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Articoli filtrati per data: Friday, 30 Novembre 2018

Da questa mattina circa un migliaio di persone si è radunata nei pressi della stazione di Art-Loi, a Bruxelles, ed è partita in corteo selvaggio al grido di Michels démission.

Al centro della mobilitazione le dimissioni del governo belga Michels che, da tempo, si è reso protagonista di numerosi provvedimenti che hanno determinato un generale aumento del carovita ed hanno colpito i migranti, il mondo del lavoro, il sistema previdenziale.I manifestanti hanno lanciato pietre e sassi alla polizia, che sta rispondendo con idranti e gas lacrimogeni. Le forze dell’ordine non riescono però a disperdere i manifestanti che, determinati, si dirigono in questi minuti verso il centro città. 

Dall'inizio della settimana i belgi fanno eco a quanto avviene in Francia. La mobilitazione di oggi, lanciata dal coordinamento Gilet Jaunes belga, arriva dopo diversi blocchi nei giorni scorsi ai depositi petroliferi in Vallonia, la regione meridionale, francofona e più povera del Belgio, soprattutto al confine francese. Tra il 21 e il 22 novembre sono stati bloccati numerosi depositi petroliferi, tra cui due di grandi dimensioni a Feuly, dove 400 persone si sono scontrate con la polizia, e a sud di Bruxelles. Il governo belga ha subito puntato il dito contro la violenza e ha criminalizzato il movimento definendo inaccettabili le violenze. Michels ha dichiarato di voler reprimere anche con la forza, se necessario, il movimento, e ha indicato la presenza di estremisti e ultras infiltrati nelle mobilitazioni.

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Anche in Belgio, come in Francia, la composizione dei Gilet Jaunes è estremamente eterogenea e variegata. Ma, come scrivono i compagni dal Belgio, nonostante la complessità di un movimento la cui confusione rappresenta probabilmente il miglior specchio della società odierna, la mobilitazione messa in atto dai Gilet Jaunes merita un occhio di riguardo anche in terra belga. Sapersi rapportare ad un fenomeno del genere, imparare ad analizzarlo, comprenderlo, attraversarlo e, se possibile, influenzarlo, rappresenta una strada obbligata per chi vuole sfidare il presente.

 

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Nell'ambito della due giorni "Peripherique" ospitata al Laboratorio Crash di Bologna abbiamo realizzato questa intervista a due ricercatori brasiliani intervenuti al dibattito. L'intervista si concentra sull'attualità politica nel paese e nella regione sudamericana. Soffermandosi sull'elezioni di Bolsonaro, sullo stato dei movimenti, sulle nuove tecniche di dis-informazione in Rete e sulle convulsioni del PT e delle forze "progressiste" del paese. Buona lettura.

Vorremmo iniziare con la vostra analisi delle ultime elezioni nel vostro paese. Ovvero, sui motivi, sui processi politici di lungo periodo che hanno poi portato all'elezione di Bolsonaro. Molti stanno analizzando quanto avvenuto nei semplici e riduttivi termini dell'avvento al potere di un fascista, di un effetto domino dell'elezione di Trump..noi vorremmo invece capire il quadro nella sua complessità, dal ruolo del cosiddetto anti-petismo al potere della Chiesa evangelica ad esempio.

In realtà anche noi stiamo ancora cercando di capire cosa sia avvenuto. Stavo leggendo negli scorsi giorni una intervista ad un famoso scienziato politico brasiliano. Questo si rammaricava del fatto che sia lui che i suoi colleghi non fossero stati in grado di capire che Bolsonaro potesse davvero vincere. Solo a Settembre infatti era già incredibile l'ipotesi che Bolsonaro potesse andare oltre il 25%. La spiegazione mainstream, corretta ma anche riduttiva, è quella per la quale la gente si è stufata della corruzione, a causa dell'enfasi avuta dall'operazione Lava Jato. Dall'altro lato, ed è un tema che crediamo vada sottolineato, su questo spirito anti-corruzione si è inserita la realtà della crisi economica. In Brasile le crisi economiche hanno sempre portato ad una profonda rottura dello status quo politico. Fu una crisi economica che condusse al potere Getulio Vargas, e sempre una crisi economica fece salire e scendere dal potere l'ultima dittatura militare che abbiamo avuto dal 1964 al 1985. Questa è la base del discorso.

