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Articoli filtrati per data: Wednesday, 07 Novembre 2018

Dalla DC a Berlusconi: chi è Mino Giachino, alfiere della mobilitazione “spontanea” e "apartitica" a favore della Torino-Lione

Dopo la recente approvazione di una mozione contro il Tav da parte della giunta comunale di Torino, sul web ha iniziato a circolare una petizione a favore della Torino-Lione, un appello a non rinunciare all’opera in cui si descrivono le magnifiche sorti e progressive del Tav, considerato alla stregua di una panacea di tutti i mali. Nel testo si rispolvera tutto un armamentario di ferri vecchi da sempre caro ai sostenitori della grande opera, dalla fantomatica creazione di posti di lavoro all’irrinunciabile strategicità della nuova linea anello mancante di una catena immaginaria che passerebbe da Lisbona a Kiev fino alla Cina.

Un boccone succulento per la stampa nostrana, La Repubblica e La Stampa in testa, che in questi giorni stanno cullando con amore materno questo neonato “fronte si-Tav” che  vorrebbe manifestare il 10 novembre a Torino. Se servisse una rappresentazione plastica del pur abusato termine di élite niente si avvicina di più di questi improvvisati agitatori della Torino bene. L’accozzaglia, di per sé, è impresentabile. Un guazzabuglio di notai, colleghi giornalisti, blasonati politici, esperti di pubbliche relazioni e rotarini. Allora dalle redazioni si affannano a ripetere che si tratta di una manifestazione apartitica, spontanea, di semplici cittadini. Tira pur sempre un’aria giacobina contro la casta e meglio va avanzare mascherati.

Ma vuoi per la trasparenza social, vuoi per il protagonismo di chi spera di fare del si-tav un trampolino per l’ennesima capriola politica, risulta un po’ difficile simulare una provenienza “dal basso” da parte di chi non ha mai frequentato un salotto che non sia in collina.

Prendiamo l’alfiere della petizione on-line che si è meritata il tifo scatenato dei giornali sitav.

A promuoverla è Mino Giachino. Non proprio un cittadino qualunque. Vecchia guardia DC, già segretario del ministro Carlo Donat Cattin, finisce in disgrazia per le amicizie troppo disinvolte tessute tra i caminetti della politica romana, viene poi recuperato da Ciriaco De Mita che gli propone la segreteria democristiana. Dopo l’armageddon di mani pulite si ricicla come consulente di grandi aziende della logistica come TNT e Defendini che stavano iniziando ad erodere il monopolio di poste italiane sull’onda delle privatizzazioni di cui aveva messo la base Romano Prodi. Proprio negli anni dell’entrate sul mercato delle Poste, durante l’ultimo governo Berlusconi, diventa Sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti. Inizialmente misconosciuto, riesce in breve tempo a costruirsi l’immagine di berlusconiano di ferro, al punto di guadagnarsi la fama di noioso disco rotto sempre pronto a incensare le azioni del Cav. Oltre a mantenere un’ossessione petulante per Berlusconi (è presidente dei “club Forza Silvio”), Giachino continua a sostenere gli amici imprenditori del settore trasporti, tanto che nel 2012, dismessi i panni da sottosegretario, lancia l’associazione “Amici della Logistica e dei Trasporti” per promuovere gli interessi di uno dei settori in cui, grazie al sistema delle scatole cinesi delle cooperative e dei subappalti, lo sfruttamento rasenta lo schiavismo.

Giachino è da sempre uno dei pasdaran più fanatici del TAV, forse al pari solo di un “ossessivo compulsivo” come l’ex-senatore del Partito democratico Stefano Esposito. In veste di responsabile del settore trasporti di Forza Italia,  si reca più volte in Val di Susa a fare il tifo per le ditte del TAV, promuove la Torino-Lione in tutte le sedi e accoglie con soddisfatte dichiarazioni ogni avanzamento dell’opera con altri colonelli forzisti piemontesi come Osvaldo Napoli. Un po’ macchietta, un po’ lobbysta, nel 2011 Giachino salta agli onori delle cronache pur un accorato appello a Caparezza per “non far diventare suo figlio un notav”, dopo che il cantante aveva annunciato di voler dare spazio alle ragioni del movimento contro la Torino-Lione durante una tappa del suo tour torinese: “Lei incanta i giovani. Non li porti però sulla strada sbagliata” erano state le commoventi parole dell’ex-sottosegretario. Governo che vai, affare che trovi, nel 2014 sostiene accoratamente le prime misure del governo Renzi, dichiarando che lo sciagurato decreto sblocca Italia, che ha aperto un altro round di privatizzazioni e taglio dei diritti dei lavoratori, rappresenta “un’occasione irripetibile per il Piemonte”.

