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Articoli filtrati per data: Tuesday, 06 Novembre 2018

La disseminazione di fake news nei gruppi Whatsapp da parte dei seguaci di Bolsonaro ha avuto un forte impatto nelle ultime giornate di campagna elettorale. Qui si ripercorrono i formati e la diffusione delle bufale nei gruppi pubblici della piattaforma di messaggistica (campione e punta di un iceberg di comunicazione ben più vasto) nell'unico studio ad ora prodotto sul tema.

di Daniel Funke · (30 ottobre 2018) - tratto da Poynter.org, foto tratte da Eleições Sem Fake ed Aos Fatos

Nei giorni precedenti alle controverse elezioni presidenziali brasiliane, vinte da Jair Bolsonaro domenica 28 ottobre una caterva di voci, immagini falsificate e fake news ha fatto il giro dei social media.
La loro forma su piattaforme come Facebook e Twitter è ben documentata, dalle teorie del complotto sulla morte di un politico ad un rosario di Papa Francesco. Ma che tipi di bufale sono stati maggiormente condivisi su WhatsApp, la cui cifratura rende quasi impossibile tenere traccia dei contenuti?
Utilizzando un sistema di monitoraggio sviluppato dai ricercatori dell'Università Federale di Minas Gerais a Belo Horizonte, Poynter ha analizzato parte dei principali messaggi della settimana precedente all'elezione. Si limita solo a 350 gruppi pubblici, ma Eleições Sem Fake è la prima piattaforma a quantificare la diffusione della disinformazione su WhatsApp, che i fact-checkers hanno a lungo utilizzato per far emergere e smentire le bufale nei gruppi.
“Ciò che abbiamo costruito è un sistema che monitori i gruppi pubblici,” ha dichiarato precedentemente a Poynter Fabrício Benevenuto, professore associato all'UFMG. “Mostra ciò che c'è dentro questi gruppi. Ad esempio, in cima (alla dashboard), si può vedere un'immagine che è apparsa in 40, 50 gruppi in un giorno.”

Il sistema opera raccogliendo dati da questi gruppi WhatsApp pubblici, aperti a tutti in possesso del loro link e vengono spesso postati da qualche altra parte su internet. Quindi i messaggi, le foto, i video e gli audio principali vengono mostrati in una dashboard centralizzata, che mostra agli utenti in quanti gruppi è apparso uno specifico spezzone di contenuto. I giornalisti possono persino effettuare dalla piattaforma una ricerca inversa dell'immagine.
Da messaggi sull'ora legale a video sui piloti di Formula Uno, ecco alcune delle bufale che hanno preso piede nella settimana prima del giorno delle elezioni e che sono state archiviate da Eleições Sem Fake. Rivelano come - nel piccolo angolo di WhatsApp brasiliano analizzato dai ricercatori — la disinformazione pertinente alle elezioni è rimbalzata tra diverse piattaforme di social media, è stata con maggior frequenza basata sulle immagini ed ha teso a concentrarsi su false affermazioni riguardanti la logistica del voto.

