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Articoli filtrati per data: Monday, 10 Dicembre 2018

Giornata determinante per la lotte operaie a Modena in questo soleggiato lunedì mattina.

Siamo davanti ai cancelli di Italpizza, noto colosso industriale modenese, con commesse in tutto il mondo e leader per la produzione della pizza surgelata. E' un'azienda recentemente tornata in mani italiane dopo una breve parentesi a comando inglese.

Grazie all'entrata in scena dell'onnipresente industriale Cremonini (leader nella trasformazione delle carni lavorate) che ha immesso capitale per l'ammodernamento delle linee e delle tecniche di conservazione, è stato possibile incrementare il fatturato annuo attestandosi su un valore di circa duecento milioni di euro, con una produzione giornaliera che sfiora le 250 mila pizze al giorno, recentemente alla ribalta della cronaca per aver ottenuto dal Comune di Modena la possibilità di espandere la propria area produttiva di circa 1750 mq.

All'interno di questa 'Eccellenza modenese', come ama definire spesso il Partito Democratico le aziende più importanti del territorio modenese, qualcosa in questi ultimi mesi non è andato per il verso giusto (per i padroni). A inizio dicembre numerosi lavoratori e soprattutto lavoratrici delle due coop in appalto si iscrivono al sindacato si Cobas denunciando turni di lavoro insostenibili ma, soprattutto, l'assunzione con contratto da multiservizi anziché quello, dovuto viste le mansioni svolte, da alimentarista.

Ovviamente non è una novità, anzi, troppo spesso abbiamo assistito a questo gioco sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici, utile solo a far arricchire i padroni delle fabbriche e delle cooperative in subappalto. In ogni caso, è immediato da parte di coop. Evologica l'allontanamento in chiara chiave punitiva delle lavoratrici dal posto di lavoro.

Il 28 novembre scatta lo sciopero davanti ai cancelli e dopo poche ore viene promesso un tavolo di trattativa in prefettura il 5 dicembre, il picchetto continua, nonostante la presenza ingente di polizia e carabinieri in assetto antisommossa, finchè non venissero date garanzie e tutele ai lavoratori e alle lavoratrici sospese.

Rimane aperto lo stato di agitazione. Nel tavolo prefettizio si rifiuta qualsiasi dialogo con le delegate e i delegati iscritti al sindacato, non viene neanche data loro la possibilità di prendere parola facendo capire bene quali siano i reali interessi da tutelare in questa città. Anziché mollare e rassegnarsi, le mani che fino al giorno prima impastavano, oliavano e condivano le pizze inforcano striscioni, bandiere, megafoni e la determinazione di chi dopo anni di vessazioni e sfruttamento esige il proprio riscatto.

Immediatamente lo stato di agitazione si concretizza e le fila operaie si serrano e si saldano davanti ai cancelli, il blocco delle merci è appena iniziato. La risposta della repressione non si fa attendere e durante la serata il picchetto e un cordone di compagne viene caricato con ampio uso di lacrimogeni. Si rilancia immediatamente per il giorno dopo.

La mattinata successiva si apre con l'immagine di una compagna operaia che si aggira per il presidio sorridendo e facendo finta di offrire a tutti e tutte la colazione. In realtà in mano ha un vassoio ricolmo dei candelotti di CS sparati il giorno prima. Inutile dire che ormai la solidarietà all'interno della fabbrica, da parte di chi nei giorni precedenti era rimasto al lavoro, si fa sempre più forte e tanti e tante si uniscono al picchetto.

Ormai la situazione sfugge di mano ai padroni e a Polizia e Carabinieri arrivano ordini di iniziare a mostrare i pugni. Cariche, lacrimogeni e blocchi della strada Vignolese (una delle principali arterie cittadine) non mancano anche in questa seconda giornata. Il silenzio da parte delle 'istituzioni' e dei sindacati confederali è assordante.

Anche se nonostante questo la voce corre in fretta, una delegazione del SiCobas si presenta alla manifestazione dell'8 dicembre sui prati di Vaciglio, su cui da un anno il Comitato MobastaCemento lotta per evitare l'ennesima speculazione edilizia che devasterebbe una delle aree verdi più belle della nostra città. Si crea solidarietà e attenzione mediatica su ciò che accade a San Donnino (sede dell'azienda a due passi da Modena). Anche Non una di Meno Bologna prende posizione al fianco delle compagne operaie e migranti.

