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Venerdì 30 Novembre 2012 12:25

Doina fila e Berta non va in pensione

  • lanerossiCome il made in Italy gioca di prestigio con gli operai

     

    di Devi Sacchetto (www.connessioniprecarie.org) 

     

    La storia è analoga a molte altre e non ha meritato più di due colonne nella cronaca locale. Diversamente da quanto pensano i pigri e talvolta prezzolati giornalisti, però, per noi questa storia consente di gettare uno sguardo profondo sui processi di globalizzazione. Una fabbrica con un marchio storico, una multinazionale che la acquista per quattro denari e che dopo aver tirato il collo a lavoratrici e lavoratori la chiude, mantenendo il marchio. Le cause, ripetute come un mantra, sono i costi della manodopera e della materia prima, ritenuti eccessivi. Peccato che la stessa multinazionale, ventidue giorni prima di chiudere in Italia, abbia inaugurato uno stabilimento in Romania. D’altra parte, per continuare a produrre «made in Italy» non serve molto: due operazioni di qualsiasi tipo svolte in Italia, come ad esempio spazzolare e imbustare il prodotto, e lo sporco lavoro rumeno sparisce lasciando il posto alla bellezza del lavoro ben fatto, italiano. Il made in Italy nasconde procedure di valorizzazione che funzionano solo perché si attraversano i confini, mentre come vedremo le fabbriche diventano uno degli snodi di produzione della precarietà e una lente privilegiata per cogliere le trasformazioni complessive del sindacato. La produzione globale gioca di prestigio con gli operai: li fa sparire da una parte per farli comparire in un’altra con salari più bassi e condizioni di lavoro peggiori. La produzione di precarietà ha bisogno di confini da varcare in continuazione affinché il gioco di prestigio sia redditizio. Quelli che restano da questa parte del confine hanno il problema di organizzare una precarietà sempre più spesso priva di salario, mentre dall’altra parte il salario è la misura stessa della precarietà. E presto o tardi ci si accorge che questo confine non separa degli Stati, ma stabilisce una posizione rispetto al salario che si ripete in ogni paese, indifferente alle frontiere.

    La multinazionale è però tutta italiana e ha i piedi ben piantati in piazzetta Cuccia, dove si trova la (ex?) sede del potere economico e finanziario di questo paese, Mediobanca.

    Si tratta di una famiglia giunta da tempo nella Milano che conta, e che è in grado di muoversi anche tra i paradisi fiscali sebbene, sembra, non proprio agevolmente: a distanza di pochi mesi dalla chiusura dell’ennesima fabbrica, ai primi di novembre 2012 tredici persone della famiglia sono state indagate per una maxi evasione. Secondo la ricostruzione della magistratura avrebbero omesso di pagare imposte dovute allo Stato italiano su una plusvalenza di quasi 200 milioni di euro: con un banale giochino di scatole cinesi i rampolli della dinastia industriale avrebbero dirottato i profitti ottenuti in Italia in Lussemburgo prima e alle Isole Cayman poi. Vengono sequestrati beni come un castello con cinquanta stanze, lussuose abitazioni a Cortina d’Ampezzo, Venezia e Roma, e poi altri immobili, terreni e partecipazioni societarie per un valore pari a quanto evaso, cioè 65 milioni di euro.