Poi però bisogna davvero considerare quello che è stato il ruolo dell'anti-petismo in tutto il processo. E' sempre stato molto difficile per le forze progressiste emergere in Brasile, e quando questo è successo la destra reazionaria ha sempre cercato di collegare queste forze a una sorta di populismo di sinistra corrotto, spesso giovandosi dell'aiuto dei grandi media. Di fatto venivano scatenate ondate di astio verso le forze progressiste, basate anche su quello che crediamo sia un conservatorismo culturale interno ad ampie parti della società brasiliana. In questo sicuramente il PT è responsabile di non aver davvero effettuato una redistribuzione che toccasse le ricchezze dei grandi capitali: in Brasile chi era ricco è rimasto ricco anche dopo questi anni. Dall'altro lato ci sono stati senza dubbio grandi progressi rispetto al tema del riconoscimento dei diritti civili, sopratuttto per quanto riguarda la comunità LGBT. Questo a sua volta ha portato alla reazione guidata soprattutto dal sistema delle chiese evangeliche, altro tema decisivo.

C'è una cosa che va aggiunta. Ovvero il punto della sicurezza, in particolare relativamente al tema delle favelas e di come questa veniva percepita soprattutto dalle classi meno agiate. A differenza di quanto si potrebbe pensare, Bolsonaro non ha mai avuto alcun programma politico rispetto a come affrontare questa tema. Nei suoi discorsi parlava sempre e solamente di uccisioni e di una soluzione iper-militare del problema. In questo momento sono tantissimi i militari che sono entrati in Parlamento, più di settanta se non sbaglio, lui stesso come sapete è un ex-generale. C'è un processo di militarizzazione dello Stato in corso a tutti i livelli dell'amministrazione, locale e federale.

C'è un grande dibattito ora in Brasile su questo fatto della volontà popolare dell'avvento di un uomo forte, di uno che possa risolvere con la forza il problema della criminalità e così via. Ma dobbiamo considerare che ad esempio nel sud del paese, la parte più ricca e sviluppata, non è che ci sia un livello così alto di criminalità. Eppure è dove Bolsonaro ha preso più voti e consensi. Quindi forse il tema della sicurezza preso da solo non è l'unico o il più decisivo.

Tra le figure che sembrano emergere all'interno del prossimo governo c'è quella di Paulo Guedes. I media lo descrivono come un emulo moderno dei Chicago Boys degli anni Settanta, quelli che scrissero il programma economico di Pinochet per intenderci. L'agenda di Bolsonaro sembra dunque quella di una politica che mixa approccio neoliberale in campo economico e uno autoritario in ambito politico. Con l'appoggio delle grandi lobby agrarie, mediatiche e della Chiesa.

Quando parliamo di questa combinazione tra neoliberismo e autoritarismo ovviamente pensiamo al Cile e a quanto è successo negli anni Settanta e Ottanta. Quello che differenzia però i supporter di Bolsonaro da quelli di Trump, probabilmente, è che loro non supportano l'idea di uno stato minimo in classico stile neoliberale. In questo senso credo che ad esempio il ruolo della chiesa evangelica sia stato importante per nascondere questo aspetto anti-statalista di Bolsonaro. In Brasile la gente a maggioranza in realtà è favorevole alla spesa in servizi pubblici, vuole il Welfare State. C'è consenso all'idea che salute e istruzione siano diffuse, gratuite e di qualità. E per quanto possa essersi diffusa anche in Brasile l'idea dell'autosufficienza, dell'essere auto-imprenditori di sé stessi, io credo che la gente soprattutto volesse stoppare la corruzione all'interno dell'amministrazione statale, non ridurre il ruolo dello Stato nelle loro vite.

