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Articoli filtrati per data: Friday, 23 Novembre 2018

L’operazione tempesta di jezire, iniziata l’11 settembre del 2018 nella provincia di Deir Zor, è ripartita il 12 novembre.

Dopo mesi di combattimenti nella zona sud al confine tra Siria e Iraq, poco più di una settimana fa è partito l’attacco sulla parte Nord della città di Hajin.

A settembre le Sdf a sud di Hajin erano riuscite a liberare centinaia di chilometri quadrati, per poi subire vari contrattacchi da parte dei miliziani dell’Isis, proprio in contemporanea agli attacchi dell’esercito turco alla città di Kobane e Gire Spi. Molte zone liberate dalle Sdf sono state riconquistate dallo Stato Islamico anche grazie alle condizioni meteo, per una settimana la zona è stata investita da tempeste di sabbia che hanno favorito la riconquista della zona a Sud di Hajin. Per via delle tempesta di sabbia le Sdf non hanno potuto fare che arretrare, a causa della scarsa visibilità per evitare il coinvolgimento dei civili ancora presenti nella zona.

Dal 12 Novembre ad oggi le Sdf hanno fatto grossi progressi e sono arrivati quasi alla periferia Nord della città di Hajin, dove proprio ieri sono state sfondate le prime linee di difesa della città e decine di membri dello Stato Islamico sono stati uccisi. All’operazione partecipano principalmente le unità arabe delle Sdf, dall’11 Settembre ad oggi ufficialmente sono caduti più di 500 combattenti, tra cui ricordiamo Haval Shain, volontario internazionalista e comandante dell’unità internazionalista dello Ypg. Shain era un compagno che arrivava da Marsiglia e si era unito allo Ypg nel mese di Giugno.

L’operazione jezire storm mira a liberare l’ultima zona sotto il controllo dello Stato Islamico, secondo dati ufficiali si trovano sui 3000 mila combattenti dell’Isis, in prevalenza internazionali. I miliziani dello Stato Islamico sono decisi a combattere fino alla fine, proprio per questo e anche per la presenza di decine di migliaia di civili, l’operazione procede molto lentamente ma con estrema ferocia nei combattimenti: sono più di mille i Daesh uccisi e decine gli attacchi che ogni giorno vengono compiuti dai Miliziani.

Quest'ultima battaglia forse è la più dura che le Sdf abbiano mai affrontato, viste le centinaia di vittime tra le forze arabe e i continui contrattacchi subiti. Una battaglia dimenticata dall’occidente, dai media, dove centinaia di compagni e compagne combattono senza sosta. Ricordiamo anche che all’operazione stanno partecipando alcuni combattenti internazionali, che sono partiti il 10 Novembre verso il fronte di Hajin, tra loro un carissimo compagno e amico Heval Tekosher, combattente italiano che da un anno si trova nel Nord della Siria per difendere con le armi una rivoluzione. Riprendiamo dalla sua pagina Facebook un pezzo del suo scritto, pubblicato proprio il 10 Novembre poco prima della partenza: “Avremo bisogno di tutto il morale possibile, la situazione che ci attende richiede un impegno estremo: Daesh è un nemico forte, ben armato, ed ogni contrattacco che lancia è massiccio e ben coordinato. Ci sono molte perdite da entrambe le parti; è una lotta estremamente dura. Kawa mi prende in giro, dice che penso troppo alla morte, che non mi devo preoccupare, che siamo “Alhamdulillah!” (nella grazia di Dio). Ecco, io non credo in Dio da molto tempo, e, in generale, a Kawa lo contraddico più o meno sempre, ma per una volta, una soltanto, mi piace pensare che in fondo in fondo, su questo, abbia ragione".

da Agirê Bablîsokê

 

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Sabato 24 novembre si svolgerà a Roma, per il terzo anno consecutivo, la manifestazione nazionale convocata da Non una Di Meno contro la violenza maschile sulle donne. Il giorno dopo l’assemblea discuterà dello sciopero del prossimo 8 marzo.

Il movimento globale delle donne continua a crescere e schierarsi contro i governi dei propri Paesi che affondano con misure reazionarie e violente: USA, Brasile, Argentina, Polonia, Irlanda, Spagna... Nella giornata internazionale contro la violenza maschile le donne marceranno per imporre la propria presenza, per rifiutare il ruolo di sole vittime. Viene fortemente criticato e attaccato anche il pinkwashing istituzionale che ogni anno occupa mediaticamente la giornata cercando di distrarre dalla sistemicità di tale violenza.

Questa giornata sarà il preambolo del prossimo 8 marzo. Un movimento delle donne rinnovato accresce la propria potenza sfidando le contraddizioni patriarcali e organizzando il terzo sciopero globale della produzione e dalla riproduzione.
Nel nostro Paese il fronte è ampio: il disegno di legge Pillon, il decreto Sicurezza, le mozioni antiabortiste, l’attacco all’accesso al welfare e al sistema sanitario. Questo governo ha anche un’altra peculiarità: affonda nelle contraddizioni reali che le donne e la società soffrono e propone delle risposte, reazionarie e violente. Il piano della retorica e del simbolico sono da attraversare per costruire una risposta reale e di rottura: lo sciopero.
La violenza maschile sulle donne è l’altra faccia della violenza istituzionale e sociale delle donne, in un processo circolare si alimentano e riproducono. Per questo il movimento transfemminista ha sempre puntato al blocco della quotidianità delle vite, delle metropoli, del lavoro. Per questo la marcia del 24 novembre è il primo passo dello sciopero dell’8 marzo.

Seguiremo domani in diretta la piazza romana e i suoi sviluppi.

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La cronaca

La minaccia della pioggia non ferma le decine e decine di pullman e le manifestanti che dalla Capitale raggiungono piazza della Repubblica. Per il terzo anno consecutivo Non una di Meno conferma un appuntamento di mobilitazione importante nel mese di novembre. Il corteo si muove verso il centro. Le prime stime si aggirano attorno alle centomila unità.

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Larghissima la partecipazione dai territori e delle giovani donne scese in piazza quest'oggi. Presente anche uno spezzone delle scuole. Sono tanti gli slogan contro le politiche governative di controllo sul corpo delle donne.

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 Davanti all'ISTAT il corteo si ferma assieme a lavoratrici e lavoratori dell'istituto. "La demografia non è una scienza neutra. Blangiardo è un anti-abortista  e non lo vogliamo alla presidenza dell'Istat". Presente anche un folto spezzone di donne curde.


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Riprendiamo da Zero in Condotta due interviste raccolte al Laboratorio Crash! durante la due giorni di incontri ''Peripherique'': al "Comité Justice pour Adama" dalle banlieu di Parigi e ad alcuni ricercatori delle università di Rio de Janeiro.

Si è tenuta lo scorso fine settimana al Laboratorio Crash di Bologna una serie di incontri dal titolo "Peripherique", momento di confronto e dibattito attraversato da attivisti e abitanti del quartiere Corticella, a partire dalle periferie e dalle forme di conflittualità che in quei luoghi si innescano, prendendo in esame da un lato le forme di sfruttamento e di controllo che i poteri istituzionali instaurano con esse, dall'altro le forme di resistenza che proprio dalle periferie nascono e si sviluppano. In particolare abbiamo intervistato alcuni attivisti provenienti da Francia e Brasile che hanno preso parte all'incontro "Parigi, Rio de Janeiro, Napoli. Periferie, lotte popolari e violenze poliziesche".