    I Marzotto sono arrivati alla sesta generazione, e sono ben 70 i nipoti che possono vantare un qualche pseudo titolo nobiliare e, soprattutto, evitare accuratamente di vivere nella precarietà. Il gruppo Marzotto, che ha la sua sede storica a Valdagno, conta 176 anni di attività nel settore tessile, ma ha poi diversificato i suoi investimenti in altri settori produttivi non disdegnando tra l’altro la finanza e qualche partecipazione nella carta stampata. Negli anni recenti, l’apice degli occupati è stato raggiunto verso la fine degli anni Ottanta quando, dopo l’acquisto della Lanerossi, il gruppo Marzotto arriva a circa undicimila dipendenti. Adesso, dopo le ultime chiusure, i dipendenti sono poco più di 3000 sparsi tra Italia, Lituania, Repubblica ceca, Romania, Tunisia. L’avvio delle prime privatizzazioni italiane nel 1986-87, che ha consegnato l’Alfa Romeo alla Fiat e la Lanerossi alla Marzotto, ha rappresentato una rivincita della famiglia di Valdagno, che progressivamente ha chiuso i vari stabilimenti della tanto odiata concorrente. Marzotto e Lanerossi, le cui origini risalgono al 1817, hanno a lungo costituito l’unico polo industriale di un certo rilievo in tutto il Veneto, e nel corso degli ultimi quarant’anni hanno devastato il suo territorio per farne un mega distretto industriale.

    Il marchio Lanerossi è prestigioso nel campo dei tessuti e rappresenta anche una delle fabbriche storiche nelle quali gli operai avevano raggiunto dignitose condizioni di lavoro, rispetto al resto delle fabbrichette venete. Ma anche rispetto alla Marzotto, dove l’arroganza padronale era stata solo frenata nelle lotte degli anni Sessanta e Settanta quando gli operai avevano fatto ruzzolare nella polvere la statua del «conte», Gaetano Marzotto, a Valdagno. Lo sgarbo del 1968, che aveva rotto una tradizione di deferenza, non è stato dimenticato dagli eredi, che hanno progressivamente ridotto il personale anche nel loro storico stabilimento.

    L’ultima fabbrica in ordine temporale a essere chiusa è quella di Piovene Rocchette (Vicenza) che già dal 2005 non può più fregiarsi del nome Lanerossi, quanto di un’anonima insegna. La Filivivi è infatti una ditta giovane perché nasce solo sette anni fa, quando il gruppo Marzotto trasferisce il ramo d’azienda Lanerossi Filati, che opera nel settore dei filati pettinati e cardati per maglieria, a una società di nuova costituzione a cui partecipa per il 50%, lasciando l’altra metà al gruppo Verzoletto. Tre stabilimenti italiani – Piovene Rocchette (Vicenza), Alte Ceccato (Vicenza), Verrone (Biella) – e uno in Lituania costituiscono la dote iniziale di questa nuova azienda, che nei fatti continua a essere gestita dallo stesso gruppo Marzotto. Come dicono gli operai da noi intervistati: «Verzoletto non l’abbiamo mai visto, non sappiamo neanche chi è».

    La storia che abbiamo raccolto un piovoso pomeriggio di ottobre in una sede sindacale, dialogando con un gruppo di operai dello stabilimento di Piovene Rocchette, condensa quella di molte altre situazioni lavorative. La forza lavoro della fabbrica poco prima della chiusura era di circa 150 persone, per oltre i due terzi donne con un’età media di 40-45 anni e un’esperienza di almeno dieci anni di lavoro: «L’ultima è stata assunta nel 2001 perché il boom delle assunzioni è stato tra il dicembre del 1994 e la fine del 1997». Si tratta di una forza lavoro esclusivamente italiana perché, con buona pace di chi pensava che il padronato non scegliesse più la sua forza lavoro, «Marzotto non li prendeva, gli stranieri». L’unica straniera è una marocchina, ma «non si può neanche considerarla straniera, perché è più veneta di me», scherzano gli operai: «è una marocchina mancata, lei è cresciuta qua, ha fatto le elementari qui. È cittadina italiana».

