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Giovedì 16 Marzo 2017 14:50

Verso il 25 marzo e il G7 di Taormina: alla ricerca del bandolo della matassa In primo piano

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    A due velocità?

    Siamo ormai così abituati al ronzio delle sempre identiche dichiarazioni di eurocrati e capi di stato che risulta difficile capire quando in questi sinistri congressi si sta dicendo qualcosa. Il 6 marzo, però, nell’evocativa cornice di Versailles, qualcosa è successo: i leader dell’UE si sono riuniti per constatare la morte del processo d’integrazione europeo come lo abbiamo conosciuto fino adesso. Per ora tenuta artificialmente in vita da Mr. Draghi e dal suo Quantitative easing, l’UE è clinicamente morta anche se sui giornali però si continua a parlare di svolta. Il format scelto per la sua promozione televisiva è infatti quello di “Europa a due velocità”. Quando politici e intellettuali evocano la dualità di un oggetto storico-politico c’è sempre da drizzare le orecchie. Dietro una presunta pluralità delle forme, infatti, molte volte si cela l’unicità del processo. Cerchiamo quindi di andare oltre il trailer proposto dai nostri governanti-comunicatori per capire cosa ci aspetta in questa nuova stagione della serie UE. Spoiler, si annuncia, come la precedente, all’insegna di lacrime e sangue. Questo perché nonostante da Palazzo Chigi ci assicurano che l’Italia si trova saldamente tra quelli “del gruppo di testa”, chiunque sappia leggere due dati statistici può constatare che è tutto il contrario. Il nostro paese vanta il più basso livello di crescita dell’Eurozona per il 2016, l’1%, e da questa cifra non ci schioderà né quest’anno né il prossimo. Senza contare i livelli di disoccupazione stratosferici e la ridicola proporzione degli investimenti. In questo contesto, assisteremo quindi a un frenetico tentativo di accreditarsi presso gli investitori come paese meritevole di far parte del gruppo a trazione teutonica. Operazione che non potrà non passare per una nuova tornata di “riforme” capaci di “rassicurare i mercati” sulla capacità italiana ad implementare le direttive del capitale globale.

    L’Europa a due velocità, insomma, è la forma che sembra prendere un processo in realtà unico di riorganizzazione dell’integrazione europea in cui si cerca di far funzionare diversi gradi di sviluppo tecnologico, di risorse umane e di performance economica in maniera coerente all’interno dello spazio dell’unione. Far funzionare per chi? Se questo processo sembra configurarsi come un’apparente frammentazione e spezzettamento la logica è sempre unica, ed è quella della competitività e della governance per il capitale globale transnazionale che tutto ordina, gerarchizza e sussume. Ovviamente ciò non significa che in questo cambiamento non si giochino anche tensioni e scontri tra gli stessi stati UE. E ovviamente è difficile ora esprimersi sul possibile successo di un’operazione in estremo ritardo, che cerca di far riguadagnare peso politico a una zona ormai economicamente e politicamente periferica. Capirne la logica interna, però, è senz’altro il primo passo per non prendere facili abbagli.

     

    Sovranità?

    Com’è noto, la virata a doppia velocità si inserisce in un più generale mutamente del quadro economico e politico globale che sta cambiando forma, dimensioni e allineamento dei diversi tasselli del sistema mondo. In questi ultimi mesi tutti sembrano essersi accorti che siamo entrati ormai nel secondo girone infernale della crisi globale, un girone propriamente politico iniziato con l’OXI greco e che arriva al NO referendario italiano. Qualcosa si è rotto nella macchinetta impazzita che correva sull’autostrada a doppia corsia globalizzazione/finanziarizzazione, qualcosa che non riparerà tanto facilmente e con cui dobbiamo fare i conti.

    Il frame interpretativo in cui si inquadra questo processo è quello del limite di una certa forma d’integrazione politica del capitale globale. Una crisi di integrazione che, invero, precedeva già il cataclisma economico del 2007 e il cui segno più evidente è stato il silenzioso affanno prima e il clamoroso fallimento poi del Doha round iniziato nel 2001 all’interno del WTO. È alla crisi politica, insomma, che si è sommata la crisi finanziaria e non viceversa.