IMMAGINI
Molte delle immagini che hanno fatto il giro di WhatsApp nella settimana precedente alle elezioni brasiliane riguarda le frodi nel voto, riflettendo un trend emerso nel primo round di voto del 7 ottobre.
poynter1L'immagine principale del database di Eleições Sem Fake del 22 ottobre ritrae una scatola di urne elettroniche nel cassone di un pickup governativo. Secondo l'Agência Lupa, alcuni utenti di WhatsApp hanno sostenuto che tre delle quattro urne fossero state riempite di voti per Fernando Haddad, l'avversario di sinistra di Bolsonaro. Il Tribunale Elettorale Regionale di Amazonas ha rilasciato una dichiarazione che afferma che il pickup appartiene allo stato, ma che non ha riscontrato irregolarità nelle urne elettroniche.
L'immagine è stata condivisa in 46 gruppi da 74 utenti. Secondo Eleições Sem Fake, screenshot dell'immagine sono stati condivisi in 117 altri gruppi nel corso della settimana.
poynter2Il 23 ottobre, la seconda immagine più condivisa è stata quella di un assegno di 68 milioni di real che una gang avrebbe presuntamente consegnato ad Haddad. Ma la Lupa ha smentito la foto, affermando che si trattava di un trucco della gang per incassare un falso assegno nella città di Poções — e non presentava alcun collegamento con la campagna presidenziale.
Quell'immagine è stata condivisa da 83 utenti in 56 gruppi, secondo Eleições Sem Fake. Ha anche incrementato le proprie condivisioni nel corso della settimana.
poynter3Un'immagine della vigilia delle elezioni affermava di ritrarre Haddad in un incontro segreto con l'Organizzazione degli Stati Americani, durante il quale avrebbero pianificato brogli. La bufala, divenuta l'immagine top del sabato e apparsa in 44 gruppi, è stata anche segnalata da utenti di Facebook.
Il 28 ottobre la Lupa, in partnership con il sito di fact-checking argentino Chequeado, ha smentito l'affermazione, sostenendo che gli incontri dell'OAS con Haddad ed altri politici vengono preannunciati.
poynter4Infine alcune foto false hanno preso di mira i media. Un'altra immagine del 23 ottobre, che è stata la quarta più condivisa del giorno, intende mostrare la giornalista della Folha de S.Paulo Patrícia Campos Mello mentre abbraccia Haddad. La bufala ha anche fatto il giro di Facebook, dove gli utenti hanno segnalato il post ai suoi partner di fact-checking Lupa e Aos Fatos. (Disclosure: sottoscrivere il codice etico dell'International Fact-Checking Network è una condizione necessaria per aderire a quel progetto.)
Il primo dei due siti ha sfatato l'immagine il 27 ottobre; è del 2012 e non raffigura Campos Mello. Ma è stata comunque condivisa in 51 gruppi da 79 utenti, secondo Eleições Sem Fake.

MESSAGGI
Sebbene abbiano preso meno piede nei gruppi pubblici di WhatsApp rispetto alle immagini, anche le catene di messaggi hanno disseminato disinformazione alla vigilia del giorno delle elezioni.
poynter5Alcuni hanno avuto a che fare con la logistica del voto. Il secondo messaggio più condiviso del 24 ottobre sosteneva che, a causa dell'ora legale, i voti espressi dopo le 4 di pomeriggio non sarebbero stati conteggiati. La bufala ha anche fatto il giro di Facebook, dove gli utenti la hanno riportata ai fact-checkers.
Aos Fatos ha smentito l'affermazione il 28 ottobre, dato che l'ora legale nel paese non inizia prima del 4 novembre. Otto utenti hanno condiviso la catena di messaggi in sette gruppi, secondo Eleições Sem Fake.
poynter6Il messaggio a catena più virale nel database di Eleições Sem Fake del 26 ottobre ha fatto ricorso ad un falso sondaggio per predire la vittoria elettorale di Bolsonaro. Secondo la bufala, il candidato di destra avrebbe avuto il 77% dei voti se non fossero state conteggiate le schede bianche e nulle e gli indecisi, mentre Haddad avrebbe avuto solo il 23%.
Il 27 ottobre Aos Fatos ha smentito il messaggio, distribuito in 33 gruppi da 41 utenti — la ricerca non esisteva. Ma ha comunque preso piede in forme diverse nel corso della settimana.
aosfatos
Infine una catena di messaggi — non registrata dal sistema dell'UFMG ma inviata ad Aos Fatos — sosteneva che scattare foto di prove di voto, che contengono informazioni come il seggio di un elettore, fosse un reato. Il progetto di fact-checking l'ha smentita il giorno delle elezioni; in Brasile va contro la legge solamente lo scattare foto nella cabina elettorale.

VIDEO
Se molta disinformazione elettorale su WhatsApp ha preso di mira i soliti noti, c'è stata almeno un'eccezione: un video sulla sorella di un pilota di Formula Uno.

poynter7Il video sostiene che Viviane Senna, sorella del pilota di Formula Uno Ayrton Senna, avrebbe permesso a Bolsonaro di usare una canzone intonata dopo le vittorie automobilistiche di Ayrton come materiale della sua campagna. E' stato il video più virale su WhatsApp il 26 ottobre, secondo Eleições Sem Fake, ed è stato condiviso in 83 gruppi da 106 utenti.
La Lupa ha smentito l'affermazione il 27 ottobre, dopo la segnalazione degli utenti di Facebook dove era stata condivisa più di 3500 volte. E' stata anche caricata su YouTube, dove aveva più di 3000 visualizzazioni al momento della pubblicazione.

