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Shadowbahn. Hauntologie americane

19 Dicembre 2018 | in CULTURE.

Recensione a Shadowbahn, romanzo di Steve Erickson uscito in America nel 2017

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“Salvate l’America da se stessa” è scritto sull’adesivo attaccato al paraurti di un camion rosso con le strisce da corsa dorate che sfreccia sulla Interstate 90, e l’autista, il ventenne Aaron è il primo personaggio che incontriamo quando arrivato nella regione delle Badlands, nel South Dakota, iniziamo uno tra i primi romanzi scritto dopo l’elezione a presidente degli Stati Uniti di Donald Trump. Di lì a poco sulla sterminata pianura solcata da una striscia d’asfalto appariranno all’improvviso le Twin Towers: “Svegliandosi al novantatreesimo piano di una delle Torri Gemelle, nel primo atto di coscienza, Jesse Presley lo vede con la coda dell’occhio, proprio fuori dalle finestre: un mostruoso Boeing 767 che punta dritto verso di lui come un sole d’argento, un fragoroso leviatano mortale di una rapidità incomprensibile”. E’ il fratello gemello, nato morto durante il parto, di Elvis, l’altro protagonista del romanzo, unico abitante delle riapparse Twin Towers che incunea negli Stati Uniti di oggi un futuro mai realizzato che comincia con la morte di Elvis sul tavolo da cucina dopo il travaglio casalingo della madre, e la nascita di Jesse. Ogni pagina sarà obbligata a corrispondere a questi fatti: la riapparizione delle Twin Towers e il futuro inespresso che si allunga con la vita di Jesse. Il viaggio in macchina degli altri due protagonisti Parker, e sua sorella adottiva Zema, nata in Etiopia, sarà un continuo incrocio di futuri perduti in una nuova America dove sembra che sia scoppiata una seconda guerra civile, tra motel e distributori di benzina, highroad buie, fari di macchine accessi all’improvviso, ascensori che si aprono, e bar popolati da fantasmi.

 

 

 

 

In questo lungo viaggio narrativo su una strada ombra che si compie seguendo le corrispondenze possibili di tempo e fatti, la trama è retta non dalla parola, ma dalla musica: Shadowbahn infatti è un libro da ascoltare tenendo spotify aperto (se non avete la versione premium craccatela) e cercando dopo aver letto ogni pagina la traccia che o il padre dei due fratelli, o Jesse, o le Twin Towers, o Zema o la radio ci invitano ad ascoltare. L’ultimo romanzo di Erickson è forse il primo romanzo hauntologico (Fisher, Reynolds) americano: la riapparizione delle Torri Gemelle, il primo evento con cui si sloga la sequenza temporale, è annunciata da una canzone che proviene dall’edificio. Sarà una canzone differente per ogni spettatore radunato nella prateria delle Badlands per assistere all’impossibile situazione. La musica predomina su tutta la narrazione discostando il romanzo dalle ucronie o da una distopia qualsiasi, costituendo l’unica progressiva linearità della storia, l’unica verità, che poi è anche quella della storia americana: la ballata “Oh Shenandoah” dei primi coloni che annuncia al mondo il bagno di sangue che di lì a poco inzupperà le praterie abitate dalla popolazione indigena, ma che poi diverrà il “media” per pirati, commercianti e avventurieri; le canzonette sudiste e patriottiche con la loro struttura metrica che presto si impasterà alla terra dei campi e le frustate, le catene e le punizioni negli inni alla salvezza, al ritorno, e alla rivolta degli schiavi che ci farà spalancare le orecchie al blues e al jazz. E così Billie Holiday e John Coltrane, Miles Davis e poi Elvis con il country da montanaro e il canto “preso da loro” di un blues pronto a diventare rock mentre Jimi Hendrix sta per tornare in America dopo il suo primo viaggio a Londra. Storie di greaser e rockabilly, di Harlem e Black Power. “Miles Runs the Voodoo Down non è solo il riassunto di tre secoli di storia di un popolo in quattordici minuti di musica fitti di gemiti, fuoco che cova sotto la cenere, esplosioni e Olandesi volanti fantasmi alla deriva tra banchi di accordi corallini, è la riposta dell’America maledetta all’appello di quell’America che ancora potrebbe riscattarsi in Black and Tan Fantasy, mentre lo spirito dell’America intraprende  -staccandosi dal corpo in procinto di essere seppellito-  un’ultima scorribanda fra le possibilità che il paese un tempo immaginava per se stesso, possibilità a dire il vero tradite prima ancora che il paese nascesse”. E’ in questo splendido passaggio del romanzo che il  sentimento hauntologico riconosce se stesso, impregna l’autocoscienza americana segnandola nonostante tutti i lieto fine che è possibile immaginare, e nonostante tutto l’ottimismo democratico dell’impero. E’ in quel futuro inesperito e impossibile denunciato da Black and Tan Fantasy suonato da Duke Ellington che allora le Twin Towers sono destinate a tornare, revenant eterni dell’inconciliabile a stelle e strisce, spettro presente nell’America di Trump.

 

 

 

 

Non strepitiamo per il romanzo post-modernista e Don DeLillo lo leggiamo con un certo disincanto, ma Erickson ci è piaciuto, lo ammettiamo, mentre contesta i suoi Stati Uniti  radicalizzando il discorso per mezzo del “fatto musicale” e della sua storia sociale e preferendo alla nostalgia di un’età dell’oro americana, anzi smentendola cliccando play su “Oh superman” di Laurie Anderson, l’hauntologia estremista di un’America senza Elvis Presley. “Salvate l’America da se stessa” c’è scritto sul camion di Aaron parcheggiato ai bordi dell’Interstate 90 davanti alle Twin Towers apparse in mezzo alla prateria delle Badlands in South Dakota e chissà se qualcuno raccoglierà l’invito e si farà avanti per entrare nella grande all delle Torri Gemelle dalle porte di ingresso spalancate. Buon Ascolto…

 

 

 

 

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