Dopo una domenica per ricaricare le energie, lunedì 10 dicembre riparte il blocco alle 3 di mattina. Straordinaria la presenza operaia, segno di come la lotta dura e concreta riesca a creare aggregazione e forza. Viene srotolato lo striscione in cui si ricorda Nabil, storico iscritto Sicobas prematuramente scomparso. Dopo qualche ora arrivano le prime camionette e iniziano le prime cariche per tentare di far interrompere la lotta. Nuvole di gas Cs sono ovunque, l'aria si fa irrespirabile al punto che un giornalista locale cade svenuto a terra.

Il nervosismo è palpabile, la Digos e un agente dei Ros iniziano a perdere la testa creando l'ambiente ideale affinchè i reparti di celere possano dare sfoggio di tutta la loro brutalità. Il pestaggio di un giovane lavoratore inerme a terra, urgentemente portato in ospedale rimarrà negli occhi e nel cuore di ognuno di noi per molto tempo. Sono quattro i feriti di questa intensa giornata di lotta. Nonostante questo la lotta continua, non si può fermare. Il picchetto si ricompatta e continua fino a quando arriva la promessa di un nuovo tavolo di trattativa per la giornata di domani (martedì 11 dicembre) alle dieci e mezza.

Qui non siamo davanti a una battaglia singola o minoritaria, è la prima lotta operaia al tempo del Decreto Salvini e nonostante tutti i rischi e i timori la voglia di riscatto è predominante. I fucili sono in spalla alle lavoratrici e ai lavoratori al momento. Hanno percepito sulla loro pelle la brutalità del potere in perenna difesa degli interessi di un capitale che li ha sfruttati per troppo tempo.

Non ci saranno scappatoie possibili questa volta, non si risolverà tutto con un panettone mangiato il giorno di Natale o con qualche effimera delibera regionale come accaduto esattamente un anno fa alla CastelFrigo. Lo squarcio è ormai aperto, tanto che, cosa accaduta solo dopo gli sgomberi delle due occupazioni a scopo abitativo, oggi si sono rincorse critiche all'operato delle forze dell'ordine e voci di solidarietà con gli scioperanti.

Domani (Martedì 11 dicembre) appuntamento alle 8 di mattina in presidio davanti ai cancelli dell'azienda in attesa del termine dell'incontro in prefettura.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

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Come già annunciato da mesi, nella mattinata di oggi è stata sgomberata l’ex fabbrica di Penicillina LEO a Roma, sulla via Tiburtina. L’edificio era occupato da centinaia di persone, dalla provenienza geografica più disparata e in condizione di totale esclusione sociale, che erano uscite dal circuito dell’accoglienza o che semplicemente non potevano permettersi un alloggio dignitoso.

Situata fra i quartieri di Ponte Mammolo, Tor Cervara e San Basilio, la fabbrica della LEO, fiore all’occhiello dell’industria farmaceutica italiana, fu inaugurata nel 1950 alla presenza di Sir Alexander Fleming, l’inventore della penicillina. Nel 1971, a seguito di numerose mobilitazioni ed occupazioni degli operai per scongiurare un blocco di licenziamenti nell’epoca d’oro delle lotte proletarie sulla Tiburtina, la fabbrica fu ceduta alla ISF s.p.a. La produzione continuò fino al definitivo abbandono nel 1990, che lasciò la struttura al suo destino. Nei primi anni 2000 una catena di hotel sembrava intenzionata a rilevare lo stabile e iniziò i primi lavori di rifacimento strutturale; tuttavia gli elevati costi di bonifica, legati alle notevoli quantità di amianto e residui chimici presenti sul posto, indussero la nuova proprietà a bloccare il progetto. La catena alberghiera rinunciò all’impresa e iniziò un contenzioso con la ditta costruttrice che si concluse col pignoramento del fabbricato e dell’area circostante. Il Comune di Roma negli anni seguenti cercò di rilevare e valorizzare l’area, ma la mancanza di fondi e il necessario esborso per la bonifica fecero desistere qualunque iniziativa in proposito. L’immobile, nonostante la sua pericolosità sia a livello strutturale che in termini di salute pubblica, è tuttora di proprietà privata.

Nel corso degli anni numerose sono state le proteste e le segnalazioni da parte delle realtà del territorio che denunciavano l’assurdità della presenza di un ecomostro simile, peraltro su una consolare così importante come la Tiburtina. In un quadrante già pesantemente condizionato dall’emergenza abitativa, dal consumo di suolo e dall’invasione di casinò e sale slot, l’esigenza espressa realtà del territorio era quella di una bonifica, di una riconversione e riqualificazione dell’area dell’ex LEO per destinarla a scopi sociali, culturali, sportivi o abitativi. Un’operazione che avrebbe dovuto prevedere anche particolare attenzione agli occupanti dello stabile, molti dei quali provenienti da altri sgomberi effettuati nella zona come la baraccopoli di Ponte Mammolo nel 2015, via Vannina nel 2016 e nel marzo di quest’anno.