    In ogni caso, a partire dalla crisi di questa forma politica dell’integrazione al capitale, il pensiero più in voga sembra quello di vedere uno spiraglio di “azione contro” in una richiesta di ritorno a istituzioni formalmente legate a dimensioni più vicine al popolo o al cittadino a secondo delle diverse sensibilità politiche di chi parla. Un’analisi della crisi che sembra anche avere riscontro nella “coscienza” degli sfruttati! Dopo aver bollato come piccolo borghesi, reazionarie o proto-fasciste quelle manifestazioni che puntualmente in questi anni marcavano un’insofferenza contro le istituzioni attraverso l’uso di simbologie “nazionalpopolari”, una parte degli euroscettici sembra ora vederci i prodromi di una tendenza inarrestabile che bisogna agire “da sinistra”, pena il dover scontare una fatale avanzata delle destre e dei proto/neo/post-fascismi che insidiano le periferie del vecchio continente. Contro questo spauracchio il tema della sovranità, nella sua declinazione politica e monetaria, sembra quindi il mantra da ripetere per ritornare finalmente in connessione con gli sfruttati attirati dalle inquietanti sirene populiste. Una sovranità non escludente ovviamente, ma che resta ciò che è: un’idea di popolo – spesso il suo simulacro elettorale – che si riappropria delle istituzioni utilizzandole per i propri scopi, naturalmente sociali e quindi anti-capitalisti.

    Lo diciamo senza indugi, si tratta di soluzioni che non ci convincono. Non perché esse strizzino l'occhio alle ambiguità del patrimonio ideologico delle destre ma perché, come già indicato prima, in ritardo e subalterne proprio rispetto ai piani del Capitale. In maniera opposta ma speculare alla sinistra neo-liberale ed europeista degli anni ‘80/’90, si prova a piegare su istanze sociali le direttrici secondo cui si sta già ristrutturando la sfera del comando capitalistico per far fronte alla fine di un ciclo di accumulazione. Crediamo che l’elezione di Donald Trump e la Brexit vadano viste innanzitutto come elementi di frattura e discontinuità all’interno del comando capitalista della crisi. Una parte delle élites comincia ormai a vedere come possibile o addirittura auspicabile il ritorno di una parte di sovranità ad istanze nazionali o locali, mentre un’altra, continua a spingere per forme d’integrazione esplicita al capitale globalizzato in quanto tale.

    Decenni di delega del potere politico ad istituzioni sovranazionali sembrano aver fatto dimenticare che non è certo la presunta vicinanza delle istituzioni al cittadino che fornisce una pur minima garanzia che queste facciano i nostri interessi. Quando la sovranità monetaria – tutta relativa già all’epoca – era formalmente negli uffici della Banca d’Italia, questa faceva forse gli interessi degli operai? Oppure, per dirne una, le politiche inflazionistiche erano un’ennesima arma nelle mani dei padroni? Lira o euro poco cambia… Il comando del capitale è un processo scalare che articola dimensioni istituzionali diverse secondo una sua logica propria in cui le propaggini locali, nazionali o sovranazionali giocano un rusolo funzionale e complementare. Il vizietto socialista di pensare che un’istituzione realmente esistente sotto “controllo popolare” possa fare i nostri interessi prende oggi la forma di un sovranismo di sinistra fuori tempo massimo. Il popolo, feticcio astorico e immaginato, diventa soggetto già dato di un cambiamento in marcia che ci farà restare, ancora una volta, col cerino in mano.

     

    Terze vie? L'altra Europa inappropriabile e l'impossibile populismo di sinistra

    Ancora meno convincente ci appaiono le velleità di chi vorrebbe rappresentar(si) come una sorta di terza via tra il sovranismo populista e il globalismo socialiberale. Una politica della prescrizione, condita dai vari “né con… né con”. Diciamo così: con o senza Tsipras, e ancor meno senza, non c'è altra Europa possibile. Lo spazio politico continentale, ciò che dell'Europa si maneggia oggi, è quello delle istituzioni europee. L'evocazione di un'alterità preferiamo lasciarla all'esercizio di qualche “profeta disarmato”. L'alterità profonda, laddove ha condizioni per prodursi, la scorgiamo nel corpo magmatico e in movimento che già ha dichiarato la sua inimicizia a questa Europa, come dato di partenza. Ma anche questo non basta di per sé. D'altra parte il tracollo dell'ennesimo partito socialista, come successo in Olanda, è certo parte di questa inimicizia ma, non accompagnandosi a processi di conflitto e di scontro dispiegato anche tra segmenti interni al proletariato, non riaggiorna le condizioni per nuove pretese possibili su un'Europa differente.