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Riprendiamo da notav.infonotav.info questa nota dell'avvocato Novaro.

Il 5 ottobre scorso, il giorno successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, è entrato in vigore il decreto legge 113/2018, il cosiddetto decreto Salvini sulla sicurezza, che, in particolare sul tema dell’immigrazione, rappresenta una ulteriore pesante regressione rispetto ai diritti dei migranti e ai principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.

Nonostante la pluralità e la eterogeneità delle norme contenute nel decreto, è possibile appezzare una sua coerenza interna, del tutto in sintonia con la scelta governativa di orientare e direzionare il disagio sociale, indotto dalla crisi e dai tagli alla spesa sociale, verso specifiche categorie di soggetti, i migranti, gli occupanti di case, chi protesta per le strade.

Nelle pieghe del decreto, infatti, recuperando lo spirito di un paio di proposte di legge presentate da alcuni parlamentari del centro-destra nella scorsa legislatura, vi sono anche delle norme che si occupano del blocco della circolazione su strade e autostrade.

Viene reintrodotto il reato di blocco stradale (che era stato depenalizzato nel 1999), sanzionato, se il fatto è commesso da più persone, con la pena della reclusione da 2 a 12 anni.

Si stanno celebrando in queste settimane alcuni processi per i blocchi effettuati sull’autostrada Torino – Bardonecchia nel febbraio-marzo 2012, dopo la caduta di Luca Abbà da un traliccio dell’alta tensione, e nell’agosto 2013.

Si è trattato di vicende a cui hanno partecipato centinaia di persone, nell’ambito di manifestazioni che esprimevano, le une, la rabbia per quanto accaduto a Luca e per la militarizzazione crescente della Val di Susa, le altre, la volontà di impedire l’arrivo di alcuni componenti della talpa che doveva effettuare i lavori nel tunnel geognostico di Chiomonte.

Bene, se quelle manifestazioni venissero fatte oggi, i partecipanti rischierebbero pene elevatissime e, con ogni probabilità, l’applicazione di misure cautelari, visto i criteri guida utilizzati negli ultimi anni dagli uffici giudiziari torinesi. Tutto ciò in perfetta armonia con le roboanti dichiarazioni, ahimè quasi giornaliere, del ministro dell’interno, che sembra avere in odio qualsiasi forma di protesta o di conflitto sociale.

Non è il caso di gridare allo scandalo.

Soprattutto se si confronta tale riforma con le ripetute prese di posizione di un governo che spara ad alzo zero sulle occupazioni di case, che si contrappone con ferocia all’esodo dei migranti, che trasforma in crimine umanitario il salvataggio di disperati in fuga dalle proprie case, che ogni giorno ci permette di constatare come l’umanità, il senso di solidarietà e di giustizia continuino pericolosamente ad arretrare nella coscienza degli italiani.

Siamo di fronte all’ennesimo giro di vite che produrrà un po’ di carcere in più per gli appartenenti ai movimenti sociali, che dovranno fare i conti con una repressione resa più intensa ed efficace da norme come questa.

Ciò nonostante, vale la pena di segnalare come siano evidenti i profili di incostituzionalità della nuova disposizione legislativa, non solo perché fanno difetto i requisiti di necessità urgenza connaturati all’emanazione di un decreto legge, non tanto per lo scarso nesso funzionale tra la norma in questione e i contenuti e le finalità dello stesso decreto, quanto, soprattutto, per l’adozione di minimi e di massimi edittali assolutamente spropositati, in rapporto alla finalità rieducativa della pena, prevista dal terzo comma dell’art. 27 della Carta costituzionale.

In diverse pronunce la Corte Costituzionale si è espressa in passato nel senso che tale finalità costituisca “una delle qualità essenziali e generali che caratterizzano la pena nel suo contenuto ontologico, e l’accompagnano da quando nasce, nell’astratta previsione normativa, fino a quando in concreto si estingue”, il che richiede una costante proporzione tra quantità e qualità della sanzione e offesa del bene giuridico tutelato.

