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Sabato 28 Dicembre 2013 15:30

#9D: Frammenti di futuro In primo piano

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    _a cura di Infoaut torino_

     

    Fascisti camuffati, piccolo-borghesi incattiviti, qualunquisti con l'acqua alla gola, eversivi prezzolati, evasori traditi, passioni tristi ed egoismi di corto respiro... La “sinistra” ha mostrato di avere la propria bella lettura preconfezionata e lineare di un fenomeno che a noi è invece apparso ben più corposo e articolato.

    Il grande malinteso su cui si è imbastito in Rete un dibattito zeppo di preconcetti è consistito nel voler forzatamente vedere una piazza omogenea nelle presenze e nelle forme che ha assunto, laddove pullulavano invece grumi di aggregazione che procedevano per appartenenze professionali, affinità amicali e vissuti di quartiere. L’errore più grande è stato quello di voler schiacciare un’eterogeneità di soggetti sulla dimensione organizzativa originaria del “coordinamento 9 dicembre”. Si è voluto vedere un soggetto politico definito laddove c'era invece un'insorgenza sociale ancorché non di massa o con le medesime caratteristiche a scala nazionale.

    Un secondo errore è consistito nell'ostinato rifiuto di andare a vedere di persona, accontentandosi perlopiù delle rappresentazioni fornite dal media mainstream. Qui a Torino, l'atteggiamento di tanti uomini e donne di sinistra si è limitato alla formulazione di un giudizio secco e inappellabile, non suffragato spesso da nessuna testimonianza diretta. Chi è andato a gettare un’occhiata e a scambiare quattro chiacchiere, ha tendenzialmente visto e sentito qualcosa di diverso, o perlomeno di più contraddittorio. Per molti/e è bastato invece lo sventolio di qualche bandiera tricolore per tenersi igienicamente alla larga: “li ho visti da lontano e non mi sono piaciuti”.

    Primo appunto sulle critiche mosseci: in pochi hanno osservato la precauzione che avevamo avanzato nei giorni precedenti le mobilitazioni, quando precisammo che le nostre osservazioni si riferivano allo specifico torinese (non è allora un caso se qui la quasi totalità delle forze antagoniste e autorganizzate abbiano espresso, nella varietà di sfumature e gradi, una lettura sostanzialmente convergente del fenomeno, senza mancare di coglierne le ambiguità di fondo). A saperla guardare, Torino ha mostrato in quei giorni le proprie viscere, quelle di una città che non è più quella dell'operaio-massa della Fiat ma che nemmeno può riassumersi nella proiezione luminosa della Smart City, soprattutto dopo che l'indebitamento olimpico e in derivati ereditato dall’amministrazione Chiamparino ha lasciato dietro di sé un cumulo di macerie.

    E però, se qui ci soffermeremo soprattutto a ripercorrere le giornate torinesi, non crediamo ci si possa accontentare di una lettura calibrata su una riduttiva scala locale, parlando magari di “anomalia torinese”. Non solo perché frammenti di quel che abbiamo visto qui, li abbiamo ritrovati anche in alcune cronache e riflessioni di alcuni compagn* di Rho (9/10/11 Dicembre: contraddizioni e composizione viste da dentro), nel reportage di un compagno ligure (#9dicembre, blocco totale di Imperia) ma anche in un articolo per Il Manifesto di Luca Fazio su Milano (il Cortocircuito di Piazzale Loreto). Una studentessa fuori sede di Monfalcone (provincia di Trieste) riportava che ai blocchi avrebbero partecipato numerosi operai rimasti disoccupati e non pochi immigrati. Descrizioni che collimano in parte con quanto scritto da altri compagn* di Bergamo (Due settimane tra i “forconi”. Uno sguardo “a freddo”). Si dovrebbe allora avanzare un’ipotesi interpretativa valida almeno per il nord-ovest, dove la crisi sta pesando più che altrove, nel venir meno della città-fabbrica e del suo sistema di governo/amministrazione del territorio.

    Ma c’è qualcosa di più profondo. Sul Sole24Ore, Aldo Bonomi ha parlato di “uno strano conflitto. Senza luoghi idealtipici, la fabbrica, il quartiere, senza un mestiere, una professione, una classe egemone. Senza rappresentanze codificate e riconosciute. Molecolare, diffuso […] ad alta intensità interrogante per la crisi della politica e della rappresentanza. Sono i forconi. Io li definisco il popolo dei “non più”. Che non ce la fa più”[1]. E una trentina di anni fa, un insospettabile come André Gorz (in un libro[2] che nonostante il titolo era, a ben vedere, una dichiarazione d'amore per la classe operaia) parlava delle insorgenze a venire come opera della “non-classe dei non-lavoratori”. Non pretendiamo di far aderire il pulviscolo del 9 dicembre a questa raffigurazione ma certo di non-lavoro, come altra faccia della “crisi” del lavoro salariato, e “superfluità umana” (per il Capitale) in queste proteste – soprattutto a Torino – ce n'è stata tanta.


