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Venerdì 11 Settembre 2015 14:33

Crash tutto cinese? In primo piano

  • China-Meltdown-620x461di Raffaele Sciortino

     

    Difficile ad oggi prevedere se il crollo della borsa cinese, che ha trascinato con sé le correzioni delle borse mondiali, sia l’innesco di una precipitazione della crisi globale dopo la pausa, economica in realtà più che geopolitica, degli ultimi due, tre anni. In ogni caso ne rappresenta un passaggio di fase: non solo la Cina sempre meno può, e vuole, fare da volano per un Occidente in prolungata stagnazione, ma si approssima un secco redde rationem sui circuiti di debito globali. Detto in altro modo: tende ad alzarsi il livello dello scontro sullo scarico dei costi della crisi a partire dagli scricchiolii del disequilibrio bilanciato1 Usa/Cina perno finora della globalizzazione.

    Presentiamo di seguito alcune provvisorie ipotesi di lettura e inquadramento degli sviluppi in corso tentando innanzitutto una lettura non scissa tra dimensione “interna” cinese ed “esterna”. Tutto all’opposto della narrazione, di netto segno politico, che va imponendosi in Occidente dove -dopo anni di idiozie giornalistiche sullo scontato “sorpasso” del Dragone ai danni degli Usa- come d’incanto si riscoprono ora i nodi irrisolti dello sviluppo capitalistico cinese (!) per ingiungere a Pechino i compiti da svolgere pena la messa a rischio dell’economia mondiale.

    Primo. La svalutazione agostana dello yuan secondo la narrazione corrente sarebbe stata la risposta al rallentamento dell’economia cinese che ha “naturalmente” innescato il crollo di borsa. Risposta “disperata” (addirittura!), comunque “scorretta” (come se gli stati occidentali in questi anni non avessero socializzato le immani perdite dei mercati…). In realtà, oltreché modesta in rapporto alla guerra valutaria da tempo in corso a scala globale, per Pechino essa doveva rappresentare un primo passo nel percorso di internazionalizzazione della moneta attraverso un più ampio margine di fluttuazione, del resto in ottemperanza alle richieste del Fondo Monetario. Che non si sia trattato, almeno principalmente, di svalutazione competitiva lo attesta anche la vendita nell’ultimo mese di notevoli quantità di buoni del tesoro statunitensi da pare delle autorità monetarie di Pechino proprio al fine di evitare un’eccessiva volatilità al ribasso della valuta cinese.

    Secondo. La reazione dei “mercati” è risultata inattesa per Pechino, almeno nelle proporzioni. Ora, nella stampa di qui si insiste quasi esclusivamente sui milioni di piccoli risparmiatori prima allettati a investire in borsa, previo indebitamento (margin debt), e poi “ingannati” dal Partito-Stato che li ha lasciati al loro destino di polli spennati. Come se le sorti delle borse fossero dettate dalle mosse dei piccoli! Stretto silenzio, guarda caso, sulle fonti di finanziamento della bolla se non per puntare il dito contro lo shadow banking cinese (e solo cinese), neanche una parola sul meccanismo del carry trade con cui la speculazione internazionale giocando sui differenziali dei tassi internazionali sembra proprio abbia riversato montagne di liquidità sul mercato finanziario cinese. Comunque sia, la stampa finanziaria scrive ora di una vera fuga di capitali dai mercati cinesi e in generale dei cosiddetti paesi emergenti. Capitali di chi?