Tutte le richieste sono, ovviamente, rimaste inascoltate. L’ex Penicillina è stata già più volte sgomberata senza prospettive e rioccupata dopo pochi giorni, l’ultima volta all’incirca un anno fa. La modalità era sempre la stessa, già vista parecchie volte sia sulla Tiburtina che altrove: sgombero a fini propagandistici, gente in mezzo alla strada senza alternative, emergenzialità creata ad hoc. Un inutile teatrino di cui abbiamo visto più volte la replica nel corso degli anni, a prescindere dal colore dell’amministrazione, che, tra le altre cose, ha fornito perfetti assist alle formazioni neofasciste per la loro infame campagna di fomento della guerra tra poveri, fortunatamente poco attrattiva a causa della comprovata incapacità dei fascistelli nostrani di intestarsi qualsiasi spazio politico. Un modo, in ogni caso, per distogliere l’attenzione dai veri problemi dei quartieri tiburtini: disoccupazione, precarietà, spaccio, sfratti, carenza di spazi di cultura e socialità. Anche stavolta, come in passato, lo sgombero si è attuato senza soluzioni per gli sgomberati e senza prospettive per il futuro dello stabile. Alcuni edifici delle zone limitrofe sono già stati occupati, le non-soluzioni del Comune hanno, giustamente, spinto buona parte degli occupanti a trovare autonomamente soluzioni alternative. Le persone si spostano, il problema rimane. Si parla di generiche messe in sicurezza e progetti di riqualificazione, ma all’atto pratico sono solo chiacchiere. Staremo a vedere nei prossimi mesi quali saranno le reali intenzioni dell’amministrazione comunale e municipale sulla destinazione dello stabile.

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Ci sono, però, in quest’occasione, due dati politici che emergono chiari. Il primo riguarda il governo, l’amministrazione comunale, la questura: insomma la controparte in senso ampio. Al di là delle contingenze territoriali, lo sgombero si inserisce all’interno di una strategia di più ampio respiro. Nella sua dichiarazione di guerra alle occupazioni abitative, l’esecutivo giallo-verde sta iniziando a fare “pulizia” dalle situazioni più estreme, non organizzate, poco propense alla resistenza attiva e con forte presenza migrante. In due parole, facilmente spendibili sul piano pubblico: dichiarazioni ai giornalisti, applausi sui social, passerella di selfie per politicanti di serie C come di serie A, da Salvini alla presidente del Municipio Della Casa. Non c’è volontà, almeno per il momento, di scontrarsi frontalmente con realtà che potrebbero scatenare casi mediatici e problemi di un certo peso, come accaduto a Piazza Indipendenza. Il governo, prima di procedere all’attacco delle situazioni più strutturate, lavora su tre livelli. Il primo è indebolire chi lotta per il diritto all’abitare attraverso la criminalizzazione dell’atto stesso di occupare un immobile, già iniziata con il Piano Casa di Lupi, che arriva a definire, all’interno della circolare Salvini, l’occupazione come un atto eversivo. Il secondo è mostrare una finta apertura alle istanze degli occupanti attraverso l’infame meccanismo delle cosiddette “fragilità”, il cui unico scopo è quello di normalizzare gli sgomberi e dividere gli sgomberati a fronte di soluzioni mai definitive, come i Sassat (i sostitutivi dei residence) o le case famiglia. Il terzo, ma non ultimo, livello è “lavorare ai fianchi” l’opinione pubblica, già fortemente sensibile alle tematiche iper-legalitarie e anti-migranti. In questo senso, l’opera di screditamento avviene assimilando tutte le occupazioni abitative ad esempi estremi come quello dell’ex Penicillina, dove le condizioni di vita disumane e l’eterogeneità della composizione sociale avevano determinato un contesto esplosivo, finito più volte sui giornali per episodi di cronaca. Una dinamica molto simile, senza andare tanto lontano, a quella vista a San Lorenzo con l’episodio di Desireè, oppure al processo in atto già da tempo sulle case popolari, dove si giustificano gli sfratti indiscriminati mettendo nello stesso calderone i furbetti col porsche e chi realmente non ha la possibilità di pagare un affitto. Il dito, come al solito, è ben più grande della luna. D’altronde, almeno su Roma, la giunta Raggi e l’assessore alle Politiche Abitative Castiglione lo hanno detto più volte: si ragiona sul piano tecnico, non politico. Chi è fuori dalle regole, quindi, è in torto a prescindere, senza eccezioni. Lo sgombero di stamattina dimostra che la controparte si sente forte, anche più di quanto realmente sia, e lo fa vedere mostrando i muscoli sia militari che mediatici: da giorni circola l’ordinanza della questura, tutti sapevano giorno e ora dell’operazione, lo spiegamento di forze dell’ordine è stato di un’imponenza raramente vista da queste parti.

