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abitarenellacrisi

Lunedì 25 Febbraio 2013 20:32

Commento a caldo tra le elezioni di oggi e l'ingovernabilità di domani In primo piano

  • parlamentoMentre si aggiustano con gli ultimi scrutini i dati quasi definitivi delle elezioni politiche 2013 possiamo iniziare a fare i conti con i nodi politici più importanti, dal punto di vista antagonista, del risultato elettorale. L'astensione conquista i comportamenti del 7% in più di aventi diritto rispetto alla scorsa tornata elettorale, coinvolgendo soprattutto quella fascia giovanile che da protagonista o da osservatrice ha vissuto la stagione politica segnata dal “que se vayan todos” del movimento contro la riforma Gelmini e la crisi.

    Ad essere duramente puniti sono i partiti pro-austerità, sia nella versione più radicale, interpretata dalla coalizione di Mario Monti e la sua “Scelta Civica”, che nella versione apparentemente più temperata, di PD-Sel. Entrambi hanno giocato la campagna elettorale proponendo il nesso sacrifici-Unione Europea-crescita come unica soluzione per risolvere la crisi e mantenere pulita l'immagine del paese nel contesto internazionale. Una proposta squalificata da una buona parte della base elettorale del centro-sinistra, poco incline a fidarsi in questa occasione dei timidissimi richiami alla tutela dei diritti sociali residuali, e disposta a riconoscere negli slogan anti-crisi del Movimento 5 Stelle una chiave di volta per difendere il proprio tenore di vita dagli attacchi dei governi delle banche.

    Il centro-destra che per tutta la campagna elettorale veniva dato come il grande sconfitto mantiene quasi immutato il quadro dell'elettorato di riferimento, perdendo molte quote di consenso solo nell'ipotesi leghista. Anche il voto a Berlusconi è stato un voto contro l'austerità. Una preferenza certamente reazionaria che rivendica a fronte della crisi la cultura dell'egoismo più sfrenato e il primato dell'individualismo proprietario, puntando il dito contro l'Europa della Merkel, l'Europa dell'austerità. Ma il grande segno di rifiuto della classe dirigente nazionale e delle spending review alla Monti, viene dall'impressionante successo del Movimento 5 Stelle, che consolida la sua base, sbranando quelli che un tempo erano gli elettori del centro sinistra e della sinistra così detta alternativa. Astensione, consenso al PDL, e successo del Movimento 5 Stelle ci parlano di una profonda ostilità alle misure lacrime e sangue, e ai diktat delle istituzioni internazionali della crisi. Si tratta di un'ostilità ancora acerba, attraversata da forti contraddizioni, tonalità contrastanti, e grandi limiti, e che in questa occasione si è tradotta in una prima prova di destabilizzazione del sistema dei partiti e del quadro istituzionale. Tutte le forze politiche che hanno proposto il binomio sacrifici-crescita, sia nella versione dell'alternativa di sinistra, che nella continuità con i tecnici sembrano essere state sconfitte e impossibilitate a governare. Come nelle elezioni in Grecia, anche in Italia voto e astensionismo hanno dichiarato un no all'Europa dei banchieri e dell'austerity.

    Mentre il Pd e Sel si asciugano il sudore freddo sulla fronte per la sonora sconfitta, iniziano a farsi avanti le più disparate proposte per risolvere la crisi post-elezioni, e quale che sia il compromesso che il centro-sinistra accetterà dopo la batosta, è probabile che una nuovo ritorno alle urne (anche con i tempi di un governo che dovrebbe incaricarsi di fare una legge elettorale) sia all'orizzonte. In questo spazio di crisi deve essere colta una nuova opportunità per i movimenti antagonisti, tra lo sforzo di cogliere la direzione per una critica pratica della rappresentanza liberal-democratica, e la capacità di andare oltre l'allusione e consolidare prime forme di contro-potere.

    Le reazioni scomposte di tutto il ceto classico della politica italiana, le sonore risate delle truppe grilline, e l'astensione al voto ci parlano di un nuovo livello di crisi che si profila nel profondo delle istituzioni. I movimenti non possono fare altro che mutare il segno dell'ingovernabilità nello spazio e nel tempo nell'iniziativa antagonista.

    Una nota tra i frame della campagna elettorale:

    Andando a riguardare i dati e le strategie della campagna elettorale con i voti ottenuti, possiamo notare che chi ha saputo incidere maggiormente sui temi ha guadagnato di più. I temi più discussi sui media (tv, giornali e web) di questa campagna elettorale sono stati in una primissima fase il caso "Servizio Pubblico", poi il caso "Monte dei Paschi" e infine il caso "IMU". In generale il fenomeno "Grillo" ha poi attraversato tutta la campagna. Bersani, ha come al suo solito ha giocato di rimessa, credendosi avanti nei sondaggi e non avendo proposte politiche chiare su questioni centrali come le politiche economiche, si è fatto schiacciare dagli eventi soprattutto quello del Monte dei Paschi. Berlusconi era nella posizione di dover rimobilitare i vecchi elettori e conoscendo bene la sua base elettorale e i suoi modi di attivazione e le tematiche su cui andare ad incidere è riuscito ad interpretare al meglio le strategie che aveva a disposizione. Ha messo come sempre al centro della sua campagna la televisione, come mezzo di comunicazione prediletto, ed è riuscito ad attirare le attenzioni su di lui muovendosi da Balotelli all'IMU. Un caso emblematico le polemiche seguite alle provocazioni di Berlusconi sull’operato di Mussolini, nel Giorno della Memoria, hanno portato il PdL al centro delle prime pagine. Monti che a differenza di Berlusconi era nella posizione di mobilitare nuovi elettori, non è riuscito a farlo, se non attirando a se quel suo ceto medio alto che è riuscito per posizioni di rendita ottenute nel passato a non sprofondare con la crisi di questi anni. In tutto questo la vera capacità di Grillo, di cui per altro abbiamo parlato ampiamente anche in altri articoli, è stata quella di non far creare intorno a se un frame negativo che lo potesse penalizzare.

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