea, ecc… Perché ciò è importante? Perché da questo strato inferiore di lavoratori della conoscenza provengono anche i quadri, i gruppi che hanno promosso ad esempio la scelta politica dei cinque stelle, andatevi a vedere i curriculum professionali degli eletti a Torino nel consiglio comunale, sono questa cosa qui. E’ una iattura perché è difficile schierare queste componenti, per esempio, rispetto alle componenti con più basso titolo di studio, più genuinamente operaie, perché sono fratture che ormai si sono consolidate ed è difficile trovare delle faglie diverse da quelle distributive, in grado di ricomporle. Questo credo sia un grandissimo problema.

Per arrivare alla conclusione, visto che dovevamo parlare di coalizione giallo-verde, la de-cetomedizzazione non è mica stato un processo che non ha incontrato ostacoli, è stato un processo tutt’altro che risolto e che ha trovato molta più resistenza di quanto normalmente si dica. Perché prima di tutto la funzione di questi ceti è importante, banalmente, nel meccanismo riproduttivo complessivo, anche per la capacità di consumo, è comunque una componente che continua ad essere importante dal punto di vista del consenso politico. Questo ha conferito una certa forza elettorale, in grado di tradursi anche in potere vulnerante. È chiaro però che rispetto agli anni novanta e duemila è cambiata completamente la dialettica tra questi gruppi. Io penso che il centrosinistra tra gli anni novanta e duemila rappresentasse essenzialmente le frazioni di ceto medio legate al lavoro pubblico o alla grande impresa, che poteva ancora avvalersi di quel residuo di concertazione che consentiva in qualche misura di gestire i processi di deindustrializzazione. Penso che il centrodestra sia stato molto più espressione di un ceto medio più legato alla piccola impresa, anche agli operai della piccola impresa, che più o meno avevano gli stessi ideali, gli stessi valori, gli stessi sogni dei loro padroni, e questi sono aspetti che dobbiamo considerare molto importanti, in un contesto ancora di relativa tenuta, in un gioco competitivo tra queste due frazioni, una contrapposizione giocata soprattutto in termini di valori e termini culturali. Penso che la svolta del quattro marzo, delle elezioni, abbia rappresentato un fatto abbastanza nuovo, perché penso che tutto sommato si siano portate al governo rappresentanze dirette di questi gruppi de-cetomedizzati. I cinque stelle sono l’espressione più genuina di questo processo, ne riflette tutte le contraddizioni, ne riflette gli aspetti anche più deteriori e inquietanti che devono legittimamente preoccupare. Riflettono però anche una profonda domanda di redistribuzione, una domanda neoriformista di tutela che incorpora altre istanze che sono agitate in modo molto confuso dal M5S, che probabilmente non se ne è neanche reso conto, di quanto alcuni dei temi che ha contribuito a portare al centro del dibattito potrebbero scavare in profondità e sollevare alcune delle questioni di fondo del capitalismo dei nostri giorni: dal tema dell’ambiente al tema delle tecnologie e anche del lavoro. Noi dobbiamo tendere a separare nettamente tutto questo retroterra da cosa materialmente fa la coalizione giallo-verde, non devo ripetere se siamo amici o nemici, è un aspetto assolutamente poco importante per come la vedo, perché penso che quell’esperienza sia marchiata da questa domanda sociale; ciò pone i 5S in oggettiva difficoltà, per cui in quel consorzio di governo sono per forza la parte perdente, si portano dietro questa domanda che non è soddisfabile, pone questioni molto radicali che loro non sanno neanche sviluppare e che nella loro proposta politica tendono a depotenziare, ad annacquare o peggio a trasformare nel loro contrario. La proposta del reddito di cittadinanza da questo punto di vista è esemplare. E’ una questione in cui si combinano elementi di welfare e istanze moderatamente anti-lavoriste. Ho presente le reazioni di alcuni opinion maker di regime, ad esempio, sulla cosiddetta pensione di cittadinanza criticata per il fatto di slegare il reddito dalla carriera lavorativa. E’ chiaro che questi temi siano entrati nell’agenda ed è questo l’aspetto che secondo me rende tuttora abbastanza indigeribile quel tipo di proposta politica.

Io chiuderei con una domanda. La coalizione giallo-verde, con i primo DEF, tutto sommato non ha proposto niente di eccezionale, una manovra con un rapporto deficit/pil che sforava rispetto agli indirizzi dati, ma tutto sommato ben poca cosa. Hanno avanzato proposte abbastanza misere rispetto alle aspettative che essi stessi avevano contribuito a suscitare, che però contengono un’istanza redistributiva, contengono in qualche misura delle risposte ad una domanda. A fronte di ciò devo dire che personalmente non avevo mai visto un fuoco di fila di questo tipo, una pressione così prolungata, continuativa, rivolta soprattutto verso i cinque stelle. È bastato veramente così poco per attivare una procedura di infrazione? Cos’è che rende così indigeribile questa proposta, qual è la posta in palio? Io credo queste siano alcune delle domande che obbligatoriamente dobbiamo porci. Mi pongo anche il problema del giorno in cui questa coalizione si romperà … Molti credono che si stia costituendo un blocco sociale intorno alla coalizione giallo-verde, io penso di no, però vedremo. Molto dipenderà dai segnali economici che abbiamo davanti, di una probabile fase recessiva ormai data per certa da tutti, di un venir meno di quel momento di tregua fortemente finanziato dalle scelte politiche a livello europeo e dalla Bce, molto dipenderà da questo. Non facciamoci però film che non esistono, il crollo della coalizione giallo-verde non libererà un’alternativa cosiddetta di sinistra. Dietro Di Maio non c’è nascosto Sanders, come forse molti si illudono. Penso che invece la cosa per noi più importante su cui riflettere è che mi sembra che questo processo di de-cetomedizzazione abbia una sua stabilità, al di là del fatto che questa prima “onda populista” (come ha detto Raffaele Sciortino) probabilmente si esaurirà. E qua si tratta di compiere delle scelte, come si abita questo processo? Non voglio neanche sottovalutare la possibilità di una svolta reazionaria dovuta all’incanalamento del risentimento di questi ceti in una prospettiva apertamente nazionalista. Però partiamo dalla frattura che si è consumata, io penso che la de-cetomedizzazione sia soprattutto il consumarsi di una frattura, nel senso della fine della co-appartenenza culturale, simbolica, ideologica, tra questi strati, che formano una parte significativa della condizione proletaria odierna, e le classi dominanti. Credo che questo sia il cuneo in cui bisogna avere la capacità di inserirsi, come non lo so: è chiaro che se avessimo le risposte a queste domande avremmo fatto molti passi avanti.

Salvatore Cominu, 29/11/2018

1 Al momento del dibattito il movimento dei Gilets Jaunes era alle sue espressioni iniziali e doveva ancora assumere i caratteri generali e di radicalità assunti in seguito.

 

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