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Articoli filtrati per data: Friday, 14 Dicembre 2018

"Noi non è che cerchiamo delle case per delle persone, che poi diamo a qualcuno...Questo non è un mestiere, né un lavoro. E' una cosa fatta da tutte quante le persone che vogliono mettersi insieme per essere meno deboli".

Sono le parole di Nicco, un esponente del Comitato Abitanti Giambellino Lorenteggio, accusato insieme ad altri 8 compagni e compagne, secondo una montatura giudiziaria, di gestire il racket delle occupazioni delle case vuote di Aler. Ieri un partecipato corteo ha attraverso il quartiere della periferia milanese per rispondere all’operazione di polizia. Prima nel corso della conferenza stampa indetta dal Comitato posto sotto inchiesta si è presentato anche Nicco, al momento ancora ricercato non essendo stato raggiunto nel suo domicilio dalla polizia che avrebbe dovuto eseguire il mandato di arresto. Parole chiare le sue e quelle degli altri membri del Comitato di lotta del Giambellino: dove lo Stato è presente solo nella forma della polizia allora le persone si organizzano e difendono, perché nessuno finisca in mezzo a una strada. Non per tornaconto personale ma perché uniti si vince.

 

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Asya Ali Muhammed (73 anni), Narinç Ferhan Qasım (26 anni), Eylem Muhammed Emer (23 anni) e Evin Kawa Mahmud (14 anni). Sono questi i nomi delle quattro donne massacrate ieri dall'aviazione di Erdogan nel campo profughi di Maxmur - nuova azione turca di alto profilo in territorio irakeno dopo l'assassinio lo scorso agosto di Zeki Sengali, comandante del PKK e responsabile del salvataggio di migliaia di ezidi dal tentativo genocida dell'ISIS nel 2014.

L'intera popolazione del campo è scesa in strada ad urlare la propria rabbia contro l'aggressione, raggiungendo e circondando l'ufficio delle Nazioni Unite (organo che formalmente supervisiona l'insediamento) per condannarne il silenzio. L'ennesimo affronto subito dagli abitanti di Makhmur in 25 anni di esistenza e resistenza a carnefici di ogni tipo.

Non c'è solo quest'episodio a confortare l'assunto che gira in queste ore in rete "la Turchia sta cercando di portare a termine quello che l'ISIS non è riuscito a fare". Oggi infatti - dopo svariati mesi di guerriglia funestati da agguati, tempeste di sabbia e dalle innumerevoli vessazioni turche su tutto il lunghissimo confine della Siria del nordest - le SDF curde ed arabe hanno espugnato il quartier generale del califfato di Hajin, accerchiando i militanti superstiti dell'organizzazione in pochi chilometri quadrati nel mezzo della valle dell'Eufrate. Ma le rinnovate minacce di Ankara alle città del Rojava possono ora sfociare in una pugnalata alla schiena dell'unica forza democratica che abbia affrontato l'ISIS sul campo, proprio mentre si contano i morti del nuovo attentato a Strasburgo.

Il tutto da considerarsi nel progetto neo-ottomano e suprematista di Erdogan, continuato a tutto spiano nel 2018; dall'invasione su larga scala di Afrin da parte delle forze turche e jihadiste (quotidianamente nel mirino dei partigiani curdi: l'ultimo bilancio è di cinque soldati turchi uccisi nella giornata di ieri) a quella più in sordina delle aree montane del Kurdistan Iracheno (in cui la corrotta dinastia Barzani si perpetua nei palazzi di Erbil), senza contare le provocazioni contro Cipro e Grecia nel Mar Egeo.

Un crescendo a cui i governi europei rispondono come nel '39: con l'appeasement ed il silenzio assenso. Ma se non altro Hitler non godette dei sei miliardi di euro elargiti dalla Bruxelles di Moscovici sulla pelle di curdi, arabi ed abitanti del vecchio continente.

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A Roma la polizia blocca gli studenti che volevano arrivare al Viminale. In risposta gli studenti si muovono in corteo fino alla Sapienza dove, insieme agli universitari, occupano il Lucernario. A Milano studenti in corteo. Nella notte azione in un istituto tecnico.

Roma - Oltre cento studenti si ritrovano a Piazzale Tiburtino dopo settimane di occupazioni delle scuole e di intimidazioni e sgomberi da parte della polizia. Anche oggi le forze dell'ordine hanno impedito agli studenti di muoversi in corteo verso il centro della città. L'obiettivo era quello di raggiungere il Ministero degli Interni per contestare le politiche securitarie di Salvini. Gli studenti si sono così diretti in corteo fino alla Sapienza dove, insieme agli studenti universitari, hanno occupato temporaneamente il Lucernario. Il Lucernario è uno spazio abbandonato dell'università Per diversi anni è stato occupato dai collettivi universitari. Dopo diversi sgomberi l'amministrazione della Sapienza fece partire dei lavori abbandonati, volontariamente, a metà. Dal rettorato nelle ultime settimane sono arrivate anche minacce di sgombero per un altro spazio occupato della Sapienza, il 3 Serrande. L'azione di oggi è stata anche l'occasione per dare al rettore una risposta chiara. Gli spazi vanno riempiti, non lasciati al degrado e all'incuria.