    Se questa opzione sconta dunque un imperdonabile ritardo nel rivendicare un'Europa inappropriabile, altrettanto ritardo sconta, come visto sopra, chi sopravaluta le proprie possibilità nel dettare, politicamente, le tappe della crisi di questa, mettendosi così a rimorchio di un umore di classe ma senza comunicarci e quindi senza dislocarlo e tradurlo in avanti dentro nuovi processi di conflitto. Solo questi potranno definire, dentro più ampie fratture di destrutturazione del quadro politico-istituzionale europeo, ambiti di proposta e obiettivi su cui lottare, i quali, comunque, passeranno per il risalire dal basso e contrastare le gerarchie di governo dell'esistente.

    È ovviamente nello sporco ritorno di una spuria lotta tra l’alto e il basso della società che bisogna individuare il terreno di gioco ma per giocare la nostra partita senza subire mosse che non ci appartengono è ancora una volta un’indicazione di metodo che dovrebbe descrivere il nostro orizzonte politico. Invece che metterci indietro e a sinistra rispetto alla destra sovranista e a una parte delle stesse élite transnazionali, dobbiamo portare la nostra attenzione al processo e agli effetti sui soggetti i quali, come parte proletaria, già passano, seppur passivamente, per le tensioni di sovranismi impossibili e il bisogno spurio di esprimere un'inimicizia al campo di forze che le impoveriscono. La contraddizione, quando c'è e se c'è, non sta solo nella verità di indicare un nemico insopportabile e le sue istituzioni, ma nelle possibilità che risiedono nei comportamenti sociali che lo rendono vulnerabile... se interpretati, contro-organizzati e curvati politicamente. Che cosa ci dice in questo senso lo scetticismo anti-globalista che attraversa larghi strati di classe? Bisogna prima di tutto vederci un cambio di passo quasi antropologico dell’essere proletario contemporaneo. Il corrispettivo soggettivo della fase di finanziarizzazione espansiva degli anni ’80 e ’90 era quello dell’auto-valorizzazione assunta come orizzonte desiderabile, l’auspicabilità del proprio rapporto individualizzato alla vita, al consumo e alla carriera. È attraverso la crisi di questa soggettività che bisogna leggere i comportamenti - per ora solo elettorali - che chiedono un ritorno a una comunità “sensibile”. Una comunità che oggi prende le forme sdrucciolevoli della comunità immaginaria dello Stato nazionale ma di cui bisogna essere capaci di interpretare il non-detto, l'istanza di un ritorno a forme tutela e garanzia che – sappiamo – non esistono se non come frutto di un conflitto e di nuove aggregazioni dentro il corpo sociale. Ancora una volta, non è una questione di scala, non è quindi questione di ricondurre questa comunità immaginata a dimensioni locali o micro-politiche, dove la feticizzazione di identità già date sostituirebbe l'insufficienza delle conquiste sul terreno del conflitto sociale, ma immaginarsi come si costruisce una dimensione collettiva dell’agire politico a partire dei bisogni e delle identità esistenti con la consapevolezza che esse sono, per ora, completamente interne a logiche a noi avverse. Queste non sono quindi che il punto di partenza da scomporre e ricostruire in una negazione dell’esistente e delle sue logiche che non può che passare per l’auto-negazione, quindi il superamento, di quelle stesse identità. È sempre nella lotta sociale che vediamo la possibilità per l’innescarsi di questo processo che porti a cambiare le cose cambiando i soggetti, arricchendoli, spostandone le certezze e squarciandone la “falsa coscienza”. Da qui non si scappa.