La gente era semplicemente molto stanca del vecchio sistema politico. Volevano qualcuno di nuovo, al punto tale di eleggere uno che poi in realtà non era neanche veramente nuovo come Bolsonaro. Però volevano punire i partiti tradizionali, cercare una nuova strada per migliorare le proprie condizioni, che a volte sono anche proprio le più materiali. Ad esempio a Rio, una città dove il tasso di criminalità è molto alto, il governatore neoeletto come prima soluzione ai problemi della città ha detto che assumerà decine di cecchini per rimediare alla criminalità. Bolsonaro probabilmente è più da paragonare a Duterte che a Trump. In realtà i brasiliani probabilmente neanche hanno piena comprensione di quale sia il ruolo dello Stato per Bolsonaro, e senza dubbio non appoggiano l'idea di uno stato minimo che comporti meno spesa in servizi pubblici.

Abbiamo letto molto delle nuove tecniche utilizzate a livello informativo e mediatico per orientare le elezioni. Ad esempio, abbiamo visto queste nuove catene su Whatsapp usate per diffondere notizie scandalistiche all'interno di vere e proprie campagne di disinformazione. E' dalle elezioni di Trump che sentiamo questi discorsi e vediamo l'affermarsi di nuove pratiche, cosa è successo in Brasile?

In Brasile Whatsapp è il principale strumento di comunicazione, molto più di Facebook ad esempio. Whatsapp è stato decisivo per l'elezione di Bolsonaro. Per chi si contrapponeva a Bolsonaro non è stato facile capire cosa succedeva all'interno della bolla intorno ai suoi sostenitori, al fine di provare a combatterlo. Whatsapp non è di facile accesso come Facebook perchè è uno strumento molto più chiuso. Nuove tecniche sono state utilizzate, con notizie inventate che venivano inviate da numeri stranieri per evitare qualunque ripercussione legale. Tralaltro questa ha mostrato anche i limiti della legislazione elettorale rispetto alle nuove forme di comunicazione. C'è una branca della Giustizia che si occupa solo di elezioni, ma se in passato poteva controllare soltnato quanto avveniva in tv o su Faceboook ora è diventato tutto molto più complicato.

Hanno usato video, meme, foto ritoccate con informazioni aggiunte. Molta della campagna è stata giocata sui temi dell'identità, in particolare in relazione alle questioni di genere. Una delle immagini che girava era una che affermava come se il PT avesse vinto le elezioni, i suoi governanti sarebbero andati in giro per il paese a prendere i bambini al fine di trasformarli in gay. Robe semplicemente ridicole, che però a quanto pare in parte hanno avuto successo nell'orientare il voto. L'ormai abusata “ideologia gender” è diventata il nemico numero uno. E badi bene, non soltanto da parte degli evangelici, ma anche della chiesa cattolica.

In Brasile abbiamo ancora una parte progressista interna ai cattolici, ma la sua controparte conservatrice sta crescendo ed anche questa ha usato come gli evangelici i social network come arma di disinformazione e di orientamento del voto. Poi ovviamente sono stati ripresi i soliti clichè del fatto che avrebbe vinto il comunismo e che quindi avresti dovuto dividere con gli altri tutto quello che avevi. Poi c'è la battaglia contro il marxismo che sarebbe stato imperante nel paese. Poi c'è lo spauracchio che saremmo diventati come il Venezuela. Infine, quello più surreale se vogliamo, il fatto che se avesse vinto il PT avrebbe controllato i media. Questo discorso si basava sul fatto che il PT aveva proposto una legge di riforma dei media che li avrebbe aperti alla concorrenza, rompendo quello che attualmente è uno dei veri problemi del Brasile ovvero la concentrazione nelle mani del gruppo Globo di tutto il potere mediatico o quasi, con quattro emittenti che di fatto controllano tutto. La grande sfida della sinistra, e qui non intendo il PT, sarà quella di tornare a parlare con i poveri e i meno agiati di persona, vis a vis, per rompere questo enorme flusso di disinformazione. E soprattutto, partire dalla difesa dell'istruzione pubblica che a quanto pare di capire sarà uno dei primi campi in cui Bolsonaro e i suoi vorranno agire. E' già partita una campagna politica contro l'indottrinamento politico che i professori farebbero agli alunni..