E veniamo qui al secondo dato politico della giornata. A fronte di un problema così grande e presente da anni sul quadrante tiburtino, si è dimostrata un’assoluta incapacità di cogliere la sfida. Il risalto mediatico e l’assoluta ipocrisia con cui si continua a trattare il caso dell’ex fabbrica LEO poteva essere un’ottima occasione per far saltare il lauto banchetto a cui tutti si stanno sedendo in queste ore. E’ mancata, ancora una volta, quella spinta in più a far esplodere le numerose contraddizioni del caso, dall’inutilità degli sgomberi alla devastazione ambientale, dal circuito dell’accoglienza alla gestione dell’ordine pubblico, dalla continuità dell’amministrazione M5S con quella del PD alle forti problematiche dei quartieri tiburtini. E’ mancata, ancor di più, la capacità di far uscire la vertenza dal circo mediatico e dalle stanze dei bottoni, di organizzare una resistenza, di portare la contraddizione dai social alla strada, di creare un processo realmente partecipativo sul destino dell’ex Penicillina. La controparte si è sentita talmente sicura da annunciare con largo anticipo lo sgombero, bloccando un’arteria fondamentale come la Tiburtina per un’intera mattinata. Al di là di come si articolerà il futuro dello stabile sgomberato, si parte già da una sconfitta: la totale assenza di mobilitazione, la mancata soggettivazione e attivazione attorno ad un tema così caldo, sia dal lato degli occupanti che degli abitanti del territorio, segnano il tempo della fase politica in corso, a Roma in primis.

Eppure, nonostante tutto, sul piano complessivo siamo ancora agli inizi di una partita a scacchi che si annuncia lunga e complessa. La battaglia, sulle occupazioni come su tanto altro, è appena iniziata; non è la prima volta che capita negli ultimi anni, non sarà neanche l’ultima. La resistenza è possibile, forse anche il contrattacco? Il primo passo potrebbe essere la comprensione dei punti deboli della controparte. La manifestazione leghista dell’8 dicembre è stata un evento di massa, ma ha dimostrato ancora una volta la fallacità e le divisioni della compagine di governo. Preso per assunto il medio consenso di cui gode l’esecutivo giallo-verde, siamo sicuri che tale consenso sia così totalizzante? Siamo sicuri non ci sia una fetta, più o meno ampia, di composizione sociale che si riesca ad aggregare sulle false promesse del governo Lega-M5S senza compromissione con i relitti della sinistra istituzionale? Siamo sicuri che la gran parte dell’adesione all’esecutivo non sia semplicemente l’ultimo, estremo tentativo elettorale di seppellire i partiti tradizionali, senza una vera condivisione a 360°? Siamo sicuri che quella percentuale tutta gialla nelle cartine del voto alle politiche non sia trasformabile in qualcos’altro?

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Le risposte sono tutte da scoprire e le troveremo solo nella messa a verifica. Una cosa è certa: la dimensione odierna dei cartel parties, dell’economia finanziarizzata, dell’industria 4.0 determina processi molto più rapidi del passato. Quelle che fino a poco tempo fa erano le architravi del sistema politico sono già diventate pezzi di storia, nello Stivale come nel resto del mondo. Si possono scegliere due strade: continuare a perpetrare dinamiche di auto-rappresentazione e riproduzione di sé stessi, magari anche con qualche piccolo successo capace di garantire la sopravvivenza, ma con assoluta inefficacia nei processi reali; oppure tentare strade mai battute, uscire dal seminato per calarsi a pieno, non senza contraddizioni, nella confusione che regna sovrana, senza prospettive certe ma con la volontà di oltrepassare lo steccato dell’autoreferenzialità. A condizione, però, di non partire sconfitti né intimoriti: il pericolo non si vince mai senza pericolo.

L’ex Penicillina è stata sgomberata, il circo mediatico si è attivato, la strada è ancora lunga. Acta est fabula, lo spettacolo è finito, anche se qui c’è poco da applaudire, e molto da fare.

 

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