La prima persona ad aver raccontato la sua esperienza è Sonia, del Comité Justice pour Adama, educatrice specializzata, che a partire dal 2016 ha dato vita insieme ad altri a un progetto nella banlieu nord di Parigi con i giovani che vivono in condizioni difficili e di marginalità: "Una notte del luglio 2016 è arrivata la notizia della morte di Adama Traoré, ucciso dalla polizia francese dopo che lo aveva fermato. Il giorno dopo la morte di Adama, si è formato il comitato, composto inizialmente dai familiari e amici di Adama, anche grazie all'incontro col Mib (Movimento migrazione banlieu), già attivo sui temi delle violenze della polizia verso i giovani delle periferie. Il comitato ha assunto fin da subito una connotazione politica forte, grazie al contributo di altri militanti e attivisti che già operavano nelle banlieu parigine. Il ruolo molto importante nel comitato è giocato da ragazzi neri e arabi, che subiscono quotidianamente i controlli e le violenze della polizia, che li ferma continuamente. Prima della nascita del comitato quando un ragazzo moriva a causa dell'intervento della polizia, c'era un ristretto numero di militanti che si attivava. In questo caso invece si è riuscito ad allargare a tutti i fratelli neri e arabi, a partire dal primo impegno delle famiglia".

All'intervento di Sonia è seguito quello di Youcef, attivista anch'egli da tempo impegnato  nelle periferie parigine: "Il caso di Adama è uno fra i numerosi di quelli che quotidianamente colpiscono le minoranze nere e arabe, che sono sempre oggetto delle violenze della polizia. C'è una gestione coloniale dei quartieri periferici di Parigi, e una di queste modalità coloniali di gestione dei quartieri popolari e periferici sta proprio nell'uccisione di un certo numero di giovani. Tutto è costruito per controllare il più possibile questi quartieri, in cui lo Stato è assente dal punto di vista dei servizi, ma è molto visibile attraverso la presenza della polizia. La politica istituzionale parla di territori da riconquistare, quando parlano delle banlieu. Fortissima è la criminalizzazione dell'islam: quando c'è una mobilitazione delle persone che vivono questi quartieri si utilizza la loro cultura per criminalizzarli e diabolizzarli. Tutti i cliché coloniali vengono mobilitati per mettere fuori gioco chi si impegna da nero o arabo in questi quartieri, per impedire loro di mettere in questione l'ordine sociale della repubblica francese, e in ultima analisi per impedire loro di essere cittadini come gli altri, e per impedire alla spinte insurrezionali dei quartieri di esplodere. La finalità politica della violenza poliziesca è il controllo di questi territori. Nessun attore istituzionale vuole farsi carico della questione razziale in Francia. I partiti politici hanno coi quartieri popolari un rapporto esclusivamente elettorale: al momento delle elezioni si pongono il solo problema di raccogliere voti, niente altro. Da due anni il comitato per Adama svolge un lavoro di alleanze coi movimenti di sinistra, sostenendo mobilitazioni studentesche e sindacali e aspettandoci il sostegno degli altri soggetti sui temi antirazzisti. La nostra prospettiva è internazionalista e radicale, per cambiare questo sistema capitalista e razzista".

 

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Al racconto degli attivisti francesi è seguito quello dei brasiliani Ana Paula e Humberto rispettivamente professoressa alla Università Cattolica di Rio de Janeiro e ricercatore presso l'Università Federale di Rio de Janeiro. I due hanno raccontato la situazione brasiliana in questa difficile fase politica e sociale che ha portato all'elezione del candidato di estrema destra Jair Bolsonaro a presidente del paese: "Dopo l'elezione del candidato di estrema destra Bolsonaro, la prospettiva sembra la peggiore possibile. Da un lato fatichiamo a spiegarci cosa sia successo. Fino a settembre nessuno si aspettava che Bolsonaro avrebbe vinto. In particolare nei confronti delle Università c'è una minaccia verso il potenziale critico che al loro interno si esprime: è stato detto espressamente dal nuovo governo cosa ritengono debba essere discusso e cosa no. Si prepara una forma di persecuzione verso quello che per il nuovo governo è ritenuto un avanzo di marxismo. A ciò si affianca la crescita di un'opinione diffusa che rivendica un "anti-intellettualismo" come nuovo orizzonte del sapere: è ammesso solo un approccio scientifico e non critico ai campi del sapere, sempre che si possa definire scientifico. La polizia è già stata mandata a interrompere dibattiti sul fascismo che si tenevano all'interno di alcune Università del sud del Brasile. Al tempo stesso nelle scuole superiori è già stata approvata (prima del nuovo governo) la riforma che mette ai margini l'insegnamento delle materie umanistiche, inoltre si è sviluppato un movimento di destra che prende il nome di "Escola sem partido", che prende di mira gli insegnanti che provano a discutere con gli studenti di politica e di educazione sessuale. Inoltre vogliono introdurre delle forme di 'voucher', attraverso i quali lo Stato darà una quota in denaro alle famiglie per l'iscrizione dei figli alle scuole private, spianando così la strada alla privatizzazione. Altro provvedimento che pare vorranno adottare sarà la trasformazione di una parte dell'insegnamento in lezioni a distanza, che aprirà ad attori privati che entreranno in questo mercato, che sarà rivolto principalmente ai poveri, che saranno ancora sempre e più legati alle proprie condizioni di partenza familiari, mentre le èlite continueranno a studiare".

Rispetto alle periferie, nucleo tematico degli incontri che si tenevano a Crash, e in particolare sull'avanzamento di discorsi securitari che propongono la militarizzazione dei quartieri disagiati e marginalizzati delle città come risposta ai problemi sociali: "Il discorso che ha preso piede in una larga parte della popolazione è purtroppo che 'l'unico bandito buono è quello morto', quindi si configura come un forte attacco ai diritti umani. Chi sta in prigione non deve avere diritti, e in particolare ci sono progetti di legge che vogliono abbassare l'età per essere considerati alla stregua degli adulti quando si commette un reato all'età di quattordici anni, alimentando così il discorso contro la protezione dei più giovani e poveri, come a dire: quando commetti un crimine hai perso ogni forma di innocenza. Ovviamente a questo discorso non è affiancata alcuna visione sistemica di ciò che produce la criminalità: per chi sostiene questo discorso è come se essa apparisse naturalmente nella società. Non c'è nessuna indagine sociologica. Inoltre, sta prendendo piede l'idea che chi abita nelle favelas deve essere protetto dai criminali, e se per caso questo qualcuno viene ferito o ucciso durante un'operazione di polizia, la colpa è sua perché ha accettato di vivere in luoghi in cui c'è criminalità. C'è inoltre un pericoloso avanzamento di settori dell'esercito nella politica. La militarizzazione delle città sta andando di pari passo con la militarizzazione della politica. Le persone fuori dalle periferie si scandalizzano sempre meno per gli atti di violenza che accadono nei luoghi della marginalità. Sembra che il motto di questo tempo stia diventando che 'i diritti umani sono per gli umani giusti', per gli altri niente. E purtroppo questo discorso sta funzionando non solo con la classe media, ma anche con le fasce popolari".

 

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Week end di mobilitazione e discussione convocato da Non una di meno, di seguito l'appello per il corteo e la convocazione dell'assemblea.

 

Non Una Di Meno in stato di agitazione permanente: manifestazione nazionale contro la violenza di genere e le politiche patriarcali e razziste del governo

24 novembre 2018 Roma h. 14 Piazza della Repubblica

Siamo la marea femminista che in Italia e nel mondo ha levato il suo grido globale contro la violenza maschile, di genere e razzista e contro i governi che la legittimano.