In particolare, secondo La Corte “la palese sproporzione del sacrificio della libertà personale” provocata dalla previsione di una sanzione penale manifestamente eccessiva rispetto al disvalore dell’illecito “produce … una vanificazione del fine rieducativo della pena prescritto dall’art. 27, comma 3°, Cost., che di quella libertà costituisce una garanzia istituzionale in relazione allo stato di detenzione”.

Nel caso del nuovo di reato di blocco stradale è prevista la possibilità di irrogare delle pene detentive, come detto da 2 a 12 anni, ben più alte di quelle previste per reati che, secondo la coscienza collettiva, appaiono sicuramente più gravi.

Basti pensare, saltando di fiore in fiore, che per i partecipanti ad un’associazione per delinquere il nostro codice penale prevede sanzioni da 1 a 5 anni di reclusione, per i capi e promotori da 3 a 7, per un attentato ad impianti di pubblica utilità da 1 a 4, per l’adulterazione di cose in danno della pubblica salute da 1 a 5.

Il massimo edittale di 12 anni, indicato nel nuovo reato di blocco stradale è uguale a quello di chi recluta o induce alla prostituzione dei minorenni o di chi commette violenza sessuale contro un minore di 14 anni o di chi compie violenza sessuale di gruppo. E’ più alto di quello del reato di sequestro di persona, della rapina semplice, della violenza sessuale su un adulto.

Inoltre, per il reato di blocco stradale non sarà possibile far ricorso a quegli istituti, non facilissimi da collocare sul piano sistematico ma di sicura natura deflattiva e spesso assai vantaggiosi sul piano difensivo, quali la messa alla prova e l’esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto.

Ciò a causa dei limiti edittali, particolarmente elevati, previsti nella nuova fattispecie, con il paradosso che, ad esempio, per reati come la resistenza aggravata contro le forze dell’ordine (come il lancio di sassi nel corso di una manifestazione) il secondo istituto sarebbe astrattamente applicabile, pur essendo il fatto, in tutta evidenza, più grave di un semplice blocco stradale.

Il conformismo, lo scarso coraggio interpretativo che allignano di questi tempi nella magistratura italiana non consentono di sperare che si giunga in tempi brevi ad una dichiarazione di incostituzionalità della norma.

Inutile dire, poi, che, con ogni probabilità, la lettura che di essa daranno le Questure, prima, e le Procure, successivamente, potrebbe estendere ulteriormente il suo ambito di applicazione, soprattutto in relazione alle manifestazioni che si tengo nei centri urbani.

Non resta che sperare in un sussulto di dignità di quei parlamentari che dovranno votare nei prossimi mesi per la conversione del decreto in legge.

Ma anche questa, visti i maneggi, le retromarce, i compromessi governativi di questi giorni, appare una pia illusione.

Sui siti No Tav si è detto in più occasioni che non esistono governi amici.

Un governo che approva norme di questo tipo, che coltiva con pervicacia una prospettiva di incremento della repressione verso i movimenti appare un governo che, nei fatti, si muove in una logica di ostilità nei confronti delle lotte e del conflitto sociale. Con buona pace di tutti coloro che, approdati in sedi istituzionali, continuano a sostenerlo, pur avendo condiviso e/o apprezzato in questi anni le ragioni delle mobilitazioni No Tav.

Avv.Claudio Novaro

 

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Riceviamo e pubblichiamo da un nostro lettore un breve reportage sulle lotte in corso intorno alla difesa della foresta di Hambach dalle mire della multinazionale del carbone RWE.

Mannheim è un villaggio del Nordreno-Vestfalia, a pochi kilometri da Colonia. Come da tradizione tedesca è una cittadina ordinata, pulita, fornita di scuola, parchi per bambini e una graziosa chiesa in stile finto-gotico. Un paese a cui non manca davvero nulla, eccetto gli abitanti.

Il piccolo insediamento sorge in una delle principali aree carbonifere d'Europa, a fianco ad una cava che le associazioni ambientaliste definiscono come "la più grande fonte di CO2 dell'Occidente".

L'estrazione della lignite - il carbone di bassa qualità che abbonda nella zona - è un processo lungo e complesso, che richiede il consumo di enormi porzioni di suolo. Già diversi villaggi dagli anni ‘70 ad oggi sono stati sgomberati e distrutti per far spazio all'espansione della cava, e la piccola Manheim è la prossima nella lista.