Possiamo dire però che la crescita del consenso agli evangelici è anche dovuta al crollo del consenso nei confronti del PT? Sopratutto dopo i fatti del 2013. dei primi movimenti popolari contro il PT, dei problemi del modello di sviluppo del paese..

Leggevo prima un report di Latinobarometro che affermava proprio come fosse crollato il consenso popolare al governo negli ultimi sei, sette anni. E' chiaro che non tutte le promesse sono state rispettate. Se da un lato la cosa ironica è che nel 2013 non c'era la crisi che abbiamo visto negli ultimi due tre anni, dall'altro lato è ovvio che se prometti coninuamente un welfare state da sogno e poi non lo realizzi rischi delle conseguenze. La gnte si è stufata di aspettare. Allo stesso tempo, c'è anche difficoltà nel capire le difficoltà di un paese come il Brasile. Il Brasile non è un paese ricco, ha la decima economia del mondo ma in termini di potere di acquisto siamo molto indietro. Si è diffusa una vulgata per la quale in Brasile senza corruzione avremmo uno stato e una società perfetti in ambito educativo, sanitario e cosi via. La realtà è di un paese ancora molto povero, in cui il modello sviluppista non ha funzionato ma dove c'è ancora una povertà davvero difficile da sradicare.

I media hanno anche utilizzato le proteste per tirare l'acqua al loro mulino. Quando c'erano le proteste contro Dilma, le narravano parlando del PT come del partito politico più corrotto della storia del Brasile, se non della storia del mondo! L'arresto di Lula pure è stato narrato in questi termini, e tutte le questioni sociali portate avanti, anche nei loro limiti, dal PT su scuola e sanità venivano legate a quanto avrebbero rubato nel frattempo.

Per molti quindi la corruzione e il crimine non sono sistemici, ma vanno addossati al'individuo. Si chiede alle istituzioni di lottare contro la corruzione, quando ovviamente sono le istituzioni nel loro complesso ad essere corrotte. Inoltre, il PT ha fatto grossi errori sia nello smettere di fatto di fare lavoro di base, nei luoghi più poveri, sia nell'aver lasciato crescere molto la violenza nelle aree periferiche senza impattare in maniera diretta con i grandi gruppi criminali.

Ci sono state grandi manifestazioni sul tema di genere dopo l'assassinio di Marielle Franco. In molti pensavano che l'unione tra donne, poveri e neri avrebbe potuto creare un'alleanza maggioritaria e vincente nel paese. Ma non è successo.

Negli ultimi anni c'è stato un aumento della rappresentanza nera nelle istituzioni e nelle amministrazioni. Marielle era parte di questo trend che si stava affermando nel paese. Ci sono grandi sforzi organizzativi da parte di donne nere nelle comunità ma anche nei grandi centri cittadini. Tanti collettivi, sia formali che informali, stavano sorgendo anche prima in risposta alla possibilità di un governo Bolsonaro. E' ancora difficile capire cosa succederà in futuro, c'è grande agitazione sopratutto nelle principali università, dove ci sono dimensioni organizzative praticamente ovunque. Questo è un buon punto di partenza ma non basta. Sarà importante capire anche come si ristruttureranno movimenti come quello dei Sem Terra, che è di fatto il più grande movimento latinoamericano in termini numerici.

Infine, vi chiediamo se quanto sta succedendo tra Argentina e Brasile può essere visto anche come una nuova fase per il Sud America nel suo complesso. Ovviamente, sia per i movimenti che per la controparte.

E' da vedere se ache su scala regionale, dato il trend reazionario in corso, si potranno dare nuove forme di relazione tra movimenti. Dall'altro lato, è chiaro, ci sarà anche una dimensione regionale della controparte. L'anno prosismo ad esempio in Bolivia si candiderà contro Morales un soggetto molto simile in termini di proposte a Bolsonaro. La mia speranza è che però un movimento come quello di Non Una di Meno possa essere capace di radicarsi in tutto il SudAmerica, anche perchè ovunque quello che è successo in Argentina sul tema dell'aborto potrebbe riproporsi ovunque. Anche in Brasile dove da diversi anni c'è un tentativo di restringere quello che è un diritto già molto limitato.

 

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Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato scritto dal gruppo Ultrà Cosenza 1978 Curva Sud. Il testo è una risposta all'ennesimo tentativo di far calare il silenzio sulla vicenda di Aldro all'interno degli stadi. Sono state infatti comminate diverse multe ad esponenti del gruppo proprio per aver esposto uno striscione per Aldro durante una recente trasferta.

Ormai da diverso tempo la nostra Curva è stretta nella morsa della repressione. Dopo le decine e decine di diffide, nella giornata di ieri, ci sono state notificate diverse multe che, tra l’altro, costituiscono per il ricevente una forma di recidività difronte ad eventuali daspo futuri.

L'ennesimo abuso di potere che ha dell'assurdo se si pensa a ciò che ci viene contestato. Nella trasferta di Carpi abbiamo esposto uno striscione per Federico Aldrovandi che recitava:" Paura di mostrare i volti della vostra vergogna. Federico Ovunque". E' evidente che qualcuno si sia sentito colpito da questa frase, lo stesso qualcuno che continua a commettere abusi di ogni tipo nelle strade e negli stadi.

Questo ci rende consapevoli del fatto che il messaggio che abbiamo lanciato è arrivato diretto. Ancora più assurdo è il fatto che il volto di Federico sia stato "daspato" da diversi stadi. A chi e perchè da fastidio? Come mai oggi in Italia si continua a declinare l'idea dell'introduzione del codice identificativo sulle divise delle forze dell'ordine?

Non è la prima volta che ricordiamo Federico Aldrovandi. Durante una partita casalinga della scorsa stagione ogni ultrà della Sud ha posto sulla sua faccia il volto di Federico, per un attimo i nostri sguardi sono stati il riflesso di un solo sguardo che ancora oggi chiede giustizia, quello di Aldro.

La morte di Federico Aldrovandi come le morti di Massimino "Nanà" Esposito, di Donato Bergamini, di Stefano Cucchi, di Giuseppe Uva, di Riccardo Magherini, di Vincenzo Sapia, di Gabriele Sandri e di tutte le altre vittime di un sistema malato attendono ancora giustizia e verità.

Oggi più che mai, sulla scia dell'onda d'urto generata dal film "Sulla mia pelle", è importante continuare a sensibilizzare tutte e tutti difronte a queste ingiustizie. E’ fondamentale affinchè non accada mai più, affinchè cadano le barriere che oggi permettono agli abusi di potere di replicarsi nel tempo.

Il 30 Novembre, presso la Casa degli Ultrà, alle ore 17, realizzeremo un iniziativa nel ricordo di Nanà , ultrà cosentino di 24 anni, che ha perso la vita nel carcere di Lecce. Faceva parte del gruppo storico di via Popilia, le “Brigate”. La sua vicenda non ha mai trovato spazio sui media e presenta tanti lati oscuri mai chiariti.

Verranno anche proiettati dei contributi video realizzati dall'Associazione Federico Aldrovandi e dall'Otto Settembre, direttivo della Curva Ovest Ferrara.