    Terzo. Ciò non significa ovviamente che la bolla sia una creazione “esterna” (dov’è il fuori nella globalizzazione?). Ma, appunto, non solo la finanziarizzazione dell’economia risponde in generale a ben tracciabili linee di integrazione del capitalismo cinese nel mercato globale. Di più, la formazione di bolle speculative è stato uno dei prodotti della crisi esplosa nel 2008 cui Pechino ha risposto con il più ingente programma di stimoli pubblici in assoluto: investimenti infrastrutturali in primis, interni e verso Brics e paesi arretrati, e immobiliari, oltreché con una politica accondiscendente verso le rivendicazioni salariali dal basso. Il tutto per controbilanciare in prima battuta l’impulso recessivo proveniente dall’epicentro occidentale della crisi globale e tenere in piedi il chain gang con gli Stati Uniti in vista, però, di un riorientamento complessivo del proprio sviluppo. Al di là dei fattori legati agli equilibri interni tra industrie statali e private e tra i differenti interessi borghesi rappresentati nel partito unico con il risultato di sovvenzionamenti pubblici ad una pletora di investimenti non remunerativi e di una spinta all’arricchitevi in borsa, resta che è stata l’assenza di una ripresa mondiale effettiva -in termini di profitti e investimenti prima che di domanda- a far emergere la sovracapacità e sovraproduzione dell’economia cinese che si ritrova così con un livello di indebitamento lì mai visto. Di qui, versione in salsa locale di un trend mondiale, il rigonfiamento delle bolle, con quella immobiliare poi in parte incanalata dall’azione statale verso le borse proprio ad evitare l’esplosione. Che quest’ultima sia scoppiata è ora un segnale inquietante per Pechino.

    Quarto. Si diceva dell’intenzione cinese di riorientamento complessivo dello sviluppo che va sotto l’etichetta di riforme. Qui da noi banalizzate a semplice ribilanciamento a favore dei consumi interni di un nuovo, sconfinato ceto medio e per le gioie dei suoi rifornitori occidentali, in realtà si tratta di qualcosa di molto più complesso e, al fondo, scardinante per i dis/equilibri globali, economici geopolitici e di classe. È il vero banco di prova della dirigenza cinese, che fa del Dragone potenzialmente l’anello debole (cum grano salis) della catena capitalistica mondiale. Sia perché il capitalismo cinese nella necessità di tentare il salto ad uno sviluppo -concetto un tantino differente dal mantra occidentale della crescita- meno “squilibrato” e meno dipendente dal dollaro non potrà che scontrarsi con gli Stati Uniti, su tutti i piani. Sia perché l’insieme dei rapporti di classe interni che fin qui hanno caratterizzato il corso post-denghista ne verrebbe riconfigurato (la lotta alla corruzione ne è oggi il risvolto nel quadro dei rapporti di potere). Comunque sia, decisivo sarà il buon esito della proiezione internazionale del capitale cinese con la strategia delle nuove vie della seta, del consolidamento dei legami coi Brics e dei nuovi strumenti finanziari indipendenti da Fmi e Bm, e della parziale dedollarizzazione degli interscambi commerciali. Così come, sul piano interno, la riuscita della nuova fase di urbanizzazione -qui si inserisce l’estensione dell’hukou, il permesso di residenza cui sono legati diritti e prestazioni welfaristiche, ai lavoratori migranti- atta a modernizzare il mercato interno e l’agricoltura, essenziale anche per far rientrare almeno parte della capacità immobiliare oggi in eccesso. È evidente che una serie di rovesci come quelli in corso sulla borsa cinese, oggi ancora contenibili, metterebbero in discussione il nuovo corso anche scuotendo la fiducia e il consenso verso il partito unico, che da agente del capitale complessivo ne rappresenta la sola garanzia di successo.

    Quinto. Date queste condizioni complessive la bolla doveva prima o poi scoppiare in relazione al rallentamento dell’economia “reale”. Le autorità di Pechino ovviamente avrebbero desiderato un processo ordinato e graduale. La svalutazione dello yuan con un primo sganciamento dallo stretto legame col dollaro in effetti doveva servire anche a bloccare o attutire il fenomeno del carry trade e della bolla di borsa. Così non è stato. Ora, non è detto che la scelta della dirigenza intorno a Xi, al di là dei delicati giochi tra fazioni che traspaiono dalle oscillanti risposte delle autorità monetarie e sempre che la situazione non precipiti, non sia anche quella di lasciare sgonfiare la bolla senza massicci salvataggi all’occidentale, anche a costo di lasciare un bel po’ di feriti sul campo, a monito del fronte interno come di quello esterno. Tanto più in vista del cambio di rotta nella politica dei tassi della Federal Reserve statunitense: visti i livelli di indebitamento non è salutare arrivarci con bolle in crescita. Saranno, in questo caso, proprio i cosiddetti liberali, cui la stampa occidentale dà così tanta tribuna, a dover spiegare come mai il mercato (anonimo?) gioca questi brutti scherzi: qualcuno inizierà a chiedersi se non siano gli americani a gonfiare le bolle per poi al momento giusto farle scoppiare. Ma va detto a questo proposito che le analisi relative agli equilibri politici interni nei termini di una contrapposizione tra liberal e conservatori sono per lo meno semplicistiche.