    È una manodopera che prima di entrare qui si era fatta le ossa nelle fabbriche dell’area che lavoravano in sub-appalto sempre per la Marzotto, cercando appena possibile di smarcarsi dal controllo assiduo e da tempi di lavoro estenuanti tipici delle piccole dimensioni: «Quando la Lanerossi parlava di assunzioni tutti facevano domanda da loro. C’erano giri anche di 60 persone in un mese perché quindici anni fa andare dentro la Lanerossi dalla fabbrichetta piccola era come vincere al Totocalcio. L’unica clausola che dovevi sottoscrivere era quella per il turno di notte». In effetti, i turni di notte provocano scompensi, ansie, casi di esaurimento nervoso, depressioni, vomiti: «Sicuramente di notte la settimana del mestruo stavi meno bene… Non è una cosa sanissima perché logicamente non è vita, perché se fai la notte dormi il mattino hai il pomeriggio libero però è tutto un giro così… lo fai per i bisogni famigliari, naturalmente accetti, e poi cambiare turni continuamente è peggio ancora». Genitori che si sacrificano per i figli, i quali si sacrificheranno a loro volta per i figli. Questo sembra essere il giro. Senza fine.

    Il lavoro era facile da imparare e si basava essenzialmente sulla capacità di mantenere in funzionamento continuo gli impianti di filatura. L’acquisto di una decina di robot non ha costituito esattamente un grande investimento tecnologico: «la tecnologia non esiste. Anzi quei pochi robot che c’erano li hanno tolti; dovevano aiutarti ad attaccare i fili ma facevano danni. In quindici anni di lavoro penso non abbiano speso un centesimo sui macchinari per modernizzarli». Le macchine solo raramente funzionavano senza la necessità di un intervento del personale: «dovevi sempre stare lì con il ginocchio a frenare». Se il clima in fabbrica non era opprimente «potevi farti un caffè o una chiacchiera, c’era una bella armonia»; d’altra parte, i livelli salariali degli operai erano bassi: 1000, 1100 euro con i turni di notte e un premio di produttività di qualche centinaio di euro, «ma litigando fortemente». L’assenteismo non superava il 5-6%, nonostante le continue lamentele della direzione che ripeteva instancabile che gli operai avevano un secondo lavoro costituito dai campi e dall’allevamento: «siamo persone che non vivono in città, abbiamo la possibilità di avere un orto e ti coltivi le cose tue, ma tipo 5, 6 piante di pomodoro. Ma non a livello industriale, personale!».

    Nello stesso anno in cui il gruppo Marzotto si ristruttura e costituisce la nuova azienda Filivivi, provvede a chiudere la storica fabbrica di Schio, a pochi chilometri da Piovene Rocchette. Questa chiusura rappresenta il primo campanello di allarme anche per le modalità con cui avviene, come ci racconta un operaio: «la data importante è il 2005 quando ha chiuso Schio in malo modo, perché ha allungato le ferie agli operai di una settimana per poter portare via tutti i macchinari, e hanno svuotato il magazzino. Senza preavviso, senza dire niente. Questo è stato il colpo iniziale». Nello stesso anno a Piovene, che conta all’epoca circa 300 operai, inizia la ristrutturazione e un centinaio di persone sono incentivate alle dimissioni. Racconta con ironia un’operaia: «i sindacalisti sono stati bravi perché hanno convinto la gente con degli incentivi ad andarsene. L’azienda dava 7000 euro a quelli che se ne andavano al primo anno, 5000 euro a chi se ne andava il secondo anno e così via, purché la gente andasse fuori; li hanno invogliati perché gli dicevano che fuori trovavano lavoro. Poi tantissime persone si sono pentite, il 90% è ancora a casa e quelle che lavorano sono sotto agenzia, pulizie, cose così; una ha fatto il corso di Operatore sociale».