Invitiamo tutti coloro i quali si indignano e non restano indifferenti difronte ad abusi come questo a partecipare alle iniziative che realizzeremo e ricordiamo che chi volesse lasciare un contributo di solidarietà potrà farlo o all'interno della Curva Sud o presso la nostra sede.

Per noi la repressione altro non è che una tappa della nostra militanza da ultrà da affrontare a testa alta.

Difronte a quest'ennesimo abuso che di fatto offende la nostra dignità di ultrà, che offende gli amici ed i parenti di un ragazzo ucciso senza che i responsabili abbiamo pagato realmente, che calpesta i nostri diritti, continueremo ad alzare la voce e lo faremo con tutta la determinazione che da sempre ci contraddistingue.

UNITEVI ALLA NOSTRA RAGGIA Ultrà Cosenza 1978 Curva Sud

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Il G20 che apre i battenti oggi 30 novembre in Argentina sembra essere decisamente più significativo di altre recenti edizioni dei meeting. Ma è un G20 di crisi globale multipla: politica, economica, ambientale.

Se ad Amburgo lo scorso anno l'attenzione venne catturata dalla prima partecipazione di Trump e dalle proteste di piazza, in questo caso gli occhi sono sul programmato incontro tra Usa e Cina. L'incontro dovrebbe avere ripercussioni sui futuri sviluppi della guerra commerciale e tecnologica in corso tra i due paesi da diversi mesi.

Gli Usa minacciano di imporre ulteriori tariffe sulle importazioni dalla Cina, oltre a quelle già in atto. Tariffe finalizzate secondo i falchi di Washington a mettere in ginocchio l'economia di Pechino. Ciò ovviamente accadrebbe solo caso di mancato accordo tra Trump e Xi, che si vedranno ai margini del meeting. Allo stesso modo però la Cina sembra voler resistere alle richieste americane, che sono giudicate inaccettabili poiché metterebbero a repentaglio lo sviluppo economico cinese di qui ai prossimi anni.

Un muro contro muro insomma, nello scontro per l'egemonia globale. Le tensioni tra le due superpotenze potrebbero portare, se non risolte, ad una forte contrazione dell'economia nel 2019, con ripercussioni globali che potrebbero condurre a crisi del credito e a nuove politiche di austerità imposte a livello transnazionale.

Al momento le prospettive di un accordo sembrerebbero esserci, almeno dalle voci che filtrano da alcuni esponenti del governo americano. Ma non è semplice prevedere quello che succederà.

Accordo o non accordo, prosegue la tendenza all'emersione di un assetto multipolare sempre più definito. In un contesto in cui non è ancora stata trovata una soluzione duratura alle ragioni di fondo che portarono allo scoppio della crisi del 2008, e dove lo scontro tra riduttive e semplici etichette come "unilateralismo americano" e "multilateralismo cinese" nasconde una fragilità sistemica complessiva molto profonda.

In questo senso, la decisione di General Motors di chiudere alcuni stabilimenti in Nord America a causa degli elevati costi di produzione sembra mettere la pietra tombale sulla affermazione pratica della retorica trumpiana del Make America Great Again. Ovvero, su una delle principali ipotesi di "nuovo ordine globale" emersa negli ultimi anni. Nonché, insieme al caos inglese sulla Brexit, sullo stesso sviluppo futuro dell'ondata che sbrigativamente viene definita "nazional-populista".

Non a caso Trump ha minacciato di tagliare gli tutti gli aiuti governativi a General Motors al fine di tenere il punto sul suo progetto cardine, ovvero la fine della delocalizzazione e il ritorno nel paese di posti di lavoro. Nessun ritorno al passato è però possibile ai tempi del combinato disposto innovazione tecnologica/automazione e globalizzazione finanziaria.