    La tesi di fondo che qui avanziamo è che sul condensato organizzativo originario del 9D si sia innestata questa dimensione metropolitana profonda che ha sopravanzato le istanze, i contenuti e le forme di protesta elaborate in partenza (il “codice di comportamento”), mettendo in campo altre aspettative (grazie anche al circolarità tra social network e passa parola di quartiere), differenti modalità di partecipazione e una radicalità imprevista. Dopo anni di inutili scioperi generali - anche degli stessi sindacati di base, incapaci di concepire altre forme che non siano quelle della sfilata inconcludente o del presidio lamentoso sotto il Comune -  abbiamo assistito a un blocco effettivo della città e a un'inedita capacità di far paura a chi la governa. Lo “sciopero”, per quanto anomalo e agito da soggetti non conformi alla rappresentazione classica della classe lavoratrice, ha prodotto una massiccia astensione dal lavoro del corpo sociale di riferimento, attuando al contempo un blocco dei flussi di trasporto umano e di circolazione delle merci, e uno scontro di piazza sotto le sedi istituzionali. Si sono quindi agiti tre differenti livelli di quello che potrebbe domani configurarsi come sciopero metropolitano. Al tempo stesso, sono emersi contenuti politici ineludibili anche per una risposta antagonista alla crisi.
    L’incapacità della sinistra di cogliere il contenuto duro di questa inedita forma di lotta di classe – significative differenze di reddito e collocazione produttiva convivono dentro una sostanziale omogeneità culturale dettata dai mondi delle periferie – ha legittimato una lettura confortante e ipostatizzata. Con molto snobismo si è arrivati a stigmatizzare tutti i soggetti presenti nelle iniziative di protesta, liquidandoli con una lettura pregiudiziale. Si è così potuto assistere all’agire conservativo di una sinistra che, di fronte all’irruenza di tanti working poors, ha preferito difendere le istituzioni e gli assetti di potere esistenti o le vecchie lenti, rischiando di regalare alla destra la rappresentanza degli interessi di chi sta pagando la crisi. Significativo, a questo proposito, quanto osservato da un compagno che ha incrociato uno dei tanti cortei che hanno attraversato il centro cittadino tra lunedì e mercoledì:

    «Un corteo numeroso di giovani della periferia con una striscione tricolore. Da alcune finestre di via Po un paio di abitanti hanno cominciato a lanciare bottiglie o secchiate d'acqua gridando “fascisti!” (Le parole sono un po' nascoste dal trambusto). Dal corteo sono partiti insulti: “stronzo”, “pezzo di merda; qualcuno è andato a suonare insistentemente il citofono del palazzo. Una ragazza che avevo conosciuto la mattina (ex-lavoratrice di Eataly) mi dice “Sai perché ci tirano le cose? Perché quelli sono ricchi, non stanno male come noi. E hanno paura che se facciamo cadere il governo anche loro vadano dal culo. Perché il governo aiuta solo i ricchi». (J.)

    Comunque, tra le tante critiche che hanno fatto seguito ai nostri contributi “a caldo” (tralasciamo le strumentalizzazioni volute e i rancori mal sopiti) alcune obiezioni ci sono sembrate degne di nota:

    1- Va bene la curiosità ma in fondo c'è poco d'interessante da scorgere, dal momento che mancano “i nostri” soggetti di riferimento (identificati nel solo lavoro salariato dipendente).
    2- Non ci si può accontentare di sguazzare in un sociale “neutro” e non veder che c'è dietro un disegno politico chiaro e individuabile.
    Da queste consegue l’osservazione critica principale:
    3- Quel che sta avvenendo è un primo consolidarsi di un blocco sociale di destra incardinato su rivolta anti-tasse, nazionalismo, anti-europeismo.

    Questo contributo – scritto per necessità di approfondimento collettivo oltreché restituzione pubblica di un dibattito interno – crediamo possa servire a dipanare alcune delle questioni sopra riportate. Per chi non si accontenta e ha voglia di capire, accettando e concedendoci(si) almeno il beneficio del dubbio, offriamo queste pagine, senza la pretesa di dire l'ultima parola su un fenomeno tanto spurio e contraddittorio, ma ostinati nel sottolineare i nodi di fondo che questa sollevazione “anomala” ha messo sul tavolo. Esse sono il frutto di un confronto collettivo, un piccolo tentativo di inchiesta dentro un corpo sociale che per qualche giorno ha turbato il normale funzionamento della nostra città.
    Essendo anche un collage di interviste e impressioni a caldo il testo avrà un carattere difforme ed eterogeneo. Soprattutto nella prima parte, cercheremo di riportare una molteplicità di sguardi sulle forme e la composizione della protesta. Si cercherà di rispondere a queste domande: Cosa è successo? Chi c’era?
    Nella parti successive e nelle conclusioni, ci s’interroga su quanto sta sotto la dimensione esplicita, ipotizzando sviluppi possibili. Le domande si fanno più difficili: cosa c’è dietro? Quanto avvenuto a Torino è stato anticipazione di qualcosa? E soprattutto, è finita qui?
    Nella discussione che ha accompagnato la stesura del testo, dopo la partecipazione alle giornate di protesta, restano sul fondo domande meno visibili ma più urgenti: Come si contende un territorio politicamente non ancora connotato a fascisti e soggetti reazionari? Con l'aggravarsi della crisi, scenari simili si ripeteranno in Italia? Come prepararci? E soprattutto, qual è il nostro ruolo di militanti?

     


    [1] Aldo Bonomi, I forconi metafora di un popolo creato dalla crisi sociale, in «Il Sole 24 Ore», 22-12-2013

    [2] André Gorz, Addio al proletariato. Oltre il socialismo, Edizioni Lavoro, 1982

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    essendo molto lungo, abbiamo impaginato il contributo in un allegato pdf (scaricabile qui)

    altrimenti lo si può leggere per capitoli successivi:

     

    1 TORINO, FISIONOMIA DI UNA RIVOLTA

    2 – QUALE POLITICITÀ INTRINSECA?

    3 COSA (NON CHI) CI STA DIETRO

    4 CONTENUTI DELLA PROTESTA E NODI POLITICI

    5 PROVVISORIE CONCLUSIONI

     

    (un ultimo contributo che uscirà nei prossimi giorni analizzerà la cronaca della protesta e i il variare dei toni nella produzione mediatica mainstream)