    Nel 2006 la Filivivi apre uno stabilimento a Botosani (Romania) grazie a una società a responsabilità limitata costituita con quattromila euro a cui si aggiungerà poi, a partire dal 2012, un altro stabilimento nella medesima cittadina rumena che dista pochi chilometri dal confine sia moldavo sia ucraino. Intanto nello stabilimento dell’alto vicentino si comincia a registrare una caduta della qualità, segnale preciso che l’azienda non intende più investire: «c’era un po’ più di qualità un tempo perché negli ultimi 3-4 anni abbiamo cominciato a fare non solo pura lana ma anche misti, hanno cominciato con il lino, con l’elasticizzato poi hanno mollato tutto perché c’erano troppi costi nel cambio dei macchinari». Nel 2008 le organizzazioni sindacali firmano un contratto che prevede un’articolazione plurisettimanale multiperiodale dell’orario contrattuale: si lavora quando serve, notti e domeniche comprese, senza alcuno straordinario. Poi nel momento di calo del lavoro, ci sarà tempo per riposare. Nel luglio 2010, due giorni prima delle ferie, la direzione comunica che tredici macchinari saranno dislocati in Romania: «abbiamo fatto subito la prima manifestazione, abbiamo scioperato e lì ci hanno bloccato. Siamo stati minacciati ‘o rientrate o ad agosto non rientrate per niente chiudiamo’. Sbagliando tutti quanti… siamo rientrati e siamo stati zitti. Tutti avevano paura, logicamente».

    Nel luglio 2011, come sempre poco prima delle ferie, a Piovene Rocchette si firma un contratto di solidarietà con una riduzione media dell’orario di lavoro del 50%. Seguendo i bilanci del gruppo Marzotto non è complicato osservare il fenomeno: riduzione e chiusura in Italia, incremento del numero di dipendenti in Romania. Un fenomeno che è accompagnato negli stabilimenti italiani da una contrattazione difensiva costituita da contratti di solidarietà, estrema flessibilità oraria e salariale, cassa integrazione e mobilità. Piegare i corpi operai e la vita quotidiana alle esigenze produttive non è sufficiente: «noi abbiamo ricoperto tutti i turni possibili e immaginabili: dalle 6 ore alle 8 ore, al contratto di solidarietà, alla cassa integrazione ordinaria, al multiperiodale, abbiamo fatto sabati e domeniche». È una contrattazione che prolunga le sofferenze di un corpo operaio che ancora porta il ricordo della centralità della grande fabbrica Lanerossi, che si irradiava ben oltre i confini provinciali. Ma la parola d’ordine sembra minimizzare e, quando è possibile, nascondere. È accaduto anche che il «Giornale di Vicenza», di proprietà degli industriali locali, si sia permesso di far sparire il marchio Lanerossi da una foto per ridurre l’impatto della chiusura di uno stabilimento. Celare la rabbia operaia, operando divisioni raffinate e mantenendo scollegate le diverse realtà produttive. Potenza della miseria di una classe industriale allo sbando, accecata dal denaro da fare in fretta.

    Nei primi mesi del 2012 l’azienda dichiara debiti per 28 milioni di euro. La gara a spararla più grossa, dopo il progetto Fabbrica Italia dell’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, sembra diffondersi in Italia. Nessuno legge il bilancio e vede i debiti, ma la dirigenza li esibisce. Riduzione degli ordini, rincari della materia prima, difficoltà di pagamento da parte dei clienti afferma l’azienda. Eppure ancora nel 2008 l’amministratore delegato, Sergio Tamborini, assicura: «siamo orgogliosi di aver mantenuto l’Italia come cuore pulsante dell’industria tessile Marzotto, che ha brillanti prospettive per il futuro». In effetti, nel bilancio del gruppo del 2010 si legge: «il fatturato del settore Filati Lanieri (gruppo Filivivi) ha mostrato un aumento del 10,2% rispetto al fatturato del precedente esercizio… si prevede che le azioni implementate nel 2011 permetteranno il raggiungimento di un possibile ulteriore miglioramento dei risultati di Filivivi, sia economici che finanziari».

