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Domenica 09 Dicembre 2012 19:08

Siamo Un’Immagine Dal Futuro In primo piano

  • greciafuturoÈ iniziato tutto la sera del 6 dicembre di quattro anni fa. Alexandros Grigoropoulos, 15 anni, si trova ad Exarchia con alcuni amici. Una volante passa davanti a loro, forse vola qualche parola di troppo, forse non succede nulla di particolare. L’agente speciale Epaminondas Korkoneas e il suo collega si allontanano, parcheggiano e scendono dall’auto con le pistole in mano. Si avvicinano al gruppo di ragazzini e cominciano a provocare: «Forza stronzetti, frocetti, fatevi sotto». Le braccia di Korkoneas si distendono per prendere la mira. Poi si sentono due spari. Le pallottole perforano il petto di Alexis, uccidendolo quasi sul colpo. Un testimone descrive così la scena: «Abbiamo visto il corpo in terra e gli amici che lo trascinavano lontano dai poliziotti. I poliziotti sono rimasti là per qualche secondo e poi se ne sono andati con calma».

    L’omicidio di Grigoropoulos scatena una rivolta senza precedenti. Viene occupato il Politecnico di Atene (insieme a diverse scuole e università) e le strade della capitale sprofondano per diversi giorni in una guerriglia urbana ferocissima. È l’esplosione rabbiosa di un’intera generazione, già privata della dignità ancor prima della crisi, delle menzogne sul debito pubblico, dell’avvento della Troika e l’inizio della Memorandumcrazia. Il 6 dicembre segna anche una lenta ma profonda radicalizzazione di vari segmenti della società greca, su tutti i giovani, che in quelle giornate vivono sulla propria pelle un autentico battesimo di fuoco.

    Il testo proposto qui sotto, «We are here / We are everywhere / We are an image from the future», è stato scritto l’11 dicembre 2008 dagli occupanti della facoltà di Economia di Atene. È un testo che mi ha sempre colpito, un manifesto che mescola una cupezza di fondo alla speranza di poter cambiare le cose, in qualche modo. All’epoca sembrava ancora possibile.

    I fatti del dicembre 2008 hanno mostrato alla Grecia e all’Europa intera cosa ci avrebbe riservato il futuro. Ora ci siamo dentro fino al collo. I cani continuano a ringhiare, la paura domina ogni aspetto della vita quotidiana e Alexis è ancora riverso a terra, il suo (il nostro) sorriso spezzato per sempre, e l’eco di quegli spari risuona ancora, potente come non mai, in questo lunghissimo inverno europeo.

    Eravamo, siamo e saremo un’immagine dal futuro.

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    Se io non brucio
    Se tu non bruci
    Se noi non bruciamo
    Come farà a nascere la luce dal buio?

    Nazim Hikmet, “Come Kerem”

    La paura fa digrignare le fauci, e i cani abbaiano rabbiosi: tornate alla normalità, perché la festa dei folli è finita. I filologi dell’assimilazione hanno iniziato a disseppellire le loro carezze acuminate: «Siamo pronti a dimenticare, a capire, a mettere da parte la promiscuità di queste giornate, ma ora comportatevi come si deve, altrimenti saremo costretti a chiamare i nostri sociologi, i nostri antropologi, i nostri psichiatri! Come padri comprensivi abbiamo tollerato con moderazione la vostra esplosione emotiva; e ora guardate come appaiono vuoti i banchi di scuola, gli uffici, le vetrine! È giunta l’ora del riflusso, e chi non si attiene a questo sacro dovere verrà colpito duramente e sarà analizzato, psichiatrizzato». L’esortazione che aleggia sopra la città è la seguente: «Siete ai vostri posti?». La democrazia, l’armonia sociale, la coesione nazionale e tutti i grandi focolari che puzzano di morte hanno già teso il loro lurido abbraccio.