Da più di due anni siamo nelle piazze e nelle strade a ribadire che i femminicidi sono la punta di un iceberg fatto di oppressione: la violenza maschile comincia nel privato delle case ma pervade ogni ambito della società e diventa sempre più strumento politico di dominio, producendo solitudine, disuguaglianze e sfruttamento.

Il governo Salvini-Di Maio si è fatto portatore di una vera e propria guerra contro donne, migranti e soggettività lgbt*qia+, attraverso misure e proposte di legge che insistono su un modello patriarcale e autoritario che  vorrebbe schiacciare e ridurre al silenzio la nostra libertà.

Contro le donne si scaglia il Ddl Pillon su affido e mantenimento dei figli per difendere la famiglia tradizionale e ristabilire ruoli e gerarchie di genere che negano l’autodeterminazione delle donne. La libertà di decidere sul nostro corpo e delle nostre vite è sempre più attaccata da campagne fondamentaliste di criminalizzazione dell’aborto che oggi trovano spazio in ogni parte del mondo e rappresentanza nel governo. Noi rispondiamo che la libertà di abortire non si tocca e che il Ddl Pillon non si riforma, si blocca!

Mentre dichiara di voler porre fine alla povertà, questo governo pianifica misure che intensificano la precarietà e accentuano la dipendenza economica che ci espone ancora di più alla violenza e alle molestie sul lavoro. Smantellano il welfare e pretendono che le donne, italiane o migranti, gratuitamente o in cambio di un salario da fame si occupino del lavoro domestico e di cura. La precarietà è donna e per questo la nostra lotta contro la violenza è anche una lotta contro la precarietà e lo sfruttamento. Vogliamo un reddito di autodeterminazione , universale e individuale, un salario minimo europeo, welfare universale e servizi, per uscire dal ricatto della povertà e della violenza.

Riconosciamo scuole e università come luoghi di formazione e di lavoro che producono e riproducono le dinamiche violente della società razzista e patriarcale in cui viviamo. Per questo vogliamo farli rivivere di saperi femministi e antirazzisti, educazione alle differenze e educazione sessuale a tutti livelli.

Attraversiamo città rese sempre più cupe e ostili dalla privatizzazione dello spazio pubblico, dalla militarizzazione delle strade, da provvedimenti per la sicurezza che divengono apartheid. In tutto il mondo continuiamo a urlare che le strade sicure le fanno le donne e le soggettività libere che le attraversano, costruendo le città femministe che meritiamo di vivere. Vogliamo una Casa per dormire, consultor* per amare, centri antiviolenza per vivere e sognare, …

Non ci stiamo al gioco razzista che strumentalizza stupri e femminicidi La violenza contro le donne non ha colore: è sempre violenza maschile. Patriarcato e razzismo sono due facce della stessa medaglia: rifiutiamo la paura, l’odio e la violenza del decreto Salvini, costruendo mobilitazione e solidarietà diffusa, in primo luogo con le migranti esposte a violenze reiterate e sulla cui pelle si gioca in modo ancora più tragico la partita della destra al governo. Rivendichiamo la libertà di muoverci e di restare, diritto d’asilo, cittadinanza e un permesso di soggiorno europeo senza condizioni, svincolato da lavoro, matrimonio e studio.

Ci volete sottomesse, ricattate e sfruttate, ci avrete ribelli! Noi siamo il cambiamento.

Il 24 novembre a Roma sarà marea femminista senza bandiere e simboli identitari e di partito, Privilegiamo i contenuti, la costruzione di rete e relazioni. Abbiamo un Piano femminista contro la violenza maschile e di genere con cui vogliamo trasformare la società, il mondo intero.

Il 25 novembre ci ritroveremo in assemblea nazionale verso lo sciopero globale delle donne dell’8 marzo.

Lo stato di agitazione permanente è appena cominciato.

 

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25 novembre 2018. La marea femminista, dopo aver inondato le strade di Roma per il terzo anno consecutivo, si riconvoca in assemblea nazionale per dare seguito allo stato di agitazione permanente verso lo sciopero globale delle donne del prossimo 8 marzo.

Forti della tanta strada fatta finora, siamo pronte ad affrontare una nuova sfida, a ridisegnare il campo delle nostre lotte.
Lo faremo a partire dall’analisi del mutato quadro politico, italiano e internazionale, che vede nell’attuale movimento femminista e transfemminista il più esteso e radicale processo di opposizione alla deriva reazionaria in atto a livello globale.

Il prossimo sciopero delle donne si collocherà in questa nuova fase di contrattacco apertamente antifemminista e razzista.
Inquietanti assonanze riecheggiano nelle parole di Salvini e di Bolsonaro, di Trumpcome di Orban: la guerra contro donne, migranti, trans*, lesbiche, e chiunque non si adegua ai modelli di sessualità dominanti, si fa sempre più esplicita e violenta. La violenza si afferma come ordine del discorso istituzionale, come strumento di governo dei flussi attraverso i confini e nelle metropoli, dei rapporti familiari, sociali e politici, dell’accesso al lavoro e al welfare.

In Italia un piano coerente e organico lega il Ddl Pillon, le mozioni antiabortiste, il DEF e il decreto Sicurezza: si tratta di misure che puntano a minare l’autodeterminazione, riproponendo un modello patriarcale di società utile a giustificare e approfondire l’impoverimento e lo sfruttamento. Il reddito di cittadinanza proposto dal governo consolida infatti la dipendenza economica, creando gerarchie e divisioni.

La violenza maschile sulle donne viene così legittimata a livello sociale e istituzionale. Da un lato si nega che a stuprare siano i maschi e si attaccano i migranti come tali, legittimando così il razzismo. Dall’altro gli stupri sui confini contro le donne migranti e la violenza domestica vengono ignorati. Non a caso tutto questo avviene assieme a una bonifica sociale degli spazi femministi e di ogni forma di solidarietà organizzata, mentre le città affrontano la privatizzazione dello spazio pubblico e la militarizzazione delle strade, in nome della sicurezza e del decoro.

Lo stato di agitazione permanente è una risposta diretta, una sfida a tutto questo: si propone di scandire una temporalità nuova delle nostre lotte, nella convinzione che la ridefinizione delle nostre strategie di mobilitazione sia decisiva per riaffermare la potenza politica e programmatica del movimento femminista. Di qui l’importanza di strutturare le campagne già individuate a Bologna verso lo sciopero dell’8 marzo e oltre.

La costruzione dello scioperorichiede la creazione di strumenti nuovi, adeguati al coinvolgimento attivo di reti sempre più ampie, a partire dalla materialità delle nostre vite. È la processualità ciò che dobbiamo rimettere al centro della nostra discussione, rovesciando la prospettiva della pura e semplice scadenza, per fare dell’8 marzo uno spazio aperto e includente, attraversabile dalle molte, moltissime figure del lavoro e del non lavoro, della produzione e della riproduzione sociale; uno spazio di lotta e riappropriazione, il momento di esplosione della nostra forza, accumulata nel lavoro quotidiano e di base, nella costruzione di relazioni e pratiche, di attivazione nei posti di lavoro, nella connessione e nell’intreccio tra locale e globale. Esempi utili in questo senso giungono dalle esperienze fatte in altri paesi, Spagna e Argentina in particolare, dove lo sciopero è stato sciopero generale, materiale e simbolico, vertenziale e politico allo stesso tempo.

Un nodo centrale su cui confrontarci riguarda quindi la definizione degli strumenti di cui dotarci nel lavoro di organizzazione e realizzazione dello sciopero. Decisivo in tal senso sarà discutere di come e in che termini si intende interpellare le strutture sindacali e aprire un confronto pubblico.
Per affrontare in modo esaustivo e produttivo la discussione proponiamo quindi che l’assemblea del 25 novembre si strutturi in due sessioni:

I sessione, mattina: Analisi della fase, rivendicazioni e campagne verso lo sciopero femminista dell’8 marzo. II sessione, pomeriggio: costruzione dello sciopero del lavoro produttivo e riproduttivo: percorso di avvicinamento, pratiche e strumenti condivisi di organizzazione dello sciopero, confronto con i sindacati.

Non Una Di Meno chiama a raccolta tutte le sue energie verso lo sciopero femminista. Lo stato di agitazione permanente è appena cominciato!

 

 

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Riprendiamo da l'America Latina questa traduzione di un articolo di ViewPointMag sulla marcia migrante verso gli Stati Uniti.

 

Infine, senza dubbio, la sinistra negli Stati Uniti dovrà porsi il problema che sarà sempre improbabile una “rivoluzione americana” simile a quella tipicamente immaginata da DeLeon, Debs o Cannon. Se il socialismo dovesse un giorno arrivare in Nord America, è molto più probabile lo faccia in virtù di un processo combinato ed emisferico di rivolta che sovrappone emisferi e intreccia movimenti.

Mike Davis, Prisoners of the American Dream: Politics and Economy in the History of the US Working Class

Dopo due settimane di strenuo viaggio dall’Honduras, passando per il Guatemala per entrare nel Messico del Sud, i membri della carovana migrante hanno ricevuto un’offerta dal governo Messicano: scegliere se stare in Chiapas o Oaxaca, i due stati più a sud del Messico, dove sarebbero stati integrati in un programma di lavoro temporaneo, con una regolarizzazione dello status migratorio che avrebbe permesso l’accesso ad altri servizi come cure sanitarie, educazione e mobilità tra questi due stati. Il programma, chiamatoEstás en Tu Casa [sei a casa tua], era parte di un più ampio regime gestionale della migrazione che il Messico a portato avanti negli ultimi anni con il supporto degli Stati Uniti. La carovana, che in quel momento comprendeva più di settemila viaggiatori da Honduras, El Salvador, Guatemala e Messico del sud stesso, costituiva solo una delle più recenti e visibili istanze di un più largo processo che possiamo leggere come dislocazione verso sud del confine statunitense attraverso lo stato messicano.

Le persone in viaggio nella carovana, tuttavia, hanno rifiutato l’offerta decidendo per votazione collettiva. L’organizzazione Pueblo Sin Fronteras, che sta offrendo supporto alla carovana, ha pubblicato il comunicato sulla sua pagina Facebook: “Oggi alle 6:35 del 26 Ottobre 2018, un’assemblea della maggioranza dei membri della Caminata Migrante si è raccolta nel Parco Centrale di Arraiga e ha risposto al programma ‘Estás en Tu Casa’ che il Presidente [messicano] ha annunciato oggi”. Dopo aver enumerato le ragioni del rifiuto, incluse le limitazioni geografiche del piano, il fatto che esso non risponda alle cause primarie dell’esodo centroamericano e la frequenza delle aggressioni da parte delle autorità messicane sull’immigrazione, il documento conclude:

Ci appelliamo all’ospitalità delle comunità che attraversiamo. I membri della Caminata Migrante dipendono dal supporto e dalla solidarietà della popolazione messicana, poiché la risposta del Governo è stata più repressiva che umanitaria. Ci appelliamo inoltre alla società civile, alle organizzazioni dei diritti umani, e alle persone in generale perché restino in allerta e guardino il nostro cammino per evitare, monitorare e condannare ogni abuso o aggressione contro i membri di questo esodo e contro coloro che li accompagnano.

E tutto il mondo sta guardando. Nonostante i fatto che i/le migranti abbiano fatto lo stesso viaggio per anni, con 41,760 honduregni in cammino attraverso il Messico tragiugno e settembre di quest’anno, la carovana sembra mostrare qualcosa di nuovo. Da un lato, la visibilità della carovana è in parte prodotto della sua centralità all’interno della strategia del Partito Repubblicano statunitense nelle elezioni di midterm: Donald Trump si è scagliato contro la carovana a seguito delle notizie del suo attraversamento del confine guatemalteco e messicano, evidentemente sperando in un ritorno elettorale della paura anti-migratoria in un momento in cui i notiziari sono dominati dalle violenze della destra. Dall’altro lato, tuttavia, questa visibilità è in primo luogo parte della strategia migratoria stessa di formare una carovana, un atto che ha spettacolarizzato e collettivizzato il viaggio attraverso il Messico verso gli Stati Uniti, che per tante e tanti è stato molto pericoloso, costoso e spesso solitario. Questa strategia, d’altronde, da quando è iniziata ha già raccolto altre due carovane di quasi 2mila persone. Come conclude il loro comunicato, la strategia della carovana si fonda sulla speranza che l’attenzione di altre figure – delle popolazioni del mondo piuttosto che dei governi – sarà l’elemento fondamentale nel garantire una certa misura di tutela.

Negli Stati Uniti, ogni risposta pubblica dovrà confrontarsi con la retorica trumpista sull’invasione, guerra e militarizzazione della frontiera. E’ inoltre notevole, tuttavia, la mancanza di qualsiasi sostanziale risposta del Partito Democratico. Avendo deciso di concentrarsi sulla sanità per le elezioni di midterm, sembra che i Democratici non abbiano nemmeno risposto alle minacce di Trump intorno alle misure emergenzialifinalizzate a prevenire la possibilità di ingresso di coloro che viaggiano nella carovana. Queste includono una sospensione di ogni entrata al confine messicano-americano in stile Muslim Ban; l’immediato acquartieramento di più di 5mila truppe alla frontiera, con circa altre 2mila pianificate nei prossimi giorni, per un totale previsto di 15mila (più di quelle che gli Stati Uniti hanno messo in campo in Iraq o Afghanistan); la potenziale violazione del Posse Comitatus Act del 1878 (che restringe l’impiego di forze militari per garantire politiche interne); e un insieme di esercitazioni armate messe in atto per puro spettacolo mediatico e per occupare il tempo di queste truppe inutilmente dispiegate. Eppure, per quanto queste azioni siano più dei dispositivi di mobilitazione mediatica che altro, il silenzio dei Democratici è sintomatico del fatto che il partito ha scarso interesse in una posizione alternativa sull’immigrazione, perché vivono nella paura di perdere 2/10 dei voti centristi che potrebbero avere serie obiezioni contro l’idea di un confine aperto. Perciò, anche nel momento in cui segretario al Department of Homeland Security dichiara “Non li farete entrare” – tralasciando il fatto che, come minimo, le persone nella carovana hanno rivendicazioni di rifugio politico che gli Stati Uniti sono formalmente in dovere di garantire per trattati internazionali – i Democratici preferiscono evitare il tema. La risposta della destra statunitense è prevedibile; il nativismo, tanto come politiche pubbliche e violenza privata, è la principale caratteristica della reazione contemporanea. Tantomeno è sorprendente la risposta dei politici Democratici per chiunque abbia seguito le loro posizioni sull’immigrazione nel corso dell’ultima metà del secolo. Ma il fatto che queste politiche siano routine non deve diminuire l’urgenza di una risposta radicalmente diversa alla carovana; la cosa fondamentalmente necessaria è una posizione internazionalista, come caratteristica centrale di ogni strategia che speri di sradicare l’avanzata mondiale della barbarie.

