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Articoli filtrati per data: Saturday, 17 Novembre 2018

Pubblichiamo il pensiero di una studentessa pisana sulle reazioni da “social network” che infestano il dibattito pubblico a seguito degli ultimi cortei studenteschi.

Disagiati, fannulloni, zecche di merda, zombie, idioti senza cervello, indottrinati... Questi sono solo alcuni dei commenti che quotidianamente mi capita di trovare sotto post di mobilitazioni studentesche. Gli autori hanno prevalentemente dai 50 anni in su e da come si espongono sembra che ci conoscano veramente bene; infatti ci descrivono come un branco di scansafatiche che sfruttano le manifestazioni per saltare la scuola e per di più senza motivazioni o ignari della ragione per cui lo fanno.

La domanda che sorge spontanea è : ma voi ci avete mai parlato con uno studente? Sapete forse che ci sono studenti che finite le 5 ore di scuola vanno a lavorare perché i genitori non ce la fanno a mantenerli? Vi siete mai chiesti perché ci fa tanto schifo la situazione in cui viviamo?
D'altronde non possiamo permetterci di fare politica a quest'età soprattutto dal momento che 1)non sappiamo i "problemi veri" della nostra nazione 2) non studiamo sufficientemente come in bravi ragazzi dovrebbero fare.

Ma non è forse un PROBLEMA VERO che sono stati tagliati 29 milioni di euro all'istruzione? Che tanti edifici scolastici crollano a pezzi? Che si premiano metodi d'istruzione standardizzati e passivi piuttosto che programmi che prevedano una formazione a 360°? Che le scuole segano chi rimane indietro, chi non “produce"? No, queste sono ripicchine adolescenziali, l'istruzione non deve essere mica tra le priorità di una nazione!
Di una cosa però sono felice: CI RITENETE UNA MINACCIA. Eh sì perché altrimenti non vi accanireste così e non vorreste "darci fuoco“, ma purtroppo per voi ci siamo e non saranno qualche centinaio di vostri commenti (tra l'altro molto più poveri di contenuti di quanto non lo siano le nostre battaglie) a fermarci, nè tanto meno il ''battaglione di celerini'' che vorreste mandarci.
Io vi aspetto, NOI TUTTI VI ASPETTIAMO, in tutti i posti che occuperemo, in tutte le piazze in cui scenderemo, ansiosi di sentirci dire tutte le vostre lungimiranti considerazioni, magari questa volta in faccia che forse forse prima di piglianne riuscite per la prima volta a conoscerci davvero...

I penosi siete voi, noi siamo belli.

 

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Tutti assolti perché “il fatto non costituisce reato”. La corte di cassazione ribalta le condanne dai 7 agli 8 mesi di carcere, ai tre carabinieri responsabili della morte di Riccardo Magherini.

Riccardo è morto il 3 marzo 2014 a Borgo San Frediano, Firenze, dopo essere stato fermato dai carabinieri in seguito a una crisi di panico secondo la procura causata dall’uso di cocaina. 40 anni, in perfetta salute, cresciuto nei vivai della Fiorentina e con un figlio piccolo e una separazione recente alle spalle, smette di respirare mentre è ammanettato a faccia in giù, a torso nudo. Per bloccarlo gli sono saliti sopra, comprimendogli il torace con tutto il loro peso, e come se non bastasse viene ripetutamente preso a calci da almeno due dei quattro carabinieri coinvolti.

Grida “aiuto, non ammazzatemi, ho un bambino piccolo“, arriva un’ambulanza ma non c’è il medico sopra, e comunque Riccardo è già morto: il decesso viene confermato alle 2 e 45 all’ospedale. I video e le foto di quella sera sono stati presentati in Senato in una conferenza con Luigi Manconi e Fabio Anselmo, nominato legale della famiglia, e le sentenze di primo e secondo grado condannano tre dei quattro carabinieri coinvolti nel pestaggio per omicidio colposo. 8 mesi a Vincenzo Corni e Stefano Castellano, 7 ad Agostino della Porta, sentenze già di per sé vergognose.
A ribaltare tutto arriva il terzo grado del 15 novembre 2018: «Non so che dire, mi casca il mondo addosso», sono le prime parole che il padre di Riccardo, Guido Magherini, è riuscito a pronunciare appena appresa la notizia, annunciando poi che venderà i suoi beni pur di assicurare giustizia a suo figlio. In aula anche Ilaria Cucchi, in rappresentanza dell’associazione dedicata al fratello Stefano, sulla cui pelle le guardie hanno infierito cinque anni prima di ammazzare Riccardo. L’avvocato Fabio Anselmo ha chiesto l’annullamento della sentenza e un nuovo processo con l’accusa di omicidio preterintenzionale.