    Sesto. La bolla cinese dunque non si è né gonfiata né sgonfiata per sole dinamiche “interne”. Come che sia, le scivolate delle borse occidentali è plausibile abbiano a che fare non solo con le news dalla Cina ma, al di là del fattore di innesco, anche con le assai incerte prospettive della “ripresa” (?!) in Occidente: stagnazione, calo degli investimenti, spinte deflattive, e questo nonostante anni di massicci Quantitative Easing in salsa yankee, nipponica e da qualche mese anche europea. In questo quadro si inserisce poi il punto di domanda sulle prossime mosse della Federal Reserve, che è fin qui stata il centro effettivo della governance globale nella crisi: inizierà ad alzare per quanto moderatamente i tassi? Se sarà così, come pare, le motivazioni reali dietro la patina di quelle ufficiali vanno ricondotte al timore dell’ingestibilità dell’enorme bolla finanziaria creatasi a seguito delle immissioni di liquidità di questi anni nonché al rischio di trovarsi senza munizioni in caso di mancata ripresa. Inizia però forse a delinearsi anche una diversa strategia di gestione della crisi mirata a richiamare capitali negli States dai paesi emergenti e dalla Cina su cui di contro scaricare il deleveraging, la distruzione di capitale fittizio gonfiatosi a dismisura negli anni della crisi2. Certo, a differenza del Volcker shock del ’79 la situazione è più intricata, forte è il rischio di forte impatto negativo anche sulla finanza occidentale mentre se è vero che l’arrivo di capitali migliorerebbe all’immediato la situazione degli Stati Uniti ciò non farebbe venir meno le politiche deflattive sui salari e il declino della middle class.

    Insomma, alzare il tiro da parte statunitense nei confronti di Pechino non solo rischierebbe di rompere gli attuali fragili equilibri ma potrebbe evocare in Oriente scene da lotte di classe dalle ripercussioni mondiali. I livelli di integrazione dell'economia globale sono straordinariamente elevati e la direzione dell’ intero groviglio va facendosi sempre più complicato.3 Con Washington al comando la globalizzazione rischia di incasinarsi profondamente, senza Washington di degenerare nel caos sistemico. Ma il prezzo da pagare all’egemone-predatore è sempre più pesante. Se ne sta accorgendo anche l’Europa, in particolare la Germania, dalla vicenda ucraina alla destabilizzazione medio-orientale con annesso il ricatto di scatenare un flusso inarrestabile di profughi dai paesi che proprio gli Stati Uniti hanno destrutturato e ora mantengono non casualmente nel caos. Si tratta certo di successi per Washington -come l’aver tratto dalla propria parte una riottosa Berlino bloccandone per il momento la proiezione verso Oriente, o l’aver quasi neutralizzato l’Iran sottraendolo all’abbraccio cinese- comunque non decisivi tanto più se la rotta di collisione con Pechino dovesse consolidarsi o accelerare.

    Per finire. Come rientra in tutto questo la lotta di classe? È il lato da indagare. In Cina dove l’attivizzazione proletaria diffusa ancorchè frammentata non ha mai cessato di essere, come indica l’aumento dei salari di questi anni. Ma anche registrando fuori di lì un’impasse pressoché generale ad oggi dopo i promettenti segnali lanciati dal 2011, dalla primavera araba al ciclo Occupy, dalle lotte in Brasile alla Grecia. Questioni complesse, sia prese a sé, ancor più se viste nell’insieme. Forse è il momento, se davvero si delinea all’orizzonte il secondo tempo della crisi globale, di provare un bilancio non retorico in vista di un secondo tempo, si spera più fruttuoso, anche delle lotte.

    __________________

     

    NOTE

    1 Così Varoufakis nel suo Il Minotauro Globale in una prospettiva neokeynesista. Per una lettura basata sul concetto marxiano di capitale fittizio v. http://www.infoaut.org/index.php/blog/global-crisis/item/7982-crisi-globale-capitale-fittizio.