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Se usciamo dalla narrazione mediatica, pensiamo al di là dell’orizzonte elettorale immediato, ed poniamo il nostro sguardo sull’organizzazione migratoria e sulla solidarietà, la base di queste politiche risulta chiara e dimostrabile. Così come la giusta strategia di paranoia bianca ha mostrato nuove, più visibili tattiche tra i migranti della carovana, proponiamo di rispondere focalizzando l’attenzione sulle lotte migranti stesse, in particolare nella prospettiva di quell’ “autonomia migrante” ben illustrata dalla forma democratica in cui i membri della carovana hanno preso decisioni collettive sul proprio futuro. Da questa prospettiva, risulta evidente che considerare le politiche di classe negli Stati Uniti oggi significa considerare una classe operaia la cui composizione attraversa diverse frontiere geografiche e intreccia sfruttate/i ed espropriati/e provenienti da una zona ben più ampia.

In primo luogo, la migrazione ci spinge rimettere a fuoco e spiazzare le nostre prospettive sulla storia decente della sinistra nordamericana, in modo da leggerne la formazione politica e le dinamiche dei suoi cicli di contenimento seguendo fili molteplici, cercando differenti punti di entrata. Si è infatti dato alla “New American Left” differenti inzi: a Seattle nel 1999, le strade demotivate il 10 Marzo all’inizio della guerra in Iraq, la crisi del 2008, il movimento degli studenti l’anno seguente, oppure Occupy nell’autunno del 2011. Questa lista sarebbe tuttavia incompleta senza l’imponente numero di “border struggles” lungo l’intero periodo. Lo sciopero del Day Without an Immigrant, oppure El Gran Paro Estadounidense, sono state le più grandi giornate di blocco del lavoro nella storia degli Stati Uniti e hanno inaugurato nuove forme organizzative e processi che sono ancora in corso in posti come Chicago e Los Angeles. Quando l’amministrazione Obama ha fatto seguire a queste azioni la più grande ondata di deportazioni nella storia del paese, la lotte migrante non ha arretrato, bensì ha preso nuove forme: ha animato le proteste studentesche, incluse quelle centrate su austerità e privatizzazione; è divenuta punto di riferimento di organizzazione del lavoro tra migranti di settori differenti; scioperi della fame, riots e blocchi dell’attività nei centri di detenzione sono state una parte poco riportata ma fondamentale nella crescita della lotta contro le condizioni di prigionia. Persino le due più spettacolari e mirate azioni dirette sotto la presidenza Trump sono state lotte di frontiera: le proteste aereoportuali (e lo sciopero dei taxi accompagnatori) nel 2016, e i più recenti blocchi ICE e l’emergere del movimento delle Sanctuary Cities1. Inoltre, la chiamata più riuscita allo sciopero generale lanciata nei primi mesi dell’amministrazione Trump è stata precisamente quella che ha ricevuto la più scarsa copertura mediatica: le azioni sotto iniziativa migrante nel Midwest e nel Sud, che hanno espresso i cambiamenti nelle geografie del lavoro migrante negli Stati Uniti. Perché queste azioni sono così raramente previste – o francamente, persino menzionate – quando discutiamo di prospettive politiche anticapitaliste? Cosa significherebbe rimappare il nostro ultimo ciclo politico dal punto di vista di queste lotte?

L’intuizione fondamentale nelle prospettiva teorica dell’ “autonomia delle migrazioni”, emersa all’interno della letteratura accademica attraverso discussioni e collaborazioni dipolitici, sociologi statunitensi, e accademici e attivisti dal Sud Globale, è di vedere i/le migranti stessi/e come soggetti attivi la cui mobilità ha determinate implicazioni politiche. Il punto non è quello di romanticizzare la migrazione – migrare, è noto, risulta spesso tutto tranne che romantico – oppure imputare ragioni immediatamente rivoluzionarie a tutti coloro che intraprendono questi viaggi. Piuttosto, significa prendere le distanze da una sociologia distaccata che farebbe dei migranti semplici oggetti delle forze del mercato passivamente “spinti” da un paese, il cosiddetto paese di invio, e “attratti” in un altro, il cosiddetto paese di ricezione. È inoltre differente da un certo tipo di umanitarismo liberale che potrebbe semplicemente vedere i migranti come sintomi di fallimenti morali del capitalismo. Mentre i fattori economici e morali potrebbero essere in gioco, la migrazione come fenomeno contemporaneo è “paradigmatica” delle relazioni capitalistiche di sfruttamento, e non semplicemente nella misura in cui illustra il potere dei mercati. La migrazione di oggi indica la molteplicità delle forme di sfruttamento e spossessamento che ritaglia la classe operaia contemporanea: dall’espropriazione multinazionale delle terre, al mutamento climatica, e la violenza statale che rende l’agricoltura di sussistenza impossibile, fino al narcotraffico, la finanza e l’ “industria migratoria”, sono tutti elementi in grado di estrarre plusvalore indipendentemente dal salario e, nel farlo, di rendere la vita invivibile. Eppure [l’autonomia della migrazione] illustra anche la capacità attiva della classe lavoratrice di mettere in campo nuove forme di resistenza alla propria subordinazione – o per lo meno porre le condizioni per la propria subordinazione – dall’intro e in relazione al processo lavorativo2. In altre parole, i lavoratori e lavoratrici possono muoversi per evitare specifiche condizioni di lavoro, o per evitare di essere parte dell’esercito industriale di riserva che altrimenti porrebbe le condizioni di sfruttamento in posti come l’Honduras. In questo senso, la migrazione è autonoma perché è qualcosa di concettualmente e logicamente precedente all’emergenza della sempre più estensiva biopolitica statale e delle tecniche disciplinari e gestionali dei confini. Queste tecniche non mirano semplicemente a fermare i flussi migratori, quanto piuttosto usare i flussi migratori per segmentare maggiormente e strutturare i mercati del lavoro lungo le traiettorie migratorie nei paesi di origine, ricezione, e in quelli attraversati lungo il percorso.

Il regime dell’ “illegalità” migrante, per esempio, segmenta il lavoro domestico del lavoro, e per estensione, la sua forza-lavoro. Alcuni lavoratori sono soggetti a contratti lavorativi inferiori al minimo salariale, almeno in parte, per la costante minaccia di deportazione risultante dalla precarietà legale programmatica. Ma in definitiva la strutturazione storica di questa categoria stessa [di illegalità] è una risposta strategica al dato di un rifiuto da parte dei lavoratori di un contesto specifico (il sito di emigrazione) di accettare il proprio posizionamento come ciò che Michael Denning ha chiamato “prodotti residuali della globalizzazione”3. È – tutto sommato per Marx stesso – il doppio carattere di spossessamento-con-dipendenza salariale a costituire il carattere fondamentale della classe lavoratrice e in questo senso degli individui che condividono nell’ “annuale girovagare proletario di lavoratori stagionali per battello a vapore, ferrovia e automobile” o per “radicale separazione di migrazione aerea collegata da anni di contributi e chiamate telefoniche”. [Questo carattere scisso e mobile] dovrebbe rivendicare fieramente il proprio posto di fanteria operaia e di classe4.