Insomma, alla faccia della mobilitazione “spontanea e senza bandiere” di cui vanno blaterando i giornali! Gli interessi e le manovre che stanno dietro a questa presunta riscossa a favore dell’alta velocità sono talmente palesi che il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino (da sempre sostenitore del Tav), si è sentito in dovere di mettere le mani avanti affermando che “Bisogna resistere alla tentazione di mettere il cappello sulla manifestazione”, proprio mentre dal Pd a Fratelli d’Italia, passando per Confindustria e sindacati gialli, si moltiplicano le manifestazioni di esplicito appoggio all’iniziativa.

Se un merito si può riconoscere alla bolla mediatica che va gonfiandosi attorno a questa campagna, è quella di aver messo esplicitamente a nudo la trasversalità degli interessi politici ed economici che stanno dietro alla grande mangiatoia del Tav e delle grandi opere. Altro che eroici bogia nen, sono i soliti che vogliono invece correre più veloce, verso il baratro, coi soldi di tutti.

Da notav.info

 

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Due norme inserite nel maxi emendamento al dl “sicurezza” ammorbidiscono la linea di dura contro le occupazioni della circolare Salvini di settembre.

In particolare il ministero dell’Interno e gli organi periferici vengono sollevati dalla responsabilità per la mancata esecuzione dei provvedimenti di sgombero e inoltre si prevede che l’intervento delle forze dell’ordine possa essere differito in attesa di proposte alternative offerte dai servizi sociali, nella circolare di settembre si dava invece mandato di procedere agli sgomberi degli immobili occupati e solo successivamente di individuare eventuali altre sistemazioni.

Ciò che resta altro non è dunque che l’impianto originario della circolare Minniti dell’estate scorsa, ovvero la corsa ai ripari dopo le complicate conseguenze dello sgombero violento di piazza Indipendenza a Roma in cui il Ministero dava indicazione di procedere agli sgomberi solo ove fosse possibile individuare soluzioni alternative. Viene invece confermata nel testo approvato ieri al Senato l’aumento delle pene da due a quattro per l’occupazione abusiva di immobili.

Su tutte le furie Confedilizia che denuncia soprattutto la norma che solleva il ministero dalle responsabilità di risarcire la proprietà per la mancata esecuzione degli sgomberi. Una sentenza dello scorso luglio infatti condannava il Viminale a risarcire i proprietari di uno stabile occupato a Roma. Con le attuali modifiche viene introdotta una norma che solleva in futuro il ministero da eventuali responsabilità. Tira un sospiro di sollievo il Cinque Stelle che ha esercitato pressioni affinché nessun piano sgomberi complicasse ulteriormente la già caotica gestione pentastellata della capitale. Dunque le ragioni della politica incrinano l’idillio tra l’esecutivo e il padronato immobiliarista? Presto per dirlo, ma certo il governo alla prova d’autunno non naviga in buone acque e il ruggito di inizio settembre contro gli sgomberi resta per ora uno spot sulla bacheca facebook del titolare del Viminale. A pesare infatti è stato anche e soprattutto il rischio, a più livelli, dall’ingorgo tecnico attuativo ai problemi connessi all’ordine pubblico, di non controllare lo sviluppo conflittuale di una mossa aggressiva nei confronti degli occupanti indisponibili a svendere un tetto sopra la testa in favore delle campagne politiche sulla tutela del diritto di proprietà e sul rispetto della legalità.