    Come qualche operaio ha fatto notare, la perdita di ordini in uno stabilimento è estremamente facile per un’impresa multinazionale: basta spostare le produzioni da un luogo all’altro. In effetti, gli operai vedevano giungere le commesse che però erano sub-appaltate a imprese esterne. Nello stabilimento intanto le poche commesse che arrivano sono piccoli lotti da produrre velocemente: «ci dicevano che eravamo un’azienda di servizio… Si facevano il cliente e poi la commessa grossa la mandavano in Romania». È piuttosto impressionante la precisione con cui gli operai comparano la realtà italiana con quella romena, segnale di una continua discussione con azienda e sindacato delle diverse situazioni: «un’altra giustificazione per la chiusura era che i costi di produzione in Italia sono elevati… un operaio italiano all’anno costa mediamente 30.000 euro, mentre quello rumeno 6000 euro. L’energia elettrica costa 0,13 euro a chilowatt/ora in Italia e 0,08 euro in Romania».

    A maggio 2012 l’annuncio: a luglio l’attività di filatura cesserà e 127 operai saranno espulsi dalla fabbrica. La protesta si innesca subito e gli operai escono dalla fabbrica e in corteo sfilano per la cittadina fin sotto le finestre del Comune di Piovene. Come in molte altre occasioni, e diversamente dalla retorica corrente, il sindaco della Lega Nord non si fa vedere. Eppure il paese di Piovene Rocchette è cresciuto intorno alla Lanerossi: «era d’obbligo la sua presenza sia morale che fisica. I genitori del sindaco lavoravano in quella fabbrica». Le trattative che le organizzazioni sindacali provano a imbastire riescono a ottenere un anno di cassa integrazione con la possibilità di estenderla per altri 12 mesi nel caso in cui il 30% del personale venga riassorbito da altre imprese o vada in pensione. Come dicono amaramente gli operai: «bisogna andarne a copà [ammazzare] qualcuno, basta che sparisca».

    Le timide proteste operaie rimangono sempre alquanto moderate e rinchiuse dentro il territorio circostante. Cortei per le strade del paese, blandi e poco partecipati picchetti davanti alle istituzioni e qualche giorno prima della chiusura definitiva, il 30 giugno 2012, l’organizzazione di una messa finale di ringraziamento – o il «funerale» come dicono alcuni operai – che si tiene all’ingresso della fabbrica perché l’azienda non concede neppure il parcheggio. Non può mancare l’uso dei social network per sensibilizzare le istituzioni e la popolazione. Una strategia che non sembra fornire alcun aiuto, forse anche perché le strade perseguite cercano la mediatizzazione. Neanche il sindacato sembra immune alla rassegnazione e alle scarsissime prospettive politiche: «arrivavano i sindacati e tutto in perdita… portavano le tavole con le perdite». Sempre sulla difensiva, il ruolo del sindacato è stato di gestire alla meno peggio le esigenze aziendali: «gli ordini attuali non sono sufficienti, la ‘torta’ da spartire è sempre più piccola mentre le fabbriche dell’azienda sono sempre quelle», affermava Renato Omenetto della Filtea-Cgil, nei mesi caldi della protesta.

    Il clima fra delegati e funzionari sindacali rimane surriscaldato perché i primi sentono la pressione operaia da un lato e il distacco dei sindacalisti dall’altro. I tentativi operai di cercare solidarietà e di costruire dei rapporti con le molte fabbriche in crisi della zona viene cassato dai sindacalisti: «l’unione fa la forza secondo noi e invece secondo loro [i sindacalisti] no. Perché dicevano che non serve, non portiamo a casa niente». Se non si prova a unire quanto è geograficamente vicino, immaginiamo sia impossibile pretendere dai funzionari sindacali la conoscenza della situazione degli operai delle fabbriche di Botosani, 1500 chilometri a est di Vicenza. Tre ore di aereo possono essere eccessive ma Piovene Rocchette dista solo 54 chilometri da Alte Ceccato, dove ancora produce un altro stabilimento della Filivivi. Due stabilimenti nella medesima provincia i cui operai non hanno alcun contatto tra loro: «se noi abbiamo avuto contatti con altre aziende è perché siamo andati a cercarli noi perché non ci ha dato una mano nessuno; ci siamo sentiti abbandonati» Eppure in fabbrica circa la metà dei dipendenti è iscritta a un sindacato e la Filtea-Cgil era in maggioranza, seguita dalla Uilta-Uil e dalla Filta-Cisl, rappresentando anche la divisione tra le sei Rsu: 3 Cgil, 2 Uil e 1 Cisl.

    La delusione rispetto ai sindacati confederali è un sentimento assai diffuso tra gli operai che mettono in luce come essi cerchino di «saltare» il punto di vista operaio: «il sindacato adesso come adesso non vale più niente. È molto legato al padrone. Vale solamente per trattare con quello che fa le veci del direttore, della dirigenza. Perché tu non puoi andare». In effetti, anche in questa vicenda i sindacati confederali hanno preferito insistere sugli ammortizzatori sociali e sulle istituzioni locali: «il sindaco potrebbe almeno sospendere il pagamento dell’Imu… azzardare un tavolo con le banche locali, per rinegoziare i mutui», notava Omenetto.

    D’altra parte, quando operaie e operai hanno appeso i loro grembiuli celesti lungo la recinzione dello stabilimento, la direzione ha dato immediato ordine di togliere ogni simbolo della protesta inviando anche le forze dell’ordine sul posto. Forse tale preoccupazione non era solo dovuta alla cattiva pubblicità, quanto al fatto che sui grembiuli, accanto a un ironico «Fili morti. È finita», si poteva leggere: «il tagliatore di teste colpisce ancora». Il tagliatore di teste è un personaggio centrale in questa storia veneta. Alla direzione del personale del gruppo Marzotto troviamo, infatti, un romanziere, sceneggiatore e filosofo. Il suo sito è ricco delle sue massime: «La lentezza è conservatrice, la sveltezza innovatrice… La sveltezza è una passione civile». Dopo le lunghe giornate estenuanti passate in fabbrica, egli trova il tempo di scrivere romanzi, che godono anche di un certo successo, come Volevo solo dormirle addosso, che diventerà poi un film con un personaggio appunto inquietante il cui compito è convincere i lavoratori a licenziarsi. Nel 2009 pubblica invece Il Lunedì arriva sempre di domenica pomeriggio, mentre nel 2012 è la volta di Le cinque regole del corteggiamento, entrambi per la prestigiosa casa editrice Mondadori, la cui presidente è Marina Berlusconi. È un saggio, il dott. Massimo Lolli, con un occhio attento agli insegnamenti di Margaret Thatcher che scopiazza qua e là: «‘La Società è morta, non esistono problemi sociali ma solo problemi individuali’, cosi ci dicemmo da giovani. La nostra è una vita meravigliosa. Siamo gli unici a non avere tradito gli ideali della giovinezza».

    La prospettiva degli operai della Filivivi è un po’ più semplificata dopo sette anni di ristrutturazioni e contrattazioni al ribasso delle condizioni di lavoro e non hanno certo le ambizioni del dott. Lolli che rimane una persona coerente e non ha certo tradito i suoi valori e i suoi ideali: «quando eravamo giovani, più o meno negli anni settanta, tutti volevamo fare da grandi un lavoro creativo, in luogo di un lavoro alienante. Nessuno voleva finire in banca o dietro una scrivania, ma tutti volevamo fare il regista, l’autore televisivo, il giornalista, lo scrittore, l’assessore alla cultura».

    Gli operai della Filivivi, invece, ambivano a imprimere la loro creatività sugli impianti di filatura perché innamorati di quanto veloci questi giravano: «dopo un mese ti lasciavano da solo con tre macchine e mezzo, avevamo 2800 fusi da controllare, più 33 teste di rocca. Quando il filo si rompe devi essere veloce». Si sa che in Italia l’importanza delle pari opportunità è nei pensieri dell’élite economica e politica, tanto che Mario Monti è salito al governo un anno fa con un programma di «sacrifici ed equità». In effetti, gli unici che ancora lavorano alla Filivivi, in un piccolo reparto di tintoria, sono una quindicina di capi e capetti: «non hanno lasciato a casa nessuno, neanche quelli che hanno i requisiti per il pensionamento. Praticamente fanno il lavoro che facevamo noi. Diciamo che i capi sono stati tutti tutelati, per le competenze ci hanno detto».