Nel caso dell’Honduras, così come nella storia moderna di buona parte dell’America Latina, le condizioni di sfruttamento e le relazioni di classe non possono essere separate dal potere regionale e imperiale del capitale americano e del suo Stato. In un certo senso, la circolazione della classe operaia all’estero e l’impiego statunitense dell’ “illegalità” domestica possono essere considerati come serie di serie di dispositivi interconnessi al fine di gestire la mobilità stessa, caratteristica permanente dell’autonomia del lavoro, che gli sfruttati hanno impiegato come forma di resistenza anche nei regimi del lavoro più repressivi come la schiavitù di piantagione5. Questa circolazione transnazionale raggiunge il suo apice con la reciproca ristrutturazione dei mercati del lavoro attraverso la creazione di impiego, ad esempio, nei call centers specificamente rivolti a migranti deportati e rimpatriati che hanno vissuto negli Stati Uniti6. I regimi migratori e di frontiera dello stato capitalistico non funzionano semplicemente come rifiuto dei migranti o come sovranità nazionale flessibile, ma come mezzo per trovare nuove opportunità per lavoro a basso prezzo, che i migranti siano in arrivo o in partenza. Il punto è che i/le migranti stanno arrivando e partendo, la loro agency è la base della continua moltiplicazione stessa dei regimi di cattura, e il loro movimento è perciò parte di una lotta di classe.

Infine, per quanto la specificità congiunturale abbia aumentato la consapevolezza dellacarava de migrantes – in un ovvio impeto da parte nostra di dirigere l’attenzione sull’attuale autonomia della migrazione – dobbiamo anche notare che la semplice immagine di migliaia di persone che fisicamente attraversano lo spazio di frontiera, basta da sé a spiegare il significato di autonomia della migrazione.

Dobbiamo anche rendere conto dei mutamenti principali nelle pratiche di sorveglianza dei confini. In maniera sempre maggiore, il controllo delle frontiere nazionali è difficilmente limitato ai confini fisici di un paese ma è piuttosto iscritto al suo interno, così come proiettato al di là di esso, all’interno di territori formalmente governati da altri stati. L’ “illegalità”, è diventata la tecnologia primaria del capitale globale nell’estendere la frontiera al di là dei confini geografici. Essa mette in evidenza una proliferazione delle negoziazioni di ri-territorializzazione dei confini nello spazio fisico della frontiera, così come nei contratti di lavoro differenziali che hanno segmentato il lavoro americano e che si manifestato nei barrios ghettizzati, nei centri di detenzione dei migranti e nelle politiche come la California Proposition 147, o la Arizona SB1070 o HR44377. Da questo punto di vista, l’autonomia della migrazione è un concetto che connette lo “spettacolo del confine” con le formidabili “borders struggles” mettendo in evidenza il repertorio di tattiche che include anche la loro assimilazione all’interno di forme tradizionali di organizzazione del lavoro come la AFL-CIO, SEIU e AFSCME, il così detto new migrants workers center, e altre forme di insorgenza operaia e sabotaggio8.

La prospettiva dell’autonomia delle migrazioni sancisce quindi una politica che risiede oltre “il popolo” come soggetto di democrazia elettorale, perché la migrazione è in sé stessa una sfida politica alla sovranità statuale, tanto nell’atto di attraversamento del confine quanto in rapporto a coloro che lo stato non riconosce o include in forma differenziale. La prospettiva partigiana all’interno della politica statunitense può solo sembrare limitarsi a registrare lo “spettacolo del confine” in modo strumentale. Questo vale per entrambi i partiti fintanto che i Democratici sono semplicemente felici di rispondere nel momento in cui i metodi più visibilmente repressivi del controllo di frontiera, come la separazione di bambini o i divieti di transito, sono imposti dai loro oppositori politici. Questi momenti spettacolari di falsa compassione sono in contrasto con il fatto, ora molto citato dalla sinistra socialista, che Obama mantiene il record del maggior numero di deportazioni tra i presidenti statunitensi. D’altro canto, la migrazione come movimento sociale autonomo, o come movimento che pone un soggetto la cui attenzione non è ovviamente – e non può essere – l’arena elettorale, suggerisce ulteriori orizzonti politici, in cui la mobilità è una forma di resistenza e la base per una nuova posizione soggettiva dentro il capitalismo, considerato nella sua dimensione globale9. Ciò che Yann Moulier Boutang definisce in un suo lavoro cruciale la “anonima, collettiva, persistente e incontenibile forza della defezione” non è dunque opposta alla lotta di classe, bensì strutturalmente parte di essa e avente effetti strutturanti sulla composizione di classe10.

L’importanza di questo punto è quella di sostenere oggi, in forma analoga, che non possiamo considerare rifugiati e migranti di ogni tipo unicamente attraverso lenti apolitiche, così come la loro attività pone sfide per chiunque sia interessato alle politiche della classe lavoratrice negli Stati Uniti. Quale orizzonte apre questa prospettiva sull’autonomia delle migrazioni? Quali linee di rivolta emisferica possiamo tracciare attraverso di essa? In che modo potrebbe cambiare la nostra comprensione della relazione tesa tra socialismo ed elettoralismo?

Suggeriamo che certe coordinate delle politiche socialiste possono e dovrebbero essere ricalibrate prendendo con serietà un fatto reso chiaro dalla carovana: cioè che, sociologicamente, la classe operaia americana non è confinabile al criterio di cittadinanza o allo spazio geografico degli Stati Uniti, e che le politiche del proletariatoamericano eccedono necessariamente gli spazi. Il confitto di classe è un fenomeno politico e, in altre parole, ha valenze che eccedono largamente il modello del cittadino con i documenti e i suoi concetti stessi di “politico”. Per dare la giusta attenzione alla sfida posta dalla carovana a queste mobilità è necessario pensare alla mobilità proletaria collettiva, al mutualismo e a ciò che potremmo forse chiamare riproduzione sociale mobile, come esse stesse dinamiche che non solo violano i confini ma eccedono anche la loro logica11.

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Per tornare alla ricezione mediata degli spettacoli del confine e della visibilità migrante negli Stati Uniti, vediamo due risposte principali che hanno eclissato l’azione autonoma della migrazione, così come recenti proposte radicali come quella dell’abolizione della ICE (Immigration Custom Enforcement):

1) Trump e altri repubblicani rifiutano completamente la agency migrante sostenendo in modo cospiratorio che sono stati i Democratici, che è stato il Venezuela, o chiunque tra i tipici sospettati (come Soros) ad avere segretamente pagato i migranti per farli venire negli Stati Uniti. Sostengono inoltre che, lungi dall’essere parte di una rete socio-economica comprendente molti presenti negli Stati Uniti, la carovana migrante sia composta da “outsiders” la cui esistenza è in certa misura un atto di guerra. (In effetti, se fosse mai necessaria una assurda prova ulteriore alla ripetuta insistenza riguardo la presenza di “individui dal Vicino Oriente”, si consideri il fatto che commentatori conservatori sono giunti a sostenere che la carovana sarebbe portatrice di un’epidemia di vaiolo come una sorta di orda batteriologica, o un cavallo di troia che i liberals sono troppo ingenui per vedere per ciò che è veramente).

2) L’opzione liberal-democratica è stata, all’opposto, una forma di risposta moralistica, che ha descritto i migranti come vittime di circostanze e persone senza alternative, che speravano di migliorare le condizioni attraverso la migrazione: corruzione politica in Centro America, mancanza di opportunità economiche, la reale violenza delle gang, eccetera. Quest’ultima opzione liberal-democratica non mette in discussione la distinzione tra interno ed esterno sui cui si fonda la guerra repubblicana; semplicemente lamenta il fatto che la disparità sta avendo (prevedibili) effetti obbligando i migranti a venire negli Stati Uniti. Inoltre quest’ultimo sguardo presuppone che i migranti starebbero esprimendo ciò che Anne McNevid descrive come “richiesta di inclusione, atto magnanimo ed elargito attraverso il quale lo Stato ritrascrive il proprio potere legittimo di discrezione”12. Rispetto al movimento dei sans-papiers in Francia, McNevid punta ad una richiesta differente: “una richiesta di riconoscimento di soggettività. La rivendicazione di riconoscimento di un’appartenenza precedente il riconoscimento formale di cittadinanza, inteso come base di rivendicazione legale”13.