 

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Pubblichiamo l’intervista dell’agenzia stampa ANF News a due compagni italiani che hanno curato e scritto il libro appena uscito, Autunno - Appunti partigiani dal Kurdistan edito da Uiki Onlus. La traduzione dell’intervista è a cura di Uiki e si può trovare anche sul sitosito con le informazioni per acquistare il testo. Il libro raccoglie poesie e scritti di Atakan Mahir, Salvatore Ceccarini, Piergiorgio Daltoni, Ali Haydar Kaytan e Abdullah Öcalan. Le fotografie, immagini di quotidianità di guerriglieri e guerrigliere del PKK, sono della guerrigliera turca Gülnaz Ege.

autunno

Di seguito una breve recensione da parte della redazione di Infoaut:

Autunno è un libro di poesie e di appunti di guerriglieri e guerrigliere che hanno vissuto le montagne, quelle della guerra al capitalismo e alle sue barbarie. Se qualcuno crede che la poesia possa risultare ostica e criptica questo non è il caso di Autunno. Dalle pagine di questo testo trasuda tutta l’umanità di un vissuto straordinario. Se chiudiamo gli occhi per un attimo tra una pagina e l’altra si può annusare il chai, le noci e la terra delle montagne insieme a chi ha scritto queste righe. Ci siamo chiesti in tanti e tante, sostenendo da lontano la lotta kurda, “ma come fanno i guerriglieri?” Questo libro risponde a questa domanda senza volerlo, ci racconta di vite vessate da troppo tempo dal nemico di tanti heval che ora, anche se in montagna rischiando la morte, vivono in libertà, di Leswan che finalmente “non entrerà mai più nella grande fabbrica dietro l’autostrada” che “mai più verrà fermato dalla polizia uscito dal caffè del fratello”; dei sogni di Serhat che vorrebbe studiare, di “Agit dalle labbra di pesca e gli occhi di pane” che non può più baciare, di Hebun che ha convertito il canto in urlo. Vite che “rinunciano” alla gabbia del nemico guardando ad un giorno in cui potranno dire “Che bella sarà la pace! E che grandi i fuochi del Newroz!”. Le scelte richiedono di sapere con precisione cosa è importante e cosa non lo è. Dalle poesie di Autunno si coglie la lentezza e la profondità del fermarsi, del fermarsi a guardare l’orizzonte, la montagna, i sassi tanto quanto i compagni e le compagne, i fratelli, non solo perché quel giorno potrebbe essere l’ultimo, ma perché essere “una sentinella qualsiasi” a guardia dei propri compagni richiede tutta l’umiltà del mondo. Quella stessa umiltà che si averte nelle lacrime, nel cadere “di faccia […] terribilmente goffo” davanti a tutti i compagni. La stessa umiltà che si può sentire solo quando si fanno certi incontri straordinari come quello de “Il Sole”, il comandante heval Renas. “Quando fa capolino dalla stanza ombrosa per stringerci la mano, ci investe tutta la sua aurea. Poi ci abitueremo, riconoscendo addirittura in certe pose una scrittura corporale tutta incisa nella ‘vita libera’ della maggioranza dei quadri politici nella montagna.” Atakan Mahir, Salvatore Ceccarini, Piergiorgio Daltoni, Ali Haydar Kaytan e Abdullah Öcalan ci ricordano quanto abbiamo bisogno di uomini e donne, non di eroi che una certa cultura capitalista ci ha impresso, per vivere senza “le male piante che sono state piantate tra noi, dal tempo di Adamo ed Eva […] la mascolinità dispotica e menzognera deve essere sconfitta” scrive Ocalan. L’Insegnamento da trarre da questo libro. Così è possibile sentirsi capaci di sognare ovunque, anche nei nostri paesi, come scrive Ali Haydar Kaytan “insieme a Spartaco nelle arene di Roma […] nel 1871 a Parigi, in Russia nell’Ottobre 1917, in Cina, in Korea, a Cuba, in Vietnam”. Se volete incontrare tutto questo leggete Autunno, sono solo appunti, spunti sull’umanità.

L’intervista dell’agenzia stampa ANF News:

Com’è nata l’idea di questo libro?

Sono arrivati questi piccoli quaderni stropicciati, quaderni che in montagna i compagni e le compagne usano per prendere appunti e scriverci i propri pensieri. Ci abbiamo trovato pensieri, sogni, paure, amore, dolore, speranza, tutto in forma di poesie e di immagini. Tante persone, diverse fra loro hanno sentito questi appunti, questi schizzi di due militanti qualunque, messi su carta in fretta e furia fra un passo e l’altro, come una finestra sulla vita in montagna, su quello che c’è da scoprire fra una roccia e un’altra. E’ nata la voglia di trascrivere «in bella» questi quaderni e di condividerli assieme alle fotografie della compagna turca Nuran Er, caduta sotto le bombe turche ad Amed Lice nel settembre 2017 e alle parole di Atakan Mahir, compagni e compagne che hanno fatto della montagna la loro casa in movimento. Le due poesie che chiudono questo libretto sono di due dei fondatori del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), tra cui Abdullah Öcalan, il leader del popolo curdo, dal 1999 lotta rinchiuso nella prigione/isola di massima sicurezza di Imrali, in condizioni di reclusione inumane.