L'assalto americano all'economia cinese sembra esser riuscito in uno dei suoi obiettivi, vale a dire spostare verso altri paesi gli stabilimenti produttivi attualmente locati in Cina delle varie multinazionali dell'elettronica o del settore automobilistico. Ma non sta riuscendo a farlo verso gli Stati Uniti. I milioni di posti di lavoro promessi da Trump cozzano con la realtà della ricerca del profitto delle grandi aziende, che agli USA preferiscono Vietnam, Bangladesh, India, Indonesia.

Ciò non vuol dire che la nuova ondata nazionalista-populista verrà messa in un cassetto e che tornerà il sostegno ad un entusiasmo popolare pro-globalizzazione. Non emerge infatti alcun piano alternativo, nessun "liberismo moderato e sociale" ha spazio e possibilità di emergere. Allo stesso tempo, progetti come quello cinese della Nuova Via della Seta sono sempre più messi sotto accusa nei paesi interessati dagli aiuti cinesi, per via dei processi di indebitamento e sfruttamento che descrivono il piano neocoloniale di Pechino.

Inoltre, il sostegno alle politiche del presidente USA rimane invariato da parte delle lobbies industriali e finanziarie, soprattutto per la sua politica di incentivi fiscali alle aziende e tagli delle tasse ai ricchi. Un modello che appoggia anche l'appena eletto Bolsonaro, l'indiano Modi o il giapponese Abe. Ma tornando agli USA, questa "droga" immessa nel mercato non sembra però possa funzionare a lungo. Le prospettive per la crescita e l'occupazione sono peggiori per i prossimi due anni, quelli che porteranno alle prossime elezioni USA.

Inoltre, l'indebitamento nel paese aumenta e potrebbe portare all'esplosione di nuove bolle. Ciò proprio a causa delle politiche protezionistiche e di deregulation finanziaria, che esacerbano ulteriormente la realtà di un mondo sempre più diseguale in termini di distribuzione della ricchezza.

L'attualità ci parla di una enorme polarizzazione dei redditi e allo stesso tempo di un enorme indebitamento collettivo, in primis americano, ma anche europeo. Il QE di Draghi, che aveva messo un tappo alla situazione, finirà a dicembre con il rischio che l'economia europea possa subire ulteriori dinamiche speculative della grande finanza sulla tenuta dei debiti sovrani.

La situazione è complicata. Non a caso, l'amministrazione americana sembra essere sempre più solerte nella costruzione di un nemico esterno su cui scaricare le future problematicità interne. Il ripristino delle sanzioni all'Iran ne è testimonianza diretta, così come la marcia indietro sulla risoluzione della questione nordcoreana o l'appoggio alle peggiori politiche iper reazionarie di Israele e Arabia Saudita nello scenario mediorientale. La guerra è il modo migliore, da parte capitalista, per risolvere una crisi..

Le stesse nuove sanzioni all'Iran hanno mostrato però come esistano movimenti sotterranei in cui l'egemonia USA sembra avere ulteriori complicazioni. La decisione di Ue Russia e Cina di continuare a commerciare con la Repubblica islamica tramite sistemi speciali di pagamento è di fatto un tentativo inedito di svincolamento dall'egemonia del dollaro, pilastro della supremazia americana post seconda guerra mondiale.

Allo stesso modo, l'enfasi di Macron e Merkel sulla necessità di un salto in avanti del processo di unificazione europeo in ambito militare e finanziario segnalano che alcuni settori dell'establishment europeo iniziano a mal sopportare la tenaglia che tra dominio militare e tecnologico USA e supremazia commerciale e finanziaria cinese sta facendo sprofondare nell'irrilevanza il grande capitale europeo.

Le multe contro i cosiddetti Gafa (Google, Amazon, Facebook e Apple) e lo stop agli investimenti indiscriminati cinesi nell'Unione sembrano segnalare questo cambio di atteggiamento. Non sarà però un passaggio né immediato né facile. L'unione è spaccata, con paesi come quelli del blocco orientale e l'Italia gialloverde che agiscono de facto da lunga manus di USA e Cina nel boicottaggio di ogni passaggio di ulteriore integrazione.

