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Articoli filtrati per data: Tuesday, 11 Dicembre 2018

E' complicato, anche a giorni di distanza, riuscire a sintetizzare gli stimoli generati dalla piazza NO TAV dell'8 dicembre. Chiunque abbia attraversato la manifestazione con attenzione, spostandosi lungo il percorso o anche solo attendendo che il corteo scorresse, non può non aver notato la considerevole varietà di persone presenti.  Una varietà a cui il movimento NO TAV ci ha ormai abituato, ma che si ripresenta in questa fase specifica con significati nuovi assommati a quelli storici. 

Se ben chiara risulta l'eterogeneità della composizione meno facile è rintracciare le omogeneità che hanno caratterizzato l'adesione alla mobilitazione, ovvero le motivazioni che hanno portato settantamila persone a voler essere presenti in questa giornata simbolo.

Soffermandosi su uno sguardo "tecnico" poche sono le caratteristiche in comune: la provenienza, principalmente da Torino e cintura e dalle aree periferiche del Piemonte oltre che ovviamente dalla Val di Susa e, genericamente, l'appartenenza a un censo non particolarmente elevato. 

Per quanto riguarda le professioni vi si poteva trovare un po' di tutto: dall'insegnante precario all'operatore sociale, dall'operaio metalmeccanico al pensionato, dal professionista con partita IVA al facchino, tendenzialmente in un rapporto di lavoro dipendente, subordinato o di autosfruttamento. Se poi si evidenzia la questione generazionale la piazza era estremamente trasversale ma con una spiccata presenza giovanile.

Anche le motivazioni, i bisogni e le pulsioni che sottostavano al grande NO, erano significativamente composite. Queste probabilmente da situare in due archi temporali differenti: quello dei NO TAV "storici", che hanno partecipato con differenti intensità alle varie vicissitudini dei trent'anni di lotta, e quello dei "nuovi" NO TAV, da non intendere solo in termini generazionali, forse di numero più esiguo, magari precedentemente simpatizzanti del movimento ma non attori diretti, attivati principalmente dalla contrapposizione che si è generata a partire dalla piazza del 10 novembre convocata dalle madamin. Va premesso che in tutte queste figure, come dimostrano le dirette facebook pubblicate dal corteo, vi era una certa dimestichezza, per alcuni versi inaspettata, con le motivazioni tecniche dell'opposizione al TAV, segnale che nella polarizzazione è stata forte la volontà di informarsi sulla vicenda in maniera individuale e indipendente. 

Il tema principale che sembrava emergere nelle chiacchierate con chi era presente era naturalmente quello dell'utilizzo delle risorse, declinato in maniera assai diversa da soggetto a soggetto. Tra gli utilizzi alternativi a cui destinare i soldi del TAV Torino - Lione andavano per la maggiore: la sicurezza a scuola e sul lavoro, la messa in sicurezza dei territori, l'incentivare il trasporto pubblico locale (moltissimi i pendolari che facevano presente la totale o parziale dismissione delle linee di trasporto abreve percorrenza e l'aumento dei prezzi), la riconversione ecologica e la creazione di nuovi posti di lavoro / la lotta alla precarietà. 

Sul piano politico poi sembravano diverse le spinte presenti:

A ) Una ricompositiva o meglio di alleanza: nell'assenza di opzioni politiche credibili per l'espressione dei propri bisogni e nella contrapposizione con la vecchia politica, gli imprenditori parassiti e le banche, il movimento NO TAV, con la sua autonomia e la sua coerenza è una delle poche esperienze in cui sentirsi parzialmente rappresentati, in particolare tra i giovani. Non sufficiente per lottare e attivarsi sulle questioni sottese, ma bastione, frizione palpabile su cui resistere collettivamente.

B ) Resistere anche contro la possibile restaurazione del partito neoliberista rappresentato dalla declinazione locale del Sistema Torino che vuole prendersi la rivincita dopo la debacle.

C ) Sostegno/pungolo di piazza della base grillina locale alla dirigenza del Movimento 5 Stelle. Questo sentimento è molto ambivalente: infatti se da un lato si presenta come attivazione quasi "elettorale" per dimostrare il consenso che ancora ottiene la compagine pentastellata, da un altro lato vuole essere spinta dal basso a prestare fede alle promesse fatte in campagna elettorale. Ciò anche per quanto riguarda l'alleato di governo Salvini che a molti almeno per quanto riguarda la propagine piemontese del 5s inizia ad essere assai ingombrante. Da rilevare in ogni caso, anche se esula da questo articolo, per l'ennesima volta la totale incapacità di rapportarsi con la piazza di una parte dei dirigenti grillini.