Milano - Qualche centinaio di studenti hanno attraversato la città partendo da Largo Cairoli. Lungo il percorso del corteo aperto dallo striscione "Liberi di protestare, legittimati a ribellarci" è stato bruciato un manichino di Salvini. Nella notte gli studenti del istituto tecnico Steiner hanno lasciato delle macerie di fronte al cancello della propria scuola, per denunciare la fatiscenza dell'edificio. "Che crolli il governo, non la scuola" è lo slogan che accompagna il comunicato degli studenti. 

studenti milano copia

 

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in SAPERI

Migliaia di persone hanno manifestato per le vie di Budapest contro il provvedimento del premier ungherese Orban di alzare la quota di straordinari dalle attuali 250 a 400 ore annuali.

Questa la misura più controversa all'interno di un pacchetto di riforma del lavoro, che comprende anche la dilazione dei pagamenti degli straordinari fino a tre anni e l'imposizione di un regime di contrattazione individuale tra lavoratore e azienda.

La legge è stata definita “Slave Law” da parte dei manifestanti, che si sono confrontati per ore con la polizia nella notte, dopo il corteo. Gli scontri hanno portato ad un bilancio di circa 30 feriti, con le forze dell'ordine che hanno utilizzato lacrimogeni e gas urticante per sgomberare la folla, che aveva anche occupato due dei ponti che collegano le due aree della città divise dal Danubio.

La riforma è ancora più odiosa poiché motivata dalla mancanza, secondo il governo, di lavoratori da impiegare nelle fabbriche rispetto al lavoro disponibile. Quello di Orban è però lo stesso governo che si oppone alla ricollocazione dei migranti nel paese: il razzismo istituzionale ancora una volta si dimostra funzionale allo sfruttamento dei lavori, “nativi” o migranti che siano.

Il governo ha bollato come “uomini prezzolati da Soros” i manifestanti, che hanno ripetutamente dato del dittatore ad Orban, ribattezzato Vik-Ta-Tor, mentre venivano respinti dalla polizia davanti al Parlamento. Nella giornata di oggi alcuni giornali vicini a Fidesz, il partito di Orban, hanno pubblicato alcune foto dei manifestanti chiedendo la collaborazione dei cittadini per la loro identificazione.

Con il pacchetto di riforme Orban prosegue la torsione in senso autoritario del paese, all'insegna di quella “democratura” che a fronte di un formale assetto democratico del paese riveste sempre più pulsioni e pratiche autoritarie.

Tra le motivazioni della protesta c'è anche l'istituzione da parte del governo ungherese di una sorta di sistema giudiziario parallelo per quanto riguarda temi come la legge elettorale, la corruzione e le manifestazioni di piazza. Con questo sistema il governo potrà decidere sull'assunzione e la promozione dei giudici, togliendo questa prerogativa al sistema giudiziario.

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Un modo di presentarsi coerente alle attese. Jair Bolsonaro, neoeletto presidente brasiliano, noto negazionista climatico, ex parà, ostile ad ogni avanzamento in tema di diritti civili, come primo atto del suo governo di fatto “impone” l'emissione di un mandato d'arresto nei confronti di Cesare Battisti.

 

A chiedere l'arresto di Battisti è stato un magistrato del Supremo Tribunale Federale (Stf) brasiliano, Luis Fux. La motivazione è il “pericolo di fuga”. Una motivazione alquanto bizzarra dato che non è tanto Battisti intenzionato a spostarsi dal Brasile quanto lo è il pressing italiano, e in particolare di Matteo Salvini, ad ottenere l'estradizione.

Lo stesso Fux ha revocato una sentenza che lui stesso aveva emesso nell'ottobre 2017, giusto per fare capire quanto sia rapida la Giustizia ad accordarsi ai cambiamenti nel potere politico. Gli avvocati di Battisti faranno sicuramente ricorso, a partire dal fatto che in passato a Battisti era stata concessa la residenza permanente in Brasile da parte dell'ex presidente Lula, sotto lo status di rifugiato politico.

Su Battisti la pressione è alta da diversi mesi. Fu infatti arrestato al confine tra Brasile e Bolivia, e immediatamente si scatenò la canea mediatica per la quale Battisti stesse fuggendo da un ipotetico arresto finalizzato all'estradizione. La vicenda Battisti, come scrivevamo qualche tempo fa, è quella di una persecuzione infinita, che rivela molto dell'assenza totale di un dibattito e una riflessione sull'esperienza della lotta armata nel nostro Paese.

Per rinfrescare un po' la memoria, ripubblichiamo, a sua volta ripreso da Carmilla, questo utile compendio di informazioni sulla vicenda:

Il caso Battisti: tutti i dubbi sui processi e le condanne, esposti punto per punto

 

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