    Le prospettive degli operai non sono rosee, ma una parte di essi non sembra eccessivamente preoccupata, sebbene con la cassa integrazione si raggiungano a malapena i 750 euro. Erano pochi i casi in cui entrambi i coniugi erano assunti nell’azienda, e una parte consistente poteva contare su almeno due redditi in famiglia. D’altra parte, anche la struttura dei consumi sta cambiando, assieme a quella dell’alimentazione. La prospettiva per alcuni è l’autoproduzione alimentare e la scelta forzata di diventare dei vegetariani: «prima qui c’erano i campi con l’erba alta tre metri, ora tutti ben coltivati con la loro fila di pomodori, insalata, gli animaletti… si vede che la gente non riesce più ad andare avanti… e ritorniamo di nuovo alle origini di una volta con il campetto, l’animaletto».

    La maggior parte delle operaie e degli operai si affida per il momento ai corsi di orientamento e possibilmente a una riqualificazione, mentre pochi hanno già reperito un altro lavoro: «adesso tre persone lavorano sotto agenzia… Qualcuno ha trovato qualche lavoretto per arrotondare, come l’imbianchino e il giardiniere in nero». In molte, però, sono intimorite dal dover incrementare i livelli di sacrificio, già elevati negli anni scorsi, pur riconoscendo amaramente che «passate dalla Filivivi, ci siamo adattate a fare tutti gli orari e i turni possibili». La maggior parte degli operai non sembra aver particolari ambizioni nel mercato del lavoro poiché l’età e le forze, oltre che la situazione economica generale, remano contro di loro: «io non ho problema, va bene tutto, metalmeccanica, lavoro con la macchina da cucire, sono capace in filatura, in cucina. Il problema è che bisognerebbe spostarsi. Ma chi ha bambini si sposta verso Vicenza? Io ho le ragazze grandi cosa faccio, vado a Vicenza mi faccio 40 chilometri che magari arrivo a prendere 1000 euro e ne consumo 300 in gasolio?». Purtroppo, l’operaia non sembra aver fatto tesoro di uno degli insegnamenti del suo direttore del personale, Massimo Lolli, secondo il quale «non è il lavoro che deve andare da te, sei tu che devi andare verso il lavoro… siamo così abituati alla piena occupazione in Veneto che il problema è di mandare uno di Montecchio ad Arzignano. Non possiamo pretendere di avere il lavoro sotto casa: questa generazione veneta deve ascoltare il racconto dei padri, che hanno profuso intelligenza e capacità in Italia e nel mondo. La mobilità non è un dislavore [sic]. È cultura. Apre gli orizzonti, ci fa conoscere persone nuove e diverse». Si direbbe un uomo contro le frontiere, a sostegno della libera circolazione degli uomini e delle donne, con o senza documenti.

    Il racconto fantasmagorico di chi, seduto nel suo Suv, guarda gli altri affannarsi per pochi spiccioli al mese alla ricerca di un banale lavoro, mentre è indaffarato con il suo palmare a inviare mail in tutto il mondo, è un po’ il simbolo di questo Veneto. Forse sarebbe bene che anche gli operai seguissero una delle regole stilate dal dott. Lolli: «chi sei questa settimana? Questa settimana vi sentite uguale o diverso rispetto alla precedente? Se vi sentite uguale, cominciate a preoccuparvi. Vuol dire che inibite l’ingresso della realtà dentro di voi». La nuova realtà, cioè la fine del miracolo veneto, potrebbe così rompere l’incantesimo di un mondo pacificato sotto la cappa di un becero interclassismo. È una realtà che sembra fornirci delle occasioni di mobilitazione che possono fare giustizia di un senso comune fondato sull’isolamento, sul razzismo e sulla percezione di una congiuntura storica sfavorevole.