D ) Consapevolezza dell'insostenibilità totale del modello di sviluppo esistente, delle sue forme di governo e della necessità di un radicale cambiamento di direzione.

Da rimarcare inoltre la notevole attenzione di una parte della gente presente in piazza sulla questione dei Gilet Gialli con cui si sottolineava in sfumature differenti una sostanziale affinità.

Queste considerazioni che ci sembra di trarre dalla manifestazione di sabato per quanto abbiano carattere specifico, dato dalla fase in cui siamo immersi, pensiamo possano avere in alcune parti aspetti generali, per lo meno come domande da porsi, al di là del movimento NO TAV e del suo contributo. Come riuscire ad attivare cicli di lotta e conflitto che agiscano direttamente sui bisogni emersi? Come posizionarsi nello scontro confuso, ma che va chiarendosi, tra elites europee e pulsioni dal basso? Come far emergere le posizioni antipopolari di Salvini in sostanziale continuità con il modello di sviluppo esistente? Come agire nella crisi ecologica? Come forzare la fase di attendismo e delega? Come interfacciarsi in quei territori e tra quei soggetti che più di altri sentono il peso delle politiche neoliberiste?

Il vento che soffia dalla Val Susa ci fornisce qualche interessante indicazione a cui bisognerebbe riuscire a dare corpo. Il 23 marzo a Roma il corteo nazionale per la difesa e la messa in sicurezza dei territori sarà sicuramente un’occasione di cogliere per far uscire la ricchezza dell’8 dicembre notav dall’epicentro della Val Susa…

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Prende fuoco l'impianto Tmb della Salaria a Roma. Da oltre un anno i cittadini della zona chiedono la chiusura dell'impianto che diffonde miasmi, rendendo inivivibile quel quadrante della città. Negli scorsi mesi ci sono stati diverse manifestazioni e blocchi lungo la Salaria.

La giunta capitolina ha più volte negato il problema e tergiversato sul prendere una posizione chiara. L'assessora all'ambiente Montanari arrivò addirittura a dichiarare di 'non sentire la puzza'. La sua ultima visita in incognito all'impianto fu accompagnata dalle polemiche dei cittadini, che chiedevano un confronto e soluzioni immediate. Da allora l'amministrazione non ha fatto nulla. 

Oggi quell'impianto è andato a fuoco. E la sindaca? La sua prima preoccupazione è trovare una nuova discarica per i rifiuti, nonostante, quella non fosse una discarica. Nessuna presa di coscienza o critica al fatto che quell'impianto andasse chiuso da anni. Il Tmb della Salaria è la dimostrazione che la questione rifiuti viene affrontata costantemente in un quadro di emergenzialità, dal quale le istituzioni non hanno intenzione di uscire.

Da mesi i cittadini raccontano una situazione del tutto invivibile. Abitanti sequestrati in casa e persone costrette a girare con le mascherine. Accanto all'impianto ci sono scuole, asili nido, abitazioni e luoghi di lavoro (come la sede della RAI). 

Tmb sta per trattamento meccanico biologico che serve a dividere il rifiuto umido da quello secco. Questi impianti a Roma non funzionano a regime e la conseguenza è che i rifiuti sono 'non puliti', rilasciando nell'aria odori nauseabondi. L'Arpa, l'associazione regionale per la protezione ambientale del Lazio, ha prodotto delle relazioni sull'impianto che sono chiarissime. Nel tempo la situazione è peggiorata, anche negli ultimi mesi nonostante le denunce degli abitanti. L'Ama classifica i rifiuti nell'impianto come 'frazione organica stabilizzata', quando le caratteristiche di 'putrescibilità' non possono renderli tali. La zona stoccaggio è satura. Inoltre il Tmb viene utilizzato come una discarica quando non lo dovrebbe essere. Infatti anche la trasformazione del rifiuto in combustile, che è una delle funzioni del Tmb, avviene abbondantemente al di sotto delle percentuali previste dalla legge.

Insomma il Tmb non funziona e non svolge il ruolo che dovrebbe compiere. L'impianto lavora in condizioni del tutto insicure e con una quantità di rifiuti eccessiva. Tutti sapevano da moltissimo tempo, ma nessuno ha fatto niente.