Il caso dei sans-papiers risulta effettivamente istruttivo per diverse ragioni. In primo luogo, le iniziali manifestazioni e prese di parola pubbliche nel 1996 erano legate a sostenuti sforzi organizzativi da parte di migranti privi di documenti all’interno del campo sociale: in ostelli, chiese, quartieri e posti di lavoro. In secondo luogo, i partecipanti coinvolti, che venivano da diversi paesi dell’Africa Occidentale, del Maghreb, e anche dei Caraibi, consideravano la propria decisione di dirigersi verso la metropoli francese in relazione alla storia coloniale14. È importante sottolineare che la situazione economica e politica dell’Honduras è di fatto un effetto diretto della politica estera statunitense e delle operazioni di spossessamento da parte del capitale globale (si vedano ad esempio le conseguenze ambientali devastanti della deregolamentazione dell’industria mineraria, oltre al massiccio sviluppo dell’ineguaglianza a seguito dei tagli sulla spesa pubblica dopo il golpe del 2009). Questa è la base potenziale per rivendicare diritto di partecipazione a una collettività non-territoriale, tanto negli Stati Uniti quanto in altre parti del mondo. Ciò che l’autonomia delle migrazioni mette in questione è l’assunto che il protagonismo politico sia leggibile solo nella dimensione in cui è documentato o sanzionabile territorialmente, e può dunque essere tradotto secondo forme rappresentative. In breve, la carovana ci forza ad entrare in relazione con queste forme di autogestione che sono indifferenti o opposte alla sfida elettorale; e che sono piuttosto iscritte su un altro terreno; che misurano il proprio successo in funzione della potenza politica che accumulano e delle forme organizzative che costruiscono al di là dello Stato e dei suoi apparati, al di là della nazione, della cittadinanza legale e delle partizioni sociali.

In un contesto in cui la risposta umanitaria è stata l’unica ovvia alternativa al nativismo e alla militarizzazione, questa è chiaramente preferibile. I movimenti spirituali di sostegno ai migranti tramite “Santuari” [le Sancturay Cities] sono solo esempi di un lodevole, per quanto insufficiente, lavoro sviluppato in questa prospettiva. E tuttavia una delle caratteristiche delle recenti lotte sui Santuari, rispetto ai movimenti degli anni Ottanta caratterizzati dalle coalizioni tra gruppi anti-imperialisti come CISPES e il Nicaragua Solidarity Network con iniziative di ispirazione spirituale, è stata la mancanza di ogni chiara connessione a un’alternativa politica che potesse andare oltre alla posizione difensiva o che offrisse una connessione tra il tema della migrazione e un orizzonte radicale espansivo. Il contrappunto politico necessario a rompere tanto con la violenzarepubblicana quanto con l’inazione democratica non può basarsi semplicemente sul fatto che “noi” Americani accogliamo “loro” stranieri; piuttosto, riconosciamo semplicemente la nostra comune partecipazione a ciò che già esiste, economicamente e storicamente. Ciò che è necessario è dunque una risposta politica, fondata non semplicemente sulla dedizione morale, bensì sulla comprensione di come la migrazione stessa, specialmente nella forma democratica e collettiva della carovana, sia una sfida politica allo stato capitalistico e un rifiuto ad accettare le condizioni di sfruttamento offerte dal sistema capitalistico. Già scegliendo di migrare collettivamente, determinando il proprio percorso, la carovana sfugge all’industria migratoria – i coyotes [passeurs], la polizia, i capibanda, ecc. che traggono direttamente profitto da questa mobilità – appoggiandosi piuttosto sull’autogestione organizzativa delle comunità che incontra sulla strada. La carovana è di per sé un enunciato politico per il fatto di rendere visibile ciò che è invisibile o ignorato, trasformando la ricorsività quotidiana della migrazione in uno spettacolo. Una risposta politica dovrebbe dunque riconoscere la carovana tanto come atto di rifiuto concreto quanto come movimento di politicizzazione. E una simile risposta richiederebbe uno sguardo più acuto sulle concezioni politiche condivise da parti formalmente opposte. Proprio per il fatto che le fissazioni allarmiste di Trump e l’indurimento di frange di estrema destra del GOP [il Partito Repubblicano, detto ancheGrand Old Party] sono entrambe atroci e prevedibili, rischiano di coprire con la loro iperbolicità fascista un secondo elemento: il fatto che le loro opposizioni di base tra dentro/fuori e inclusione/esclusione su cui si fonda la cittadinanza e la legittimazione territoriale della legge, hanno radici molto più profonde e ampie della sola storia del conservatorismo americano.

Tuttavia l’autonomia della migrazione non significa che i migranti debbano camminare soli. Al contrario, la carovana, come espressione del fatto che la migrazione è caratteristica costante del capitalismo globale, costituisce un’opportunità per sviluppare nuove pratiche di traduzione politica. Coloro che sono all’interno di confini geograficamente definiti degli Stati Uniti devono cercare di amplificare ciò che è già suggerito dall’esistenza e visibilità stessa della carovana: che le persone che migrano hanno rivendicazioni di giustizia, rivendicazioni di solidarietà, e che sono già parte di una più ampia comunità americana nella dimensione in cui la loro esistenza politica ed economica è inseparabile dalle operazioni politiche e militari dell’imperialismo statunitense. Come scrive Mike Davis, “è necessario iniziare a immaginare progetti audaci di azioni coordinate tra le sinistre popolari di tutti i paesi delle Americhe. Siamo tutti, insomma, prigionieri dello stesso maligno ‘Sogno Americano’”15.

La lotta dei migranti segna dunque la realtà e la più espansiva possibilità di ciò che McNevin chiama appartenenza politica più ampia, ed è per questo nostro compito spingere questa possibilità offrendo una alternativa “interna” alle nozioni generalmente accettate di sovranità, guerra, simpatia paternalista, eccetera. Questo significa rendere ancora più visibile la possibilità di ingresso, inclusione e sicurezza per migranti, cioè offrire quella che Katharyne Mitchell e Matthew Sparke chiamano “solidarietà geosociale”16. Significa rifiutarsi di leggere questi eventi attraverso la lente della paura o della violenta repulsione, ma anche rifiutarsi di rilegarli alla posizione di appendici di un supposto fulcro strategico del gioco elettorale. Piuttosto, una vera alternativa “interna” insiste sul considerare che probabilmente “noi” non siamo chi pensavamo di essere.