In un paese ossessionato dalla sicurezza, governato da chi si è sempre schierato con le forze di polizia “senza se e senza ma”, anche di fronte ai più lampanti casi di abuso, omicidio, tortura, questa assoluzione non stona. È l’ennesima vergogna di una magistratura compiacente e protettiva nei confronti dei “servitori dello stato”. Questa sentenza è un modo di rimettere in chiaro gli equilibri dopo ciò che è successo nel processo per l’assassinio di Stefano Cucchi. Non a caso un plauso alla vergognosa assoluzione di oggi è arrivato da Susanna Ceccardi, sindaca della Lega in provincia di Pisa e commissario toscano del partito. Plauso perfettamente in linea con lo storico sostegno della Lega alle tante divise sotto processo, tanto sentito da candidare nelle proprie fila i loro beceri e crudeli rappresentanti sindacali. I primi a far partire gli applausi per gli assassini di Stefano e Federico, nelle affollate convention in divisa, i primi che domani li faranno partire per i loro tre colleghi che hanno sulla coscienza Riccardo.

 

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Sono oltre duemila i blocchi che stanno paralizzando la Francia in questa giornata di mobilitazione contro l’aumento dei prezzi del carburante. Si contano per ora una manifestante morta investita in Savoia e circa 47 feriti in tutto il paese, di cui tre gravi.

La protesta dei “gilets jaunes” è cresciuta a inizio ottobre con un appello on-line a bloccare il paese il 17 novembre. La petizione ha superato le 900 mila firme portando alla nascita di centinaia di comitati organizzativi dei blocchi. Priscilla Ludosky, una trentaduenne nera venditrice di cosmetici e residente nel circondario parigino, è la prima firmataria dell’appello, pubblicato nel mese di maggio: “chiunque viva in banlieue o nelle zone periferiche e rurali del paese prende quotidianamente la macchina per lavoro. Non ne possiamo più di questi aumenti del carburante. Quando nell’ultimo anno ho visto passare il costo del pieno da 45 a 70 euro mi sono informata di capire quali voci concorressero a quel prezzo e mi sono accorta che il governo può intervenire abbassando le accise. Quindi è questo quello che chiedo: meno tasse”.

priscilla losky

La petizione di Priscilla Ludosky prende il largo e si moltiplicano a centinaia i videomessaggi di appello a bloccare il paese per sabato 17. A prendere parola è una composizione variegata proveniente dalla cosiddetta France péri-urbaine, ma accomunata da condizioni lavorative in cui la mobilità rappresenta un fattore di sfruttamento che erode il potere del salario. Sono 18 milioni i francesi che usano il proprio mezzo privato per lavoro. In un secondo momento anche l’estrema destra del Front National prova a salire sul carro della protesta, ma i comitati territoriali che si impegnano nell’organizzazione dei blocchi hanno già gambe proprie, mentre la sinistra, perfino quella più estrema, tranne alcune significative eccezioni, protagonista delle mobilitazioni urbane contro i recenti cicli di lotta come il movimento contro la Loi Travail, resta interdetta e imbarazzata. A spaventare sono i linguaggi al contempo popolari e populisti di questo movimento che cresce: marsigliese, tricolore francese, spirito cittadinista, obiettivi materiali e – almeno secondo un preconcetto di sinistra – scarsamente strategici e universali. Fatto sta che il coinvolgimento nella mobilitazione cresce.

blacages

Il 9 novembre ad Albert, nella Somme, una manifestazione di casacche gialle bracca Macron per interpellarlo sulle richieste della petizione. La curiosità sulla riuscita della protesta alla vigilia era altissima, anche e soprattutto per l’impossibilità di misurare le sue proporzioni secondo le mosse e gli schemi dei tradizionali movimenti sociali o sindacali. Ma fin dalle prime ore di questa mattina risultava chiaro che la promessa di bloccare il paese sarebbe stata mantenuta. A ora di pranzo si contavano più di duemila blocchi con decine e in alcuni casi anche centinaia di manifestanti in casacca gialla presenti fisicamente a rallentare o arrestare del tutto la circolazione. Secondo il ministero degli Interni 24 persone sono state denunciate e 17 tratte in stato di fermo nel corso delle proteste. I blocchi sono stati particolarmente virulenti negli snodi strategici della circolazione, come sui passi di montagna o negli svincoli autostradali come a Perpignan, Toulouse e Béziers. A Egratz à Passy, in Alta Savoia, i reparti di CRS hanno lanciato lacrimogeni sulle casacche gialle per disperdere la protesta. Folti ritrovi delle casacche gialle anche nelle zone di frontiera, come sul confine franco-spagnolo a Hendaye. A Parigi invece, dove la mobilitazione è meno percepita, ci sono blocchi sia alla Bastiglia che sugli Champs Elysees.

Da un punto di vista governativo e istituzionale i principali attacchi rivolti alla protesta riguardano l’accusa di anti-ecologismo. Un argomento strumentale e ipocrita: solo una piccola percentuale della tassazione sul carburante è dedicata alla riconversione ecologica, inoltre Macron è da poco reduce dalla riforma delle ferrovie francesi che, nonostante una dura battaglia sociale e sindacale, ha sforbiciato gran parte del sistema ferroviario secondario. Non a caso lo Stato francese ha appena aperto i cantieri di quattro nuove autostrade. Insomma questo oggetto politico non identificato pone non poche difficoltà a tutti gli attori politici e promette che il 17 novembre è solo un primo passo.

 

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