Altro tema centrale del G20 sarà quello del cambiamento climatico. Anche su questo esiste una forte polarizzazione tra chi insiste sul rispetto dell'accordo di Parigi, in particolare Cina ed Unione Europea, e chi invece lo denuncia come gli USA, che potranno inoltre contare sull'appoggio del neoeletto Bolsonaro. Uno stallo che cozza con la drammaticità della situazione a livello globale, dove ondate migratorie di massa sono previste come esito della progressiva devastazione del pianeta e dove imprenditori politici senza scrupoli si fregano già le mani al pensiero di strumentalizzarle.

Su ogni dossier insomma, le principali potenze globali sono spaccate. Segnale di difficile ricomposizione delle tensioni internazionali. Dove quella tenaglia che odora di guerra di cui parlavamo qualche settimana fa è sempre più all'opera..

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Condividiamo alcune annotazioni e una corrispondenza audio sull'evoluzione del contesto politico messicano. 

 

Il primo dicembre in Messico entra in carica formalmente il nuovo governo di centro-sinistra di Andrés Manuel Lopez Obrador (AMLO). Nonostante la forza elettorale popolare che lo sostiene e le speranze di pace e cambiamento espresse da questa, non sembra che ci saranno sostanziali cambiamenti nelle politiche economiche e di sicurezza pubblica. Solo i programmi assistenzialisti aumenteranno e le borse di studio verranno distribuite a pioggia ma con l’obbiettivo di neutralizzare la resistenza a difesa dei territori, visto che il piano di sviluppo economico prevede almeno tre grandi opere: il corridoio transismico (un treno merci e un corridoio di fabbriche e infrastrutture che uniscono Atlantico e Pacifico, che sostituirebbe strategicamente lo snodo del Canale di Panama); il Treno Maya (un treno turístico che unirebbe, ad alta velocita’, Cancun con il Chiapas); una nuova raffineria di petrolio nello stato di Tabasco.

Questi progetti verranno implementati con un simulato consenso popolare realizzato attraverso una specie di referendum pilotato: “la consulta”, che mischia nello stesso quesito questioni locali con le nazionali, proposte di intervento sociale con piani economici liberisti. Attraverso questo meccanismo il governo ha fondato una leggittimita’ specifica sul proprio programma, autocertificandosi come democratico e aggirando in questo modo il diritto a una consultazione previa e informata (stabilita nel convegno 169 della ILO) dei popoli indigeni sulle grandi opere previste nei loro territori.

Neanche sul fronte della “sicurezza” sembra ci saranno sostanziali cambiamenti; AMLO infatti proporra’ la costituzione della Guardia Nacional, una nuova polizia militarizzata che pattugliera’ il paese, confermando quindi la presenza dei soldati nelle strade, una presenza che, ricordiamo, e’ responsabile della guerra in corso, costata la vita di 220,000 persone in 12 anni e 37,000 desaparecidos. AMLO ha inoltre annunciato che si aprira’ il reclutamento di 50,000 giovani per questo nuovo corpo militare.

Di fronte a questo scenario le organizzazioni autonome, prima di tutte l’EZLN, vengono cosí isolate e tacciate di fare il gioco della destra e di essere anti-popolari. Una situazione difficile che si e’ discussa nel Secondo Incontro per la Resistenza Globale Autonoma, realizzato a Oaxaca, nella sede di OIDHO, con la partecipazione di una delegazione dal Kurdistan. I temi della riflessione collettiva sono stati: autonomia e relazione con lo Stato; economia e crescita organizzativa; difesa del territorio e autodifesa.

Condividiamo una corrispondenza audio del Nodo Solidale per Radio Onda Rossa 87.9 su questi temi:

 

https://www.ondarossa.info/redazionali/2018/11/messico-aggiornamenti

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