Dopo tutto, la genealogia di una politica comunista e socialista negli Stati Uniti schiude una storia ibrida e dispersa di radicalismi di migranti. Bisogna solamente riflettere al persistente impatto dei veterani “quarantottini”, dei giornali degli immigrati, della tradizioni sindacali, e delle reti socialiste che connettevano i quartieri ai centri manifatturieri. La diffusione transnazionale del sindacalismo rivoluzionario nei primi due decenni del ‘900, che ha condotto alla formazione di gruppi come gli Industrial Workers of the World negli Stati Uniti, è essa stessa l’esito delle migrazioni operaie, dell’internazionalizzazione per processo lavorativo negli Stati Uniti, e delle attività militanti al di là dei confini17. Le classi lavoratrici messicane e chicanos negli Stati Uniti, parte integrante della storia degli Wobblies, introdussero e riattivarono diversi metodi ed esperienze di lotta. Ci furono poi le ondate di migrazione interna dal Sud da parte degli afroamericani, che germogliarono in analoghe reti di solidarietà e nacquero dalle stesse organizzazione in cui avevano fatto esperienza di particolari immaginari e pratiche di autodeterminazione. Le loro migrazioni erano chiaramente spesso concepite come atto politico – una linea di fuga, una ricerca di condizioni propizie, non semplicemente l’effetto inesorabile dello sviluppo capitalistico. Le formazioni politiche degli ultimi anni ‘60 – in particolare le Pantere Nere e le loro molteplici alleanze locali – furono il risultato e il rilancio di queste rotte diasporiche e movimenti di popolazione. Nel momento in cui riconsideriamo i contorni e le sfide di un effettivo transnazionalismo proletario contemporaneo, i sentieri che le lotte passate hanno costruito attraverso i confini, per mezzo di inaspettate ma aperte associazioni, saranno senza dubbio base del nostro organizzarci, delle nostre strategie e pratiche comuniste. La carovana migrante segna un nuovo punto di partenza.

 

Traduzione di Martino Sacchi

 

1 NOTA DEL TRADUTTORE: La ICE (Immigration and Custom Enforcement) è un’agenzia federale americana parte del dipartimento per l’Homeland Security. Con l’operazione del Settembre 2017 “Safe City” l’amministrazione Trump aveva promosso retate ed arresti di migranti irregolari per mezzo della ICE police, prendendo particolarmente di mira le cosiddette Sanctury Cities come NY, LA, Baltimora o Washington: città in cui la giurisdizione federale non potrebbe agire senza il consenso di poteri municipali in relazione allo status migratorio degli abitanti.

2 Si vedano per esempio Sandro Mezzadra, “The Gaze of Autonomy: Capitalism, Migration, and Social StruggleThe Gaze of Autonomy: Capitalism, Migration, and Social Struggle,” trans. Rodrigo Nunes, in The Contested Politics of Mobility: Borderzones and Irregularity, ed. Vicki Squire (London: Routledge, 2010), 121-42; Nicholas De Genova, “The Incorrigible Subject: The Autonomy of Migration and the US Immigration Stalemate,” in Subjectivation in Political Theory and Contemporary Practices, ed. Andreas Oberprantacher and Andrei Siclodi (London: Palgrave, 2016), 267-85.

3 Michael Denning, “Wageless LifeWageless Life,” New Left Review II/66 (November-December 2010): 96.

4 Denning, “Wageless Life,” 81.

5 De Genova, “The Incorrigible Subject,” 269.

6 Si veda sempre su Viewpoint https://www.viewpointmag.com/2018/02/01/deportation-outsourcing-el-salvadors-call-center-industry/

7 NOTA DEL TRADUTTORE: La California Proposition 147, conosciuta come iniziativa Save Our State (SOS), è stata un’iniziativa referendaria del 1994 attraverso la quale veniva istituito in sistema statale di monitoraggio della cittadinanza proibendo a migranti illegali di accedere alle cure sanitarie non emergenziali, all’educazione pubblica e ad altri servizi. L’Arizona Senate Bill 1070 è stato al centro di dibattiti sulla sua costituzionalità in quanto formalizza la facoltà di identificazione e fermo poliziesco di stranieri sulla base di “ragionevole sospetto” (incoraggiando il racial profiling) e attacca direttamente le facoltà di opposizione giurisdizionale locale (come nel caso delle sancturay cities). Il Border Protection, Anti-Terrorism and Illegal Immigration Control Act del 2015 (HR4437) attacca sotto varie forme l’attraversamento materiale della frontiera (con il rafforzamento dei muri nei punti più sensibili) e inasprisce la criminalizzazione della solidarietà.

8 Per precedenti storici si veda Mae Ngai, Impossible Subjects: Illegal Aliens and the Making of Modern America (Princeton: Princeton University Press, 1999), 129-35; si veda inoltre Devra Weber, “Historical Perspectives on Transnational Mexican Workers in California,” in Border Crossings: Mexican and Mexican-Workers, ed. John Mason Hart (Wilmington, DE: SR Books, 1998), 209-243.

9 Si veda la formulazione sintetica nello studio del 1999 condotto da Ranabir Samaddar sulla migrazione dal Bangladesh al Bengala Occidentale: “la decisione del/della migrante di sfuggire alle morse delle relazioni sociali delle gerarchie di potere nel suo villaggio o città natale (…) è la sua resistenza.” Ranabir Samaddar, The Marginal Nation: Transborder Migration from Bangladesh to West Bengal (New Delhi – London: Sage Publications, 1999), 150, citato in Mezzadra, “The Gaze of Autonomy.”

10 Si veda Yann Moulier Boutang, De l’esclavage au salariat: Économie historique du salariat bridé (Paris: PUF, 1998), 22. Moulier Boutang denomina inoltre l’insieme di forme assunte da questa mobilità sociale, con allusione ad Althusser, come “continente del diritto di fuga”. Questo punto è cruciale per riconsiderare le particolarità nello sviluppo della classe operaia statunitense e i molteplici dispositivi di lavoro forzato che hanno scandito la storia dello sviluppo capitalistico in Nord America. Esso chiama in causa alcuni tentativi precedenti di pensare all’interno della tradizione marxista l’assenza di una “classe proletaria permanente” negli Stati Uniti durante il XIX secolo, in particolare la teoria della “valvola di sicurezza” proposta da Friedrich Engels nella sua appendice del 1886 all’edizione americana de La condizione della classe operaia in Inghilterra. Speriamo di poter tornare su questi temi dell’immigrazione, della colonizzazione di stanziamento e della storia degli Stati Uniti in un altro intervento.

11 Si pensi al ruolo di diverse comunità guatemalteche e messicane, chiese ed organizzazione di sostegno alla mobilità migrante.

12 Anne McNevin, “Political Belonging in a Neoliberal Era: The Struggle of the Sans-Papiers,” Citizenship Studies 10, no. 2 (2006): 135-51.

13 McNevin, “Political Belonging in a Neoliberal Era,” 144.

14 Si veda Madjiguène Cissé, “The Sans-Papiers: A Woman Draws the First LessonsThe Sans-Papiers: A Woman Draws the First Lessons,” trans. Selma James, Nina Lopez-Jones, Helen West, originally inizialmente pubblicato in Politique 2 (octobre-novembre-décembre 1996); Si veda anche Thomas Nail, The Figure of the Migrant (Stanford: Stanford University Press, 2015), e il suo articolo “Alain Badiou and the Sans-Papiers,” Angelaki: Journal of the Theoretical Humanities 20, no. 4 (2015): 109-30.

15 Davis, Prisoners of the American Dream, 314.

16 Katharyne Mitchell and Matthew Sparke, “Hotspot Geopolitics Versus Geosocial Solidarity: Contending Constructions of Safe Space for Migrants in EuropeHotspot Geopolitics Versus Geosocial Solidarity: Contending Constructions of Safe Space for Migrants in Europe,” Environment and Planning D: Society and Space (August 2018), n.p.

17 See Marcel van der Linden, “Second Thoughts on Revolutionary Syndicalism,” in Transnational Labour History: Explorations (Aldershot: Ashgate, 2003), 74-75.

 

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