     

    Alto, basso, centro:riallacciando i fili con l’autunno

    Ci sono pochi dubbi che questo tornante politico della crisi di cui parlavamo ha avuto in Italia la sua (prima) manifestazione il 4 dicembre nel referendum costituzionale. Al di là della facilità (che meriterebbe una riflessione a parte…) con cui questo evento è stato riassorbito in una logica di governabilità sistemica, resta il dato politico di una certa crisi del governo attraverso riforme regressive presentate come inevitabili. Un elemento di rigidità, un piccolo rifiuto del sacrificio, un’impermeabilità alla propaganda sviluppista si sono manifestati nel NO a Renzi. Quella possibilità l’avevamo intravista e abbiamo quindi pensato fosse cruciale inserirci nell’asfittico discorso referendario per spostarlo, alludendo a una logica di contrapposizione sociale attraverso la contestazione dell’ampio fronte del SI. Renzi e il suo governo, i comitati bastaunSI e lo stesso PD sono stati contestati, sbugiardati, derisi in decine di occasioni rendendo la tranquilla sfilata referendaria una sorta di via crucis terminata nella crocifissione del Bomba il 4 dicembre.

    Non si tratta certo qui di attribuire a una campagna politica effetti che la trascendono ampiamente ma di valorizzare un metodo che ci sembra ricco di potenzialità. La questione di come non accontentarsi delle lotte dal basso, pazientemente costruite nei comitati di quartiere, nelle università, nelle resistenze agli sfratti o alle grandi opere ma di attaccare un piano politico più alto – il cosiddetto tema della verticalizzazione – si è spesso posto nei termini di rappresentazione di queste stesse lotte.

    Ciò che ci sembra importante valorizzare dell’esperienza di questo autunno è stato uno spirito antitetico a questa velleità. Più che in termini di alto e basso, ci sembra fondamentale recuperare la capacità sintonizzarci su una centralità politica che si dà oggi in maniera indipendente da noi. Centralità politica, si badi bene, non per l’agenda della controparte ma per la composizione di classe a cui guardiamo e che rimane troppo spesso estranea ai nostri percorsi di lotta. Centralità politica perché investe umori, insofferenza e tensioni interni ai corpi della bari-centralità politica che costituiscono la stratificazione sociale di questo paese. La scommessa rimane sempre la stessa: come provocare un cortocircuito in un contesto di antagonismo senza conflitto, di nemicità sorda ad ogni attivazione sociale.

    Le due variabili, per ora solo politologiche, che hanno reso il NO del 4 dicembre straripante, esprimendo un’alterità rispetto ai meccanismi di governo, sono quelle del Sud e dei giovani. Su questi due segmenti ci sembra necessario lavorare politicamente nei prossimi mesi, nel tentativo di sottrarre all’indistinzione del popolo la chiarezza delle istanze di classe.

     

    Dal 25 marzo al G7 di Taormina

    Due tematiche senz’altro centrali in questa fase di transizione sono quelle dell’Unione Europea e dei congressi a porte chiuse dei padroni del mondo, le cosiddette élites. Sono due punti di frattura possibili, due obiettivi verso cui esiste un’inimicizia profonda, una chiarezza sul ruolo che essi giocano nel sempre più traballante equilibrio di un sistema percepito come oggettivamente contrapposto agli interessi popolari

    La questione UE è già al centro della silente campagna elettorale. Il vertice UE del 25 marzo a Roma si configura quindi come una possibilità da agire nelle piazze per non essere risucchiati in meccanismi elettorali tutti funzionali alla passività sociale. Non è questione per noi d’inserirsi in uno stantio dibattito tra europeisti e anti-europeisti ma d’indicare la necessità un’attivazione sociale nella contrapposizione. Le istituzioni, nazionali o europee, sono le nostre controparti, non macchine di cui prendere possesso o da sostituire su altre scale della forma-Stato. È solo nel pretendere di più, nel far contare il nostro effettivo peso sociale che possiamo pensare di riprenderci ciò che ci spetta.