Quando arriviamo nel paese l'impatto è forte: in tutto si conteranno due o tre luci accese, quelle dei pochi abitanti che hanno deciso di restare, mentre tutte le altre finestre sono sbarrate e lungo la via principale fan mostra di sé enormi container dei rifiuti, pieni di cianfrusaglie lasciate da chi se ne è andato.

Lion, la nostra guida, fa parte di un'associazione ambientalista tedesca, e come prima cosa ci porta verso la vecchia scuola elementare, ormai chiusa in attesa di essere demolita. I bambini che la frequentavano ora sono sparsi in tutta la zona, in paesi e istituti diversi. Colpisce che le strutture, le scritte, persino i murales realizzati dagli studenti siano perfettamente intatti, come se la mattina quelle aule dovessero popolarsi ancora di ragazzi e insegnanti.

La chiesa locale non è ancora stata sconsacrata: "lo sarà presto" ci dice Lion "ma io non concepisco come si possa pensare di togliere ad un posto la sua sacralità. Vuol dire che qui i soldi valgono anche più della fede". Nonostante i parrocchiani siano tutti andati via, un meccanismo automatico continua a far suonare le campane ogni ora, e questo contribuisce inevitabilmente a rendere l’atmosfera spettrale.

Nessuno sa esattamente quando il villaggio verrà demolito. In Germania molte voci si son levate in difesa di Manheim e di tutta l'area, sia da partiti come la Linke e i Verdi, sia da semplici comitati di cittadini. Nel frattempo, il governo ha collocato in uno degli edifici abbandonati un gruppo di 8 rifugiati politici. Non è difficile capire quante possibilità di integrarsi abbiano in un paese fantasma.

Il giorno dopo visitiamo la foresta di Hambach. L'area boschiva, o ciò che ne resta dopo decenni di deforestazione, è contesa da anni tra le multinazionali del carbone e le associazioni ambientaliste, e il livello dello scontro si è alzato al punto da portare gruppi di attivisti a occupare la foresta.

Noi visitiamo Oak Town, una delle "città" sugli alberi create dagli occupanti. Per evitare sgomberi le case sono state costruite tutte tutte sulle chiome delle querce: "la più alta sta ad oltre trenta metri" ci dice una delle attiviste, che per non farsi riconoscere non dice il suo nome e si mostra coperta da un passamontagna.

Appeso ad un ramo penzola un enorme stendardo con due chiavi inglesi incrociate e il motto carpe noctem. "Non prendetelo troppo sul serio" ci spiegano "abbiamo scelto di evitare qualsiasi azione violenta, non intendiamo perdere il favore dell'opinione pubblica".

La sera, lasciata Oak Town, vediamo sfilare sulla carreggiata opposta alla nostra una colonna di decine tra mezzi blindati e camionette della polizia: vanno a sgomberare uno dei tanti villaggi degli occupanti.

Al nostro terzo giorno in Germania andiamo a vedere finalmente la cava di lignite. Decidiamo di usare la bici, e lungo il tragitto la prima cosa che salta agli occhi è l’impatto che le estrazioni hanno avuto su tutto il territorio. In lontananza si vedono le nubi di vapore delle centrali a carbone, mentre a fianco ai prati scorre un’autostrada a quattro corsie, chiusa e abbandonata in attesa di essere demolita come Manheim. Nei villaggi attorno le strade sono deserte: "qua l'aria non è buona" spiega uno degli abitanti, "la gente deve lavare i vetri ogni sera perché si riempiono di polvere nera, cancerogena".

La cava secondo gli ultimi dati resi pubblici ha un area di 3389 ettari, e produce 40 milioni di tonnellate di lignite l’anno, numeri che si possono comprendere solo trovandosi di fronte a questa enorme voragine nel terreno.

Tutto l’impianto è costellato dalle macchine estrattive, enormi pale circolari visibili anche a kilometri di distanza, nonché “i più grandi manufatti semoventi mai prodotti dall’uomo”, come recitano i cartelli informativi della RWE, la multinazionale che ha in gestione la miniera.