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Messo al muro dalla determinazione della piazza, Macron cede.

Nel discorso alla nazione di ieri sera, conferma lo stop ai rincari di carburante, luce e gas. Ma soprattutto, aumenta di 100 euro il salario minimo, esenta gli straordinari dalle tasse, detassa i bonus destinati ai lavoratori e - ancora più importante - riconosce la potenza sociale delle lotte, parlando di collera comprensibile e di errori da parte del suo governo.

Che retromarcia per il Presidente dei Ricchi! La lotta paga? Certo, ovvio. È il primo dato, che il discorso di ieri sera non sarebbe stato immaginabile senza barricate, resistenza ai lacrimogeni e agli idranti. Ma c'è tanto altro.

La vittoria dei Gilet gialli è la prima vittoria di uno sciopero di tipo nuovo. Uno sciopero che assume la fine dei corpi intermedi come referenti sociali, che ribalta allo Stato il suo approccio, imponendo la mancanza di rappresentanza del movimento come impossibilità di un suo depotenziamento. Una contrattazione sociale di tipo nuovo, dove una parte di società diventa il proprio sindacato e impone con la forza il proprio punto di vista.

Uno sciopero pienamente logistico, nato in reazione allo scaricamento dei costi della produzione sui ceti subalterni e che finisce con una riappropriazione di quote di reddito. 

Uno sciopero basato sul blocco dei flussi, quelli da cui dipendono le fortune del capitalismo globalizzato, come intuito anche dai movimenti nostrani qualche anno fa seppur con grado di applicazione differente.

Uno sciopero capace di offrire un punto di vista di classe sull'ambiente, per cui come scritto sui muri di Parigi il cambiamento climatico lo devono pagare i padroni, per cui la transizione ecologica del capitalismo neoliberista è solo uno scaricamento verso il basso del costo delle sue devastazioni.

Ma anche uno sciopero che irrompe sulla tenaglia tra sovranismo e globalismo, offrendo a pochi mesi dalle Europee un punto di vista nuovo alle lotte che verranno nel vecchio continente. I Gilet gialli ci dicono che la non-alternativa che ci viene calata dall'alto tra l'Europa delle banche e dei tecnocrati da un lato, e l'opzione sovranista di Salvini e le Pen dall'altro è semplicemente un falso problema.

Invertire la rotta rispetto alle sue politiche classiste, imposte da sovranisti e globalisti egualmente, non dipende tanto dal riuscire ad dall'Unione Europea o dall'affidarsi a un Varoufakis affinché guarisca i nostri problemi. Dipende dalla quantità di conflitto che si riesce a mettere in campo, partendo dall'assunto che le risorse ci sono eccome, al di là dei vincoli imposti che valgono sempre e solo per il basso.

Risorse che sono potenzialmente ottenibili anche dagli stessi governi che si costruiscono una identità in opposizione all'Unione europea e alla austerità, o che promettono solo a parole di riformarla. In realtà questi difendono gli interessi dei ricchi e dei grandi gruppi industriali e finanziari, e lo farebbero a prescindere dal debito che il loro paese in quel momento detiene. Alcune note dunque per quando la fiducia nelle promesse gialloverdi inizierà a farsi largo, e l'unione Europea diventerà ancora di più il mantra dei Salvini e dei di Maio per prendere tempo e sviare le proprie responsabilità verso un nuovo nemico a Bruxelles.

Per concludere, il bello è che ciò non è detto che basterà a Macron per salvare la pelle. Già si prepara l'attoV, quello lanciato al grido di "Macron demission", dove la piazza si prepara a chiedere ancora di più, a pretendere ulteriori fette di ricchezza. A obbligare il Monarca a tradurre le promesse in fatti.

Nelle scuole e nelle università c'è un fermento nuovo seppur non inedito, che nasce sull'onda delle lotte degli ultimi anni ma che per la prima volta vede di fronte a sé la possibilità è la realtà della generalizzazione. E che non sembra volersi fermare anche di fronte a quelle scene da stato di polizia, che hanno messo ancora più a nudo la realtà di un potere in crisi di fronte alla piazza.

Del resto quanto strappato è ancora poco rispetto alla ricchezza detenuta da pochi sulle spalle di molti. Se c'è emergenza sociale e collera legittima, allora perché fermarsi ora?

 

Vedi il dossier di infoaut CHI SONO I GILETS JAUNES?

 

 

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