La poesia come mezzo di comunicazione di una realtà solo apparentemente lontana… che ruolo può aver la poesia nella trasmissione di esperienze come quella kurda?

Che c’entra con noi, con la vita di tutti i giorni la rivoluzione kurda? L’esperienza rivoluzionaria che da anni sta attraversando il kurdistan in montagne e città non ha trasformato solo la società, liberando dal patriarcato e dal capitalismo vaste aree geografiche ma ha anche cambiato radicalmente la vita di intere generazioni di persone che ogni giorno danno la vita perché ciò possa accadere. Tutte queste generazioni immaginano, dipingono, parlano, cantano, scrivono e vivono un mondo nuovo, diverso. Attraverso la poesia, chiudendo gli occhi ed aprendo il cuore, forse si riesce a toccare un po’ di quel mondo.

Come pensate di diffondere il libro? letture, presentazioni nelle scuole ecc…

Sarebbe bello che il libro abbia più vite e attraversi persone e percorsi diversi tra loro, la poesia a volte ha questa capacità: di saper parlare al cuore oltre che alla testa. Vorremmo che arrivi sia alle rivoluzionarie e rivoluzionari che alle bimbe e ai bimbi delle scuole, alle nonne e i nonni alle lavoratrici e ai lavoratori etc… Questo può avvenire sia attraverso la lettura pubblica delle poesie che al teatro, alla presentazione negli spazi liberati o nelle università.

 

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in CULTURE

Prime considerazioni sul voto americano di midterm.

I Democratici hanno riconquistato la maggioranza alla Camera, mentre i Repubblicani hanno mantenuto quella al Senato. E' questo il risultato delle elezioni di midterm americane, più importanti di altre volte poiché test sulla presidenza Trump a due anni dalla sua per molti inaspettata elezione.

I democratici avranno il controllo dei lavori dell'assemblea legislativa e potranno eventualmente anche avviare (ma non concludere, causa mancata maggioranza al Senato ) le procedure di impeachment verso Trump. Quest'ultimo manterrà però il potere di nomina di alcuni ruoli-chiave in ambito governativo, come ad esempio la Corte Suprema dove recentemente è stato eletto Brett Kavanaugh nonostante le accuse di violenza sessuale che gli erano state rivolte da una donna in un dibattimento che è stato tra gli elementi più discussi della campagna elettorale.

Proprio questo è un primo dato: non c'è stata un'ondata di sostegno femminile ai Democratici, o quantomeno è stata fortemente limitata. L'elettorato femminile che ha votato Trump sembra averlo riconfermato, dimostrando ancora una volta che l'economia domina sulle politiche identitarie al momento del voto. Le quote di sostegno ai Dem da parte di donne, giovani, minoranze etniche sono cresciute rispetto al 2016 ma non al punto di poter parlare di un vero e proprio processo mobilitativo.

E' proprio l'economia ad aver probabilmente assicurato a Trump i voti necessari: in questo momento i dati sulla disoccupazione sono ai minimi storici e per la finanza le cose non sono mai andate così bene in termini di profitti, a dieci anni dalla crisi globale. Il tycoon, che proprio sul riportare il lavoro in America ha costruito la sua vittoria del 2016 e questa campagna elettorale, ha puntato tutto su questo tema e sull'ostilità manifesta verso stati come la Cina e l'Iran, contro cui sono appena state reimposte le sanzioni cancellate nel 2015 con l'accordo sul nucleare.

Sul lungo periodo però, le previsioni sull'economia Usa sono fosche, sia per le conseguenze della guerra commerciale con la Cina, sia per gli effetti di lungo periodo dei tagli alle tasse per quanto riguarda il debito del paese, sia per i tagli al welfare per le fasce medio-basse della popolazione effettuati nei primi due anni di governo, che ne ridurranno probabilmente la propensione al consumo.

Su questo il fatto che uno Stato come il Michigan, che ospita la “Motor City” Detroit, sia tornato ai Dem può essere visto come un primo segnale della disillusione verso le politiche di Trump sul lavoro e sul ritorno della produzione manifatturiera negli Stati Uniti. Quella di Trump in questi due anni è stata una bolla in ambito economico che non è detto duri fino al 2020. Su questo dato probabilmente si giocherà la prossima campagna elettorale.

