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Giovedì 29 Dicembre 2016 17:23

Caso Regeni: tra torture e miserabili sindacalisti, il governo italiano è complice In primo piano

  • 9b0a627cdab2fc61d7f7a630d9cb4100A quasi un anno di distanza dalla morte di Giulio Regeni, emerge un nuovo dettaglio sulla sua raccapricciante storia.
    A denunciarlo e consegnarlo ai Servizi Segreti sarebbe stato uno dei leader del sindacato indipendente egiziano dei venditori di strada, Mohamed Abdallah, che in un'intervista rilasciata alla versione araba dell'Huffington Post ha dichiarato: “Sì, l'ho denunciato e l'ho consegnato agli Interni e ogni buon egiziano, al mio posto, avrebbe fatto lo stesso”.

    Mohamed Abdallah non era nel sindacato per occuparsi dei diritti dei lavoratori, bensì per promuovere le politiche repressive di Al Sisi. Nel suo caso si trattava di controllare da vicino l'andamento dei lavoratori così da poterne riferire possibili attività all’interno dei movimenti antigovernativi, che proprio durante le rivolte avevano trovato grande sostegno da parte dei venditori ambulanti.

    E' lo stesso Abdallah a confermarlo dicendo: “E' illogico che un ricercatore straniero si occupi dei problemi degli ambulanti se non lo fa il ministero degli Interni”. E in riferimento ai colleghi sindacalisti: “Siamo noi che collaboriamo con il ministero degli Interni. Solo loro si occupano di noi ed è automatica la nostra appartenenza a loro. Quando viene un poliziotto a festeggiare con noi a un nostro matrimonio, mi dà più prestigio nella mia zona”.
    Il sindacalista - o a questo punto dovremmo chiamarlo il collaboratore dei servizi segreti - ha continuato: “Io e Giulio ci siamo incontrati in tutto sei volte. E' un ragazzo straniero che faceva domande strane e stava con gli ambulanti per le strade, interrogandoli su questioni che riguardano la sicurezza nazionale. L'ultima volta che l'ho sentito al telefono è stato il 22 gennaio, ho registrato la chiamata e l'ho spedita agli Interni”. Tre giorni dopo la notizia della scomparsa di Giulio.

    Nell’ultimo anno abbiamo scritto più volte sulla morte di Giulio Regeni, rimarcando la responsabilità del governo italiano in merito ai rapporti politici e diplomatici in essere tra Italia ed Egitto (vedi qui e qui). Quando venne denunciata la scomparsa di Giulio, l'attuale Presidente del Consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni era Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale e già allora né lui, né Renzi (al governo in quel momento) avevano preso le distanze dal Governo egiziano. Anzi, nelle dichiarazioni emergeva chiaramente la volontà di proseguire gli accordi tra i due Stati presi in precedenza.

    Ci troviamo di fronte ad uno Stato come l'Egitto che prosegue liberamente nella promozione di atti inaccettabili di violenza e repressione, volti ad annientare qualsiasi possibile spinta al cambiamento sociale contro l'attuale dinamica repressiva che Al Sisi continua a portare avanti indisturbato. E il nostro Paese prosegue nel sostenere uno Stato che reprime anche con la morte chi manifesta per i propri diritti e chi prova ad avvicinarsi alle storie di vita delle persone per provare a raccontarle.

    La continuità tanto sbandierata con il predecessore Renzi e il suo operato passato nelle vesti di ministro degli esteri difficilmente farà sì che l'attuale Presidente del Consiglio Gentiloni si adoperi per fare quanto da mesi viene richiesto da parte di chi si batte per ottenere verità e giustizia per Giulio Regeni: ammettere che è stato vittima diretta della violenza imposta dal governo di Al Sisi e bloccare immediatamente tutti gli accordi e le azioni di cooperazione in essere tra Italia ed Egitto. Più facilmente, anche il Governo Gentiloni sarà tra i complici della morte di Giulio.