    Il Potere (dal governo ai genitori) ha lo scopo non solo di reprimere l’insurrezione e la sua espansione, ma di creare un rapporto di sottomissione. Un rapporto che determina il vissuto, cioè la vita politica, come una sfera di cooperazione, compromesso e conformismo. «La Politica è la politica del socialmente accettabile, tutto il resto è guerra tra bande, disordine, caos». Questa è la fedele traduzione di ciò che ci viene detto, dei loro tentativi di negare il nucleo vitale di ogni azione, di dividerci e isolarci da quello che concretamente possiamo fare: non unire due cose in una, ma scindere ancora ed ancora una cosa in due.

    I mandarini dell’armonia, i baroni del quieto vivere e la legge & l’ordine ci invitano ad essere concilianti. Questi trucchetti, però, sono disperatamente vecchi, e il loro squallore lo si intravede nelle pance dei vecchi sindacalisti, negli occhi scialbi degli intermediari, che come avvoltoi volteggiano sopra ogni rifiuto, ogni passione per il reale. Li abbiamo già visti a maggio, li abbiamo visti a Los Angeles e Brixton, e da decenni li vediamo impegnati a spolpare le ossa del Politecnico. Li abbiamo visti pure ieri, quando invece di indire uno sciopero generale ad oltranza, si sono inchinati al cospetto della legalità e hanno cancellato la manifestazione. Perché loro sanno perfettamente che la strada verso l’allargamento della rivolta passa dal campo della produzione – ossia l’occupazione dei mezzi di produzione di questo mondo che ci annienta.

    Domani comincia il giorno in cui non c’è più nessuna certezza. E cosa può esserci di più liberatorio, dopo così tanti anni di certezze granitiche? Una pallottola è riuscita a troncare la brutale successione di giornate sempre identiche. L’assassinio di un quindicenne è stato il momento che ha innescato uno sconvolgimento così forte da scuotere il mondo da capo a piedi. Uno sconvolgimento derivato dal veder ripetersi il solito giorno talmente tante volte che molte persone hanno realizzato contemporaneamente: «Adesso basta, tutto deve cambiare, e saremo noi a cambiarlo». La vendetta per la morte di Alex è diventata la vendetta per ogni giorno in cui siamo stati costretti a svegliarci in un mondo del genere. E quel che sembrava così difficile si è rivelato molto semplice.

    Questo è quello che è successo, ed è quello che ora ci troviamo per le mani. È il ritorno alla normalità a spaventarci. Perché nelle strade devastate e saccheggiate delle nostre scintillanti città vediamo non solo il risultato più ovvio della nostra rabbia, ma la possibilità di cominciare a vivere. Non possiamo fare altro che impegnarci a fondo in questa opportunità, rendendola un’esperienza viva e impiantando saldamente nella vita quotidiana la nostra forza creativa, la nostra capacità di rendere tangibili i nostri desideri e di non osservare, ma costruire, l’esistente. Questo è il nostro spazio vitale. Tutto il resto è morte.

    Quelli che vogliono capire capiranno. Ora è il momento di rompere le catene invisibili che ci costringono alle nostre patetiche vite. E questo non significa soltanto o per forza che si debba assaltare una stazione di polizia o incendiare negozi o banche. Il tempo di abbandonare il proprio divano e la contemplazione catatonica della propria esistenza, di scendere in strada per parlare e ascoltare, lasciandosi dietro tutte le meschinità del privato, significa portare nel campo delle relazioni sociali la forza deflagrante di una bomba atomica. Ed è precisamente questo il motivo per cui (fino a oggi) l’attaccamento al proprio microcosmo è condizionato dalla forza attrattiva dell’individualismo. Quella forza che permette al capitalismo di funzionare. Questo è il dilemma: stare con chi insorge o rimanere da soli?

    E questa è una delle poche volte che un dilemma può essere, allo stesso tempo, così assoluto e reale.

    + + +

    (La traduzione del testo originale, pubblicato originariamente sul blog Occupied London, è stata fatta con l’aiuto di Strelnik, basandosi su alcune vecchie traduzioni.)

     

    da laprivatarepubblica