    L’Unione europea ha tradito una promessa di un mondo più ricco in possibilità e scambio. È in particolare sui giovani che il costo di questa promessa tradita è stato scaricato. Emigrazione di massa, politiche draconiane sull’impiego, tagli al welfare si stanno riversando con tutta la violenza possibile. Ma è anche il sogno tossico di un’Europa plurale che sta mostrando il suo lato peggiore. La chiusura delle frontiere, i migranti morti in mare per arrivare in Europa e quelli stritolati nei colli di bottiglia dello spazio Schengen sono lì a ricordarcelo. La presenza di queste due composizioni sociali, i giovani e migranti, nel corteo del 25 marzo ci sembra dirimente. Innanzitutto per smontare la narrazione di chi vorrebbe un paese di giovani cosmopoliti ed europesti contrapposto a un'Italia di vecchi rancorosi e anti-UE. C’è invece una generazione ingovernabile che vede nei palazzi, siano essi a Roma o a Bruxelles, il peggio di questo mondo. E poi per sgombrare il campo sul fatto che ogni critica all’UE conterrebbe in nuce un’ambigua allusione al precedente nazionalismo esclusivo. Sarà la presenza in piazza di migliaia di giovani e migranti, con i loro corpi e le loro voci, a qualificare quella giornata.

    A maggio, i potenti della terra si riuniranno invece a Taormina. Un’invasione coloniale dell’internazionale del Capitale, il commissariamento di un’isola che già subisce ogni giorno una desertificazione e un impoverimento sapientemente intrattenute dallo stato italiano. È contro questa espropriazione dei territori che un Sud che vogliono passivo e sottomesso ha deciso di alzare la testa. Un Sud che ha già mostrato con orgoglio, l’11 marzo a Napoli, che non è pronto a lasciarsi marciare sulla testa da politicanti da strapazzo.


    Ancora sul 25 marzo e sul dibattito UE/anti-UE

    La giornata del 25 marzo vive già di un livello di realtà su cui una trama di attori politici e sociali viene organizzata. Non c'è scampo e i rapporti di forza su cui si produce la comunicazione politica ci costringono alla semplificazione di uno scontro tra europeisti e anti-euro. Sarà questa la tensione fondamentale; non quella che scegliamo come campo di contesa ma quella su cui già si schierano e vengono schierate le stesse soggettività sociali a più intensità coinvolte nel più complessivo passaggio dello scontro sulla ristrutturazione del campo politico e finanziario europeo, dei suoi confini, del suo centro e delle sue periferie. Di questo progetto discuteranno al Campidoglio e al Quirinale il 25 marzo i capi di Stato europei; sul tradimento di questo progetto si schiereranno le dimensioni subalterne in esso coinvolte. È questa una semplificazione subita, ma è quella su cui uno scontro si determina. La sua verità sta nel fatto che la contesa si determinerà su questa semplificazione, la mistificazione nel non padroneggiarne i destini. Eppure nel conflitto e nell'irriducibilità al modello d'Europa del summit di Roma si apre una possibilità; si apre innanzitutto per squarciare questa polarità e secondariamente per fare avanzare una traiettoria differente.

    Non abbiamo dubbi. Si parte dal campo dell'ostilità: siamo contro quest'Unione Europea. La sua irriformabilità, come detto, è manifesta dal tornante politico successivo all'OXI greco.

    Non abbiamo ambiguità. Il campo della contrarietà alla UE è affollato, popolato anche dagli urlatori fascisti ben comodi però sugli scranni di Strasburgo. Ma è su questo terreno che il risentimento può curvarsi in riscatto per non infettare dimensioni sociali più ampie, incancrenendole verso nuovi confini, nuovi fascismi e impossibili salti all'indietro. Non ci sono sconti e, bisogna saperlo, la partita non è chiusa, anzi forse è solo agli inizi. Per ora c'è una grammatica antieuropeista che parla per un popolo tradito, ma non parla del tradimento e non ne stimola lo sviluppo in ostilità, incompatibilità e riscossa. Serve andare oltre le parole e i proclami, serve contrapporsi. È questa la dimensione di incompatibilità esplicita con l'antieuropeismo con le spalle al futuro, sventolato a oggi dalle destre come bandiera di un consenso facile ma normalizzato perché fondamentalmente riassorbito nella rappresentazione di un fuori impossibile e già governato. Per attitudine e sguardo militante cerchiamo di vedere nelle pieghe della realtà i suoi sviluppi. C'è un'universo complesso in cerca di parole sua proprie. Servono nuovi gesti per riaprire la bocca e costruire il nostro racconto.