Nel punto in cui noi ci fermiamo a osservare c’è un (costosissimo) bar-ristorante, con tanto di sdraio e ombrelloni vista cava. “E’ così che funziona il mercato” ci dice un ragazzo di una delle associazioni ambientaliste attive nella zona “Prima distrugge tutto, e poi ti chiede di pagare per vedere le macerie”.

Anche la verde Germania ha ratificato l’Accordo di Parigi che prevede, tra le altre cose, di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C in più rispetto ai livelli pre-industriali. Ma nessun provvedimento legislativo ha dato seguito agli impegni presi e, anzi, si sta assistendo ad un massiccio ritorno a fonti inquinanti come la lignite.

D’altro canto Cop21 non prevede sanzioni per i paesi inadempienti, limitandosi alla compilazione di una “lista della vergogna”, ovvero l’elenco pubblico delle nazioni che non rispettano l’accordo. Nessuna troika insomma a punire chi non si impegna per contrastare il cambiamento climatico: dalla Germania del rigore alla Grecia indebitata, dall’America di Trump all’Italia populista, ciò che mette insieme ogni governante sembra essere il disinteresse per la questione ecologica.

Ma se loro se lo possono permettere, la domanda che resta da farsi è: per quanto ancora potremmo permettercelo noi?

Poche settimane dopo la nostra visita è iniziata la stagione del taglio, e con lei si sono intensificate le operazioni di sgombero. Dopo un mese di proteste culminate in una marcia di 50.000 persone, l’Alta Corte Amministrativa di Munster ha imposto lo stop temporaneo all’abbattimento della foresta e, conseguentemente, all’espansione della cava. In attesa del ricorso della RWE, della foresta di Hambach resta in piedi solo il 10% della sue superficie originaria.

 

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Proseguono le mobilitazioni a Marsiglia contro i progetti di "riqualificazione" de La Plaine.

Dopo la manifestazione popolare dello scorso 20 ottobre che annunciava in maniera non eludibile la contrarietà al progetto di riqualificazione de La Plaine, le azioni e il presidio della piazza principale non si sono fermate.

Durante queste settimane sono stati organizzati dibattiti, concerti, letture pubbliche, corsi autogestiti e attività di ricoltivazione degli alberi che lavoratori del comune, scortati dalla polizia avevano iniziato ad abbattere.

Ma la risposta della controparte non si è fatta attendere. Durante la notte del 23 Ottobre un grande schieramento di polizia ha fatto irruzione in Place Jean Jaurès, sgomberando chi era rimasto in presidio e distruggendo l’imponente costruzione che era stata elevata a seguito dei fatti del 20.

Questa doveva consentire l’organizzazione degli eventi in opposizione al progetto di riqualificazione e rallentare la continuazione dei lavori, impedendo alle ruspe di passare con facilità.

La mattina del 29 Ottobre, invece, durante una conferenza stampa del presidente della Soleam, la società che dovrebbe gestire i lavori di ristrutturazione, è stato reso pubblico che i lavori sarebbero iniziati nello stesso pomeriggio e sarebbero durati per tre giorni.

Nel giro di poche ore, quindi, diversi abitanti e solidali si sono radunati in piazza per ostacolarli. Le misure adottate per svolgere i lavori sono surreali: un muro di cemento alto 2,5mt è stato innalzato a recinzione dell’intera piazza impedendone così l’attraversamento quotidiano di chi vive realmente quel quartiere, per una spesa totale di 390mila euro.

L’assemblea de La Plaine sin da subito in una lettera aperta rivolta alle istituzioni ha promesso che quel muro sarebbe caduto, e così è stato. Sabato sera diversi manifestanti si sono dati appuntamento nei pressi della piazza, e insieme hanno iniziato a tirare giù e distruggere i blocchi di cemento che componevano la recinzione.

Dopo pochi minuti l’intervento della polizia ha sgomberato la piazza tramite un massiccio impiego di gas lacrimogeni.

In queste settimane la risposta popolare che Marsiglia sta dando a speculatori e istituzioni pubbliche sta provocando un notevole ritardo dei lavori.

Staremo a vedere nei giorni che seguono quali saranno le prossime mosse di comune e Soleam, che non sembrano per nulla intenzionati a rinunciare al loro progetto.

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