Inoltre la differente guida tra le due camere rallenterà l'azione di governo di Trump nei prossimi due anni, per quanto in passato chi si è trovato in questa situazione abbia sempre descritto gli avversari come “ostruzionisti” provando a scaricare la colpa dell'inazione. Dall'altra parte infatti molte figure del rinnovamento democratico hanno perso elezioni che si pensava potessero essere loro appannaggio in stati come ad esempio la Florida. E Trump senza dubbio è riuscito a mobilitare la sua base, assicurandosi la tenuta al Senato e evitando ogni prospettiva di “onda blu”.

Lo scenario sembra dunque non aver riservato nessuna particolare sorpresa, in un contesto globale dove da un lato l'ondata trumpiana prende forza con l'elezione di Bolsonaro in Brasile, dall'altro le convulsioni dei pro-Brexit iniziano a gettare luce sul consenso popolare alle dinamiche di isolazionismo e protezionismo. Prossima tornata elettorale rilevante per capire le tendenze a livello globale, le elezioni europee del 2019.

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Due lavoratori iscritti al SI COBAS sono stati vittime ieri sera di una gravissima aggressione con bastoni, bottiglie di vetro e armi da taglio mentre rientravano a casa dopo la fine del proprio turno di lavoro.

 



Si tratta di due dipendenti della DS di Zhang Xiangguo a Montemurlo, una delle tante fabbriche tessili del pratese a conduzione cinese. Uno dei due operai è in codice rosso al Pronto Soccorso di Prato, dove rimarrà sicuramente per tutte la notte. Si è trattato di un agguato pianificato in piena regola: i lavoratori sono stati aggrediti lungo il loro percorso abituale di ritorno a casa, precisamente all'imbocco di un sottopasso pedonale, lì dove gli aggressori potevano più difficilmente essere visti.
Si tratta fuori da ogni dubbio di un gravissimo atto intimidatorio.

Adeel e Abbas sono due dei lavoratori DS che a Luglio si rivolgevano al sindacato denunciando una situazione di vera e propria schiavitù: turni di 12 ore al giorno, sette giorni su sette, per buste paga da fame. Lì iniziava un lotta dura, passata da scioperi e denunce pubbliche, che ha portato ad un primo accordo, e quindi al riconoscimento formale dei diritti fondamentali dei lavoratori: retribuzioni in linea con il CCNL Tessile per 40 ore settimanali di lavoro, riconoscimento di riposo settimanale, ferie, malattie e tredicesima.

E' evidente che i padroni del settore sono terrorizzati dall'idea che questa storia di riscatto faccia da apripista per molte altre. E infatti già decine e decine di lavoratori impiegati nelle fabbriche tessili a conduzione cinese si sono rivolti dopo i primi scioperi di luglio alla DS agli sportelli del nostro sindacato. In tutti i casi le condizioni di sfruttamento denunciate sono pressochè identiche a quelle descritte già per la DS. Si tratta di un “segreto di pulcinella”: tutti sanno – istituzioni in primis – della realtà di schiavitù e illegalità totale che si nasconde dietro le mura di moltissime fabbriche tessili del territorio. I lavoratori aggrediti stanotte sono tra quelli che hanno avuto il coraggio di denunciare e combattere un sistema intollerabile di sfruttamento che schiaccia migliaia di lavoratori, in primis cinesi e richiedenti asilo asiatici ed africani.

L'agguato di stanotte arriva dopo che gli stessi lavoratori hanno subito ripetute pressioni psicologiche e minacce di vario genere per “convincerli” alle dimissioni “volontarie”. Proprio per questo ed altri motivi (ritardi nei pagamenti e nuove irregolarità nelle buste paga), il 13 ottobre i lavoratori rientravano in sciopero fino al tavolo in Prefettura del 15 ottobre, dove veniva siglato un verbale che impegnava l'azienda a terminare le pressioni sui lavoratori sindacalizzati. Minacce e pressioni sono continuate invece fino ad oggi.
Quanto accaduto non può essere sottovalutato né tollerato. Proclamiamo quindi per oggi lo sciopero dell'interna giornata alla DS di Montemurlo. Sempre oggi (7.11.2018) dalle ore 15:00 manifesteremo sotto la Prefettura di Prato.

 

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