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Sabato 18 Marzo 2017 12:53

"Unione Europea: a che punto è la notte?" - Instant book a cura della redazione Infoaut In primo piano

  • eu flagAd una settimana dal corteo di Roma contro la passerella celebrativa dei 60 anni dei Trattati UE, che vedrà i 28 capi di stato e di governo dell'attuale Unione Europea raggiungere la città capitolina, abbiamo già delineato alcune delle coordinate di spazio e di tempo in cui ci troviamo.

    Il dibattito generale sull'Unione Europea si sta risolvendo in questi anni in una sorta di tenaglia: andando con l'accetta, da un lato ci sono i sostenitori dell'europeismo a tutti i costi, dall'altro le varie gradazioni di sovranisti, più o meno caratterizzati da rigurgiti razzisti e neo-nazionalisti.

    I primi spesso sono coloro che da questa UE neoliberale ci guadagnano, ma purtroppo sono a volte anche reduci portatori di una fede messianica verso un progetto che confonde la sacrosanta speranza di rompere il confine dello Stato Nazionale con l'affidamento ad una medicina che rischia di fare peggiorare la malattia. Un abbaglio che riguarda anche diverse opzioni di movimento che scenderanno in piazza a Roma il 25, su un'agenda completamente avulsa da quella portata in campo dalle lotte sociali e dall'antagonismo.

    Il campo dei secondi, dei neo-sovranisti, si attesta su posizioni che, al netto di quelle più apertamente razziste come quelle lepeniste, vedono nel recupero di una sovranità nazionale la possibilità di tornare a decidere, ad avere potere sul proprio intorno, ri-avvicinando la sede del politico. Sottovalutando a nostro modo sia il peso delle relazioni geopolitiche sia la difficoltà nel poter divenire guida di un tale processo senza che questo non sfugga di mano o che non venga etero-guidato su posizioni sgradite.

    In ogni caso, ciò che ci sembra emergere è l'assunzione comune di una Unione Europea nata e tuttora operante su una costituzione materiale liberista, che nella costruzione del nemico (il povero, il migrante) fonda la sua riproduzione sociale e politica. Una costruzione liscia quando si tratta di merci e capitali, ruvida e arcigna quando si tratta di diseguaglianze economico-sociali o libertà di movimento. C'è chi la trova riformabile, chi - come noi - non crede minimamente in una tale prospettiva, al netto di dinamiche come quella greca del 2015, e crede che la teoria e la pratica dell'autogoverno, la tensione alla secessione dei territori e all'autonomia dei soggetti sociali possa e debba andare oltre una sterile dicotomia tra un si e un no all'UE.

    Per riassumere il dibattito, abbiamo voluto raccogliere allora all'interno di una nuova auto-produzione, dopo quella sugli USA di Trump, tanti punti di vista e considerazioni sulla genealogia dell'UE, sul dibattito attuale sopra delineato, sul ruolo dei compagni e delle compagne riguardo a questo ambito.

    "Unione Europea: a che punto è la notte?" è uno strumento che mira a descrivere un dibattito importante, dando voce a ricercatori, intellettuali ma anche - come ovvio - alle lotte reali che affrontano e declinano il tema UE in ambiti di conflittualità e radicamento sociale. Franco Berardi Bifo, Christian Marazzi, Raffaele Sciortino, Carlo Formenti, Oreste Scalzone, Valeria Pinto, Mattia Frapporti, Davide Grasso, compagni da Francia, Italia, Germania, Grecia, UK...questi gli autori di contributi o gli intervistati da Infoaut che danno carne a questo progetto.

     

    Di seguito proponiamo l'introduzione dell'instant book, che potete trovare scaricabile nella sua interezza qui.

    Buona lettura.

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    Atene. File di poveri prodotti da anni di austerità ingolfano le strade. Vagano gioventù annichilite. Non ci si può più curare.
    Roma. A ogni fermata della metropolitana si muovono drappelli di militari coi fucili spianati.
    Parigi. Lo stato d'emergenza ormai normalizzato fa fermare di continuo la metro per paura di qualche sacchetto abbandonato.
    Sulla frontiera ungherese è sorto un infinito muro di mattoni e filo spinato.
    A Ceuta centinaia di persone assaltano una recinzione mentre due diverse polizie le picchiano da entrambi i lati.
    In una città ucraina un missile lanciato dall'esercito sventra una casa.
    Le aggressioni razziste in tante città inglesi e tedesche sono continue.
    I campi di concentramento per migranti targati U.E. si moltiplicano in Libia.
    Si fanno accordi col regime di Erdogan.
    Le periferie crollano un po' ovunque.
    Il Mediterraneo è una tomba galleggiante.
    Disoccupazione, povertà, moltiplicazione dei confini e delle esclusioni dappertutto.

    Alcune scene di normalità dell'Unione Europea d'oggi.

    ***

    Se si guarda di notte da un satellite, le isole britanniche, il continente europeo fino agli Urali, e poi giù arrivando a Gaza e a tutte le coste mediterranee, è tutto un brillare di luci. Una trama urbanizzata diffusa come in nessun altro scenario del mondo lega queste aree, come se le stelle fossero cadute in terra. Ma sono luci ingannevoli.

    L'Unione Europea vista nelle sue metropoli, nelle sue borderland, nelle sue vaste periferie, nei suoi paesaggi antropizzati e industrializzati, vive una catastrofe che è già avvenuta.

    Welfare, diritti, cittadinanza, democrazia... Una sequenza di concetti e politiche con le quali si era contenuta l'istanza comunista (nelle più svariate declinazioni) dal Dopoguerra che indica oggi una serie di cadaveri. Che iniziano a puzzare.

    L'Unione Europea muove i suoi primi passi dopo la guerra civile europea che aveva dilaniato una società. Nasce con la promessa di Pace. Da ormai alcuni anni l'espansione dell'U.E. ha raggiunto alcuni confini geopolitici.

    Ed ecco che riesplodono gli echi di antichi scontri. Si costituisce un fronte bellico a Est, si bombarda a Sud, l'isola inglese leva i suoi ormeggi, l'Atlantico si fortifica.

    Se per noi il 20 luglio 2001 a Genova era l'introduzione alla guerra globale permanente, oggi le più importanti città europee sono il fronte di una guerra civile molecolare, diffusa, a pezzi. Che è già iniziata da parecchio tempo.

    ***

    Europa raccoglieva fiori sulle sponde del mare quando Zeus le mostrò il suo amore.

    Sin dai tempi di Ulisse, il movimento dell'Occidente, l'Europa, si è sempre costruito attraverso immagini globali protese al superamento di loro stesse. Occidentalizzazione, globalizzazione, Europa. Prima il centro era il Mediterraneo. Poi il Continente. Poi l'Atlantico (la terrà al di là di questo oceano, è o non è Europa?). Ma, ora che il cerchio è compiuto, che l'Occidente ha fatto il giro della terra, quell'antica idea di ordine razionale in grado di dominare e ordinare il mondo frana. La globalizzazione nasce con l'Europa. Ma non ha più un centro da cui partire per irraggiarsi.

    E , in fondo, cos'è l'Europa? Dove finisce? Quali i suoi limes? Oltre l'Unione Europea, esiste Europa senza Mosca, senza la sua porta-Istanbul, senza i paesi mediterranei...? Europa è un concetto storico dalle molteplici provenienze, politicamente, geograficamente lacerato, economicamente e culturalmente eterogeneo... Ha oggi un senso politico?

    ***

    Una presa di parola antagonista, di una politica delle lotte e di orizzonte comunistico e di liberazione, rispetto all'Unione Europea, rischia di trovarsi racchiusa all'interno di un campo di tensione descritto da due polarità, che di seguito indichiamo in maniera sommaria.

    Da un lato abbiamo una critica all'U.E. che ad essa oppone un'idea di Europa talmente vaga da rischiare au fond di sovrapporsi all'Unione stessa, tendendo a sussumere al suo interno anche una posizione movimentista tendenzialmente velleitaria e che profuma di ideologismo, completamente slegata da un soggetto attivo che la incarni; dall'altra un'opposizione alla U.E. che oppone a questo spazio politico un "ritorno indietro" allo Stato-nazione come reale ambito dell'agire. I testi che pubblichiamo di Bifo e Formenti sono esplicativi di alcune delle problematiche che esprimono questi punti di vista.

    Non a caso il primo accenna alla questione dell'impotenza che contraddistingue questa fase di crisi, sottolineando l'importanza di un movimento universitario europeo che per quanto auspicabile e da costruire, al momento sembra più che altro rasentare l'utopia; mentre il secondo, anche attraverso la ripresa della teoria del de-linking, sembra dare troppa poca importanza alle spinte (che pure accenna) le quali anche in ambito capitalistico vedono la disintegrazione europea come un processo praticabile, in quanto ulteriore possibilità di impoverimento e sfruttamento dei subalterni che abitano i paesi dell'Unione. Con il rischio di dover poi passare dalla dipendenza da  Bruxelles a quella di Mosca, Washington o Pechino.

    Inoltre la dicotomia Europa vs Stato-nazione corre il rischio di ricalcare in qualche misura l'opposizione tra liberismo globalista e sovranismo nazionalista che mette in forma il dibattito pubblico-politico degli scacchieri elettorali.

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    L'intento col quale si è costruito questo istant book è quello di iniziare una discussione franca, raccogliendo una polifonia di voci spesso tra loro divergenti, provando a muovere i primi passi di un dibattito per l'elaborazione di un punto di vista a venire. Evidentemente partiamo da una distanza siderale da una prospettiva riformista, alter-europeista a là Varoufakis – ritenendo che l'Unione Europea sia un quadro istituzionale irriformabile e da abbattere, e da una ricerca politica di nuove spazialità che eccedano tanto gli Stati quanto le loro articolazioni sovranazionali.

    Una politica contro e oltre lo Stato non può che tenere presente come indicazione di metodo il fatto che siano e saranno le lotte, i conflitti e i processi di organizzazione di classe a costruire e prefigurare i propri spazi politici, e non certo l'intuito di singoli militanti o il guizzo di qualche intellettuale.

    Il che non toglie la necessità di delineare orizzonti strategici per l'agire politico, di cui alcune allusioni all'autogoverno e di secessioni territoriali (ZAD, Val Susa...) ci paiono primi tentativi. Se questo evidentemente ancora non è sufficiente, a quasi 150 anni uno spettro s'aggira ancora per l'Europa... la Comune di Parigi, intesa nella possibilità che la normalità dei flussi nelle metropoli globali, nei centri direzionali, negli snodi logistici possa essere sfidata, sabotando il dispiegamento di una governance che è sempre liscia quando si tratta di merci e capitali, ma  molto ruvida sui flussi di persone e sulle pratiche di riappropriazione della ricchezza sociale.

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    Lo stato dell'arte a cui siamo pervenuti oggi non è casuale. Al contrario, ha profonde radici storiche. Sin dalla fondazione dell’Unione Europea, con i Trattati del 1957, già era presente l’idea che la nascente istituzione non fosse altro che un coacervo di interessi capitalistici su scala sovranazionale. Questo ci dice ad esempio Oreste Scalzone nel suo intervento (dove colloca l'attuale europeismo di sinistra alla svolta di Berlinguer...), che pare ricollegarsi a quello di Frapporti quando si descrive l’U.E. come uno spazio logistico - sin dalle prime battute promosso e istituito da una razionalità politica tecnocratica e liberale. Lo stesso approfondirsi negli ultimi trent'anni, come fa notare Valeria Pinto, di una politica della formazione che è passata dal miraggio dell'Erasmus e della “società fondata sulla conoscenza” a un sistema formativo unicamente rivolto a sostenere politiche di workfare e di precarizzazione esistenziale, ci illumina sulla filosofia che sostiene l'architettura attuale dello spazio europeo.

    Uno spazio strutturato e orientato non certo alla costruzione di una Europa “sociale” o “democratica”, termini ormai sempre più svuotati se non ridefiniti in termini pratici da percorsi di lotta. L’idea di riportarla a dei valori originari fondativi diversi da quelli attuali è perciò sbagliata nel merito oltre che impossibile da realizzarsi. Di questo in fondo ci parla Papakostas quando impietosamente mette in luce le contraddizioni, che si risolvono in inasprimento delle condizioni di vita, del governo di Syriza a partire dalla resa alle istituzioni del Quartetto. Insomma, come dicono i compagni francesi di Nantes Revoltèe, dall’UE non c’è nulla di buono da aspettarsi..

    La costituzione attuale dell'U.E. certamente la inscrive in un progetto di blocco imperialistico, agito a partire dalla forza dell’asse franco-tedesco e dal fatto che il costo del benessere dei paesi-guida fosse scaricato sugli altri, come ci dicono le parole dei compagni di ...Ums Ganze! Eppure oggi questa stabilità è come minimo estremamente scossa dai processi di scomposizione agiti al suo interno sotto il doppio effetto dei “populismi” e della competizione geopolitica transnazionale. Del resto, volenti o nolenti, la strategia della rottura dal basso dell’U.E. converge con la volontà anglo-americana di spaccare l’Europa per rimetterla al traino della nuova special relationship inaugurata da Trump e May. Come la strategia tedesca reagirà a questo attacco, anche in vista delle elezioni del 2017 a Berlino? Un processo socialdemocratico potrà modificare qualcosa dell’U.E. fondata sull’austerity di Merkel e Schauble, quando anche progetti come il reddito di cittadinanza di Hamon o il Quantitative Easing di Draghi sembrano poter essere recuperati in chiave tattica dalle élite? Su questo sembrano sfidarsi Sciortino e Marazzi nei loro rispettivi contributi.

    A noi sembra difficile. Non solo per la lezione greca, che sembra parlarci dell’impossibilità di un’Europa diversa da quella utile ai diktat del capitale globale (se non si può avere questa U.E., ce ne scappiamo in G.B. dopo la Brexit, negli Usa o chissà, in Cina?). Proprio le parole dei compagni di Plan C sullo scenario post-Brexit ci parlano delle enormi contraddizioni anche di quel tipo di soluzione. Ma è difficile anche per la mancanza di una riflessione, che ovviamente non ci aspettiamo dalle sfere del comando, sul punto di partenza di ogni discorso ammissibile rispetto a questi temi: quello che prevede, per dirla con Davide Grasso, la destituzione delle divisioni nazionali-statali che fanno permanere la questione dentro-fuori il cleavage base su cui si costruiscono le identità.

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    Del resto il tema dell’identità europea, che sotto sotto contiene l’idea di una possibilità di azione in un determinato campo culturale, è sempre più in crisi. Che si parli di una U.E. Fortezza che nel “ripartire” punta sull’istituzione di un’organizzazione finanziaria e di corpi di polizia comuni, o che si parli di un ritorno all’Europa delle patrie di gollista memoria, ciò che non sfugge è il suo fondarsi sull’esclusione di qualcuno, sul fare permanere il rimosso di un Altro che bussa alle sue porte. Nell'intervista a un occupante di casa con Social Log si coglie perfettamente come, oltre l'immagine della Fortezza, i confini europei siano sempre più diffusi e pervasivi non solo verso l'esterno.
    Quando infatti quel migrante riesce a oltrepassare le mura esterne si può elemosinargli pure qualche diritto, ottenendo in cambio di abbassare ulteriormente il costo del lavoro e costruire le basi di legittimità per tutte le dottrine suprematiste che dal Nord al Sud Europa vanno ad affermarsi. E' il capolavoro della classe dominante: fingere una scissione che permette sia di accontentare i padroni del vapore, sia di innescare la guerra tra poveri. Le lotte del movimento per il diritto all'abitare degli ultimi anni sono un esempio, per quanto insufficiente, in cui questo dualismo è stato attaccato attraverso una rivendicazione non solo di diritti sempre più mancanti, ma anche di una dignità e di spazi di organizzazione e autonomia inaccettabili per la logica di controllo descritta sopra. Non a caso l'odio verso queste mobilitazioni è bipartisan e costituisce uno dei punti di consenso più evidenti tra parti politiche, il consenso al reprimerlo più che possibile.

    Partiti di establishment e partiti reazionari si prendono così per mano, fingendo di schifarsi a vicenda, per monopolizzare lo spazio politico, costruendo narrazioni e identità che nelle loro differenze hanno un nemico comune: il migrante e il subalterno, il non-garantito. O è in un modo, o in un altro. Per quel che ci riguarda, non c’è terza via, non c’è altra prospettiva, che non stia nelle lotte, nella generalizzazione e a connessione dei percorsi di secessione territoriale e di autogoverno che hanno come controparte anche l’Unione Europea e la sua logistica del capitale, come ci dicono i compagni dalla Val di Susa. Un orizzonte certo tutto da costruire. Ma è qui che vogliamo investire.

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    In un mondo che, terminati i colonialismi, la Guerra fredda e l'egemonia statunitense, si "riequilibra" squilibrandosi, si muovono correnti tensionali potentissime di cui l'Unione Europea è al contempo produttrice e investita.

    L'ultimo decennio è inaugurato dal voto contro la costituzione europea e dalla rivolta delle banlieue francesi. Si snoda per la Crisi, l'imposizione dell'Austerità e una ridefinizione degli equilibri interni in direzione Berlino. Si articola per i movimenti del 2011 e gli UK Riots. Si definisce nella conclusiva distruzione di diritti e ricchezza sociale guadagnati dalle lotte durante i primi sei-sette decenni del Novecento. Si manifesta nella proliferazione di confini a tutte le latitudini, in guerra.

    Si comprende nel quotidiano attraversamento delle frontiere da parte dei migranti, nell'essere un continente vecchio e da ripopolare, nel suo passato coloniale.

    L'intento di questo istant book è quindi quello di indicare alcuni scorci per provare a spiazzare le dicotomie soffocanti che abbiamo descritto, non tanto o non solo da un punto di vista teorico, quanto a partire dai processi di lotta e conflitto che sono emersi negli ultimi anni.