    3 V. Fascinazioni multipolariste e geopolitica delle lotte in http://www.commonware.org/images/PDF/crisi-composizione.pdf.

    Crash tutto cinese?
    raffaele sciortino
    Difficile ad oggi prevedere se il crollo della borsa cinese, che ha trascinato con sé le correzioni delle borse mondiali, sia l’innesco di una precipitazione della crisi globale dopo la pausa, economica in realtà più che geopolitica, degli ultimi due, tre anni. In ogni caso ne rappresenta un passaggio di fase: non solo la Cina sempre meno può, e vuole, fare da volano per un Occidente in prolungata stagnazione, ma si approssima un secco redde rationem sui circuiti di debito globali. Detto in altro modo: tende ad alzarsi il livello dello scontro sullo scarico dei costi della crisi a partire dagli scricchiolii del disequilibrio bilanciato1 Usa/Cina perno finora della globalizzazione.
    Presentiamo di seguito alcune provvisorie ipotesi di lettura e inquadramento degli sviluppi in corso tentando innanzitutto una lettura non scissa tra dimensione “interna” cinese ed “esterna”. Tutto all’opposto della narrazione, di netto segno politico, che va imponendosi in Occidente dove -dopo anni di idiozie giornalistiche sullo scontato “sorpasso” del Dragone ai danni degli Usa- come d’incanto si riscoprono ora i nodi irrisolti dello sviluppo capitalistico cinese (!) per ingiungere a Pechino i compiti da svolgere pena la messa a rischio dell’economia mondiale.
    Primo. La svalutazione agostana dello yuan secondo la narrazione corrente sarebbe stata la risposta al rallentamento dell’economia cinese che ha “naturalmente” innescato il crollo di borsa. Risposta “disperata” (addirittura!), comunque “scorretta” (come se gli stati occidentali in questi anni non avessero socializzato le immani perdite dei mercati…). In realtà, oltreché modesta in rapporto alla guerra valutaria da tempo in corso a scala globale, per Pechino essa doveva rappresentare un primo passo nel percorso di internazionalizzazione della moneta attraverso un più ampio margine di fluttuazione, del resto in ottemperanza alle richieste del Fondo Monetario. Che non si sia trattato, almeno principalmente, di svalutazione competitiva lo attesta anche la vendita nell’ultimo mese di notevoli quantità di buoni del tesoro statunitensi da pare delle autorità monetarie di Pechino proprio al fine di evitare un’eccessiva volatilità al ribasso della valuta cinese.
    Secondo. La reazione dei “mercati” è risultata inattesa per Pechino, almeno nelle proporzioni. Ora, nella stampa di qui si insiste quasi esclusivamente sui milioni di piccoli risparmiatori prima allettati a investire in borsa, previo indebitamento (margin debt), e poi “ingannati” dal Partito-Stato che li ha lasciati al loro destino di polli spennati. Come se le sorti delle borse fossero dettate dalle mosse dei piccoli! Stretto silenzio, guarda caso, sulle fonti di finanziamento della bolla se non per puntare il dito contro lo shadow banking cinese (e solo cinese), neanche una parola sul meccanismo del carry trade con cui la speculazione internazionale giocando sui differenziali dei tassi internazionali sembra proprio abbia riversato montagne di liquidità sul mercato finanziario cinese. Comunque sia, la stampa finanziaria scrive ora di una vera fuga di capitali dai mercati cinesi e in generale dei cosiddetti paesi emergenti. Capitali di chi?
    Terzo. Ciò non significa ovviamente che la bolla sia una creazione “esterna” (dov’è il fuori nella globalizzazione?). Ma, appunto, non solo la finanziarizzazione dell’economia risponde in generale a ben tracciabili linee di integrazione del capitalismo cinese nel mercato globale. Di più, la formazione di bolle speculative è stato uno dei prodotti della crisi esplosa nel 2008 cui Pechino ha risposto con il più ingente programma di stimoli pubblici in assoluto: investimenti infrastrutturali in primis, interni e verso Brics e paesi arretrati, e immobiliari, oltreché con una politica accondiscendente verso le rivendicazioni salariali dal basso. Il tutto per controbilanciare in prima battuta l’impulso recessivo proveniente dall’epicentro occidentale della crisi globale e tenere in piedi il chain gang con gli Stati Uniti in vista, però, di un riorientamento complessivo del proprio sviluppo. Al di là dei fattori legati agli equilibri interni tra industrie statali e private e tra i differenti interessi borghesi rappresentati nel partito unico con il risultato di sovvenzionamenti pubblici ad una pletora di investimenti non remunerativi e di una spinta all’arricchitevi in borsa, resta che è stata l’assenza di una ripresa mondiale effettiva -in termini di profitti e investimenti prima che di domanda- a far emergere la sovracapacità e sovraproduzione dell’economia cinese che si ritrova così con un livello di indebitamento lì mai visto. Di qui, versione in salsa locale di un trend mondiale, il rigonfiamento delle bolle, con quella immobiliare poi in parte incanalata dall’azione statale verso le borse proprio ad evitare l’esplosione. Che quest’ultima sia scoppiata è ora un segnale inquietante per Pechino.
    Quarto. Si diceva dell’intenzione cinese di riorientamento complessivo dello sviluppo che va sotto l’etichetta di riforme. Qui da noi banalizzate a semplice ribilanciamento a favore dei consumi interni di un nuovo, sconfinato ceto medio e per le gioie dei suoi rifornitori occidentali, in realtà si tratta di qualcosa di molto più complesso e, al fondo, scardinante per i dis/equilibri globali, economici geopolitici e di classe. È il vero banco di prova della dirigenza cinese, che fa del Dragone potenzialmente l’anello debole (cum grano salis) della catena capitalistica mondiale. Sia perché il capitalismo cinese nella necessità di tentare il salto ad uno sviluppo -concetto un tantino differente dal mantra occidentale della crescita- meno “squilibrato” e meno dipendente dal dollaro non potrà che scontrarsi con gli Stati Uniti, su tutti i piani. Sia perché l’insieme dei rapporti di classe interni che fin qui hanno caratterizzato il corso post-denghista ne verrebbe riconfigurato (la lotta alla corruzione ne è oggi il risvolto nel quadro dei rapporti di potere). Comunque sia, decisivo sarà il buon esito della proiezione internazionale del capitale cinese con la strategia delle nuove vie della seta, del consolidamento dei legami coi Brics e dei nuovi strumenti finanziari indipendenti da Fmi e Bm, e della parziale dedollarizzazione degli interscambi commerciali. Così come, sul piano interno, la riuscita della nuova fase di urbanizzazione -qui si inserisce l’estensione dell’hukou, il permesso di residenza cui sono legati diritti e prestazioni welfaristiche, ai lavoratori migranti- atta a modernizzare il mercato interno e l’agricoltura, essenziale anche per far rientrare almeno parte della capacità immobiliare oggi in eccesso. È evidente che una serie di rovesci come quelli in corso sulla borsa cinese, oggi ancora contenibili, metterebbero in discussione il nuovo corso anche scuotendo la fiducia e il consenso verso il partito unico, che da agente del capitale complessivo ne rappresenta la sola garanzia di successo.
    Quinto. Date queste condizioni complessive la bolla doveva prima o poi scoppiare in relazione al rallentamento dell’economia “reale”. Le autorità di Pechino ovviamente avrebbero desiderato un processo ordinato e graduale. La svalutazione dello yuan con un primo sganciamento dallo stretto legame col dollaro in effetti doveva servire anche a bloccare o attutire il fenomeno del carry trade e della bolla di borsa. Così non è stato. Ora, non è detto che la scelta della dirigenza intorno a Xi, al di là dei delicati giochi tra fazioni che traspaiono dalle oscillanti risposte delle autorità monetarie e sempre che la situazione non precipiti, non sia anche quella di lasciare sgonfiare la bolla senza massicci salvataggi all’occidentale, anche a costo di lasciare un bel po’ di feriti sul campo, a monito del fronte interno come di quello esterno. Tanto più in vista del cambio di rotta nella politica dei tassi della Federal Reserve statunitense: visti i livelli di indebitamento non è salutare arrivarci con bolle in crescita. Saranno, in questo caso, proprio i cosiddetti liberali, cui la stampa occidentale dà così tanta tribuna, a dover spiegare come mai il mercato (anonimo?) gioca questi brutti scherzi: qualcuno inizierà a chiedersi se non siano gli americani a gonfiare le bolle per poi al momento giusto farle scoppiare. Ma va detto a questo proposito che le analisi relative agli equilibri politici interni nei termini di una contrapposizione tra liberal e conservatori sono per lo meno semplicistiche.
    Sesto. La bolla cinese dunque non si è né gonfiata né sgonfiata per sole dinamiche “interne”. Come che sia, le scivolate delle borse occidentali è plausibile abbiano a che fare non solo con le news dalla Cina ma, al di là del fattore di innesco, anche con le assai incerte prospettive della “ripresa” (?!) in Occidente: stagnazione, calo degli investimenti, spinte deflattive, e questo nonostante anni di massicci Quantitative Easing in salsa yankee, nipponica e da qualche mese anche europea. In questo quadro si inserisce poi il punto di domanda sulle prossime mosse della Federal Reserve, che è fin qui stata il centro effettivo della governance globale nella crisi: inizierà ad alzare per quanto moderatamente i tassi? Se sarà così, come pare, le motivazioni reali dietro la patina di quelle ufficiali vanno ricondotte al timore dell’ingestibilità dell’enorme bolla finanziaria creatasi a seguito delle immissioni di liquidità di questi anni nonché al rischio di trovarsi senza munizioni in caso di mancata ripresa. Inizia però forse a delinearsi anche una diversa strategia di gestione della crisi mirata a richiamare capitali negli States dai paesi emergenti e dalla Cina su cui di contro scaricare il deleveraging, la distruzione di capitale fittizio gonfiatosi a dismisura negli anni della crisi2. Certo, a differenza del Volcker shock del ’79 la situazione è più intricata, forte è il rischio di forte impatto negativo anche sulla finanza occidentale mentre se è vero che l’arrivo di capitali migliorerebbe all’immediato la situazione degli Stati Uniti ciò non farebbe venir meno le politiche deflattive sui salari e il declino della middle class.
    Insomma, alzare il tiro da parte statunitense nei confronti di Pechino non solo rischierebbe di rompere gli attuali fragili equilibri ma potrebbe evocare in Oriente scene da lotte di classe dalle ripercussioni mondiali. I livelli di integrazione dell'economia globale sono straordinariamente elevati e la direzione dell’ intero groviglio va facendosi sempre più complicato.3 Con Washington al comando la globalizzazione rischia di incasinarsi profondamente, senza Washington di degenerare nel caos sistemico. Ma il prezzo da pagare all’egemone-predatore è sempre più pesante. Se ne sta accorgendo anche l’Europa, in particolare la Germania, dalla vicenda ucraina alla destabilizzazione medio-orientale con annesso il ricatto di scatenare un flusso inarrestabile di profughi dai paesi che proprio gli Stati Uniti hanno destrutturato e ora mantengono non casualmente nel caos. Si tratta certo di successi per Washington -come l’aver tratto dalla propria parte una riottosa Berlino bloccandone per il momento la proiezione verso Oriente, o l’aver quasi neutralizzato l’Iran sottraendolo all’abbraccio cinese- comunque non decisivi tanto più se la rotta di collisione con Pechino dovesse consolidarsi o accelerare.
    Per finire. Come rientra in tutto questo la lotta di classe? È il lato da indagare. In Cina dove l’attivizzazione proletaria diffusa ancorchè frammentata non ha mai cessato di essere, come indica l’aumento dei salari di questi anni. Ma anche registrando fuori di lì un’impasse pressoché generale ad oggi dopo i promettenti segnali lanciati dal 2011, dalla primavera araba al ciclo Occupy, dalle lotte in Brasile alla Grecia. Questioni complesse, sia prese a sé, ancor più se viste nell’insieme. Forse è il momento, se davvero si delinea all’orizzonte il secondo tempo della crisi globale, di provare un bilancio non retorico in vista di un secondo tempo, si spera più fruttuoso, anche delle lotte.P { margin-bottom: 0.21cm; direction: ltr; color: rgb(0, 0, 0); widows: 2; orphans: 2; }A:link { color: rgb(0, 0, 255); }A.sdfootnoteanc { font-size: 57%; }

    Crash tutto cinese?

    raffaele sciortino

    Difficile ad oggi prevedere se il crollo della borsa cinese, che ha trascinato con sé le correzioni delle borse mondiali, sia l’innesco di una precipitazione della crisi globale dopo la pausa, economica in realtà più che geopolitica, degli ultimi due, tre anni. In ogni caso ne rappresenta un passaggio di fase: non solo la Cina sempre meno può, e vuole, fare da volano per un Occidente in prolungata stagnazione, ma si approssima un secco redde rationem sui circuiti di debito globali. Detto in altro modo: tende ad alzarsi il livello dello scontro sullo scarico dei costi della crisi a partire dagli scricchiolii del disequilibrio bilanciato1 Usa/Cina perno finora della globalizzazione.

    Presentiamo di seguito alcune provvisorie ipotesi di lettura e inquadramento degli sviluppi in corso tentando innanzitutto una lettura non scissa tra dimensione “interna” cinese ed “esterna”. Tutto all’opposto della narrazione, di netto segno politico, che va imponendosi in Occidente dove -dopo anni di idiozie giornalistiche sullo scontato “sorpasso” del Dragone ai danni degli Usa- come d’incanto si riscoprono ora i nodi irrisolti dello sviluppo capitalistico cinese (!) per ingiungere a Pechino i compiti da svolgere pena la messa a rischio dell’economia mondiale.

    Primo. La svalutazione agostana dello yuan secondo la narrazione corrente sarebbe stata la risposta al rallentamento dell’economia cinese che ha “naturalmente” innescato il crollo di borsa. Risposta “disperata” (addirittura!), comunque “scorretta” (come se gli stati occidentali in questi anni non avessero socializzato le immani perdite dei mercati…). In realtà, oltreché modesta in rapporto alla guerra valutaria da tempo in corso a scala globale, per Pechino essa doveva rappresentare un primo passo nel percorso di internazionalizzazione della moneta attraverso un più ampio margine di fluttuazione, del resto in ottemperanza alle richieste del Fondo Monetario. Che non si sia trattato, almeno principalmente, di svalutazione competitiva lo attesta anche la vendita nell’ultimo mese di notevoli quantità di buoni del tesoro statunitensi da pare delle autorità monetarie di Pechino proprio al fine di evitare un’eccessiva volatilità al ribasso della valuta cinese.

    Secondo. La reazione dei “mercati” è risultata inattesa per Pechino, almeno nelle proporzioni. Ora, nella stampa di qui si insiste quasi esclusivamente sui milioni di piccoli risparmiatori prima allettati a investire in borsa, previo indebitamento (margin debt), e poi “ingannati” dal Partito-Stato che li ha lasciati al loro destino di polli spennati. Come se le sorti delle borse fossero dettate dalle mosse dei piccoli! Stretto silenzio, guarda caso, sulle fonti di finanziamento della bolla se non per puntare il dito contro lo shadow banking cinese (e solo cinese), neanche una parola sul meccanismo del carry trade con cui la speculazione internazionale giocando sui differenziali dei tassi internazionali sembra proprio abbia riversato montagne di liquidità sul mercato finanziario cinese. Comunque sia, la stampa finanziaria scrive ora di una vera fuga di capitali dai mercati cinesi e in generale dei cosiddetti paesi emergenti. Capitali di chi?

    Terzo. Ciò non significa ovviamente che la bolla sia una creazione “esterna” (dov’è il fuori nella globalizzazione?). Ma, appunto, non solo la finanziarizzazione dell’economia risponde in generale a ben tracciabili linee di integrazione del capitalismo cinese nel mercato globale. Di più, la formazione di bolle speculative è stato uno dei prodotti della crisi esplosa nel 2008 cui Pechino ha risposto con il più ingente programma di stimoli pubblici in assoluto: investimenti infrastrutturali in primis, interni e verso Brics e paesi arretrati, e immobiliari, oltreché con una politica accondiscendente verso le rivendicazioni salariali dal basso. Il tutto per controbilanciare in prima battuta l’impulso recessivo proveniente dall’epicentro occidentale della crisi globale e tenere in piedi il chain gang con gli Stati Uniti in vista, però, di un riorientamento complessivo del proprio sviluppo. Al di là dei fattori legati agli equilibri interni tra industrie statali e private e tra i differenti interessi borghesi rappresentati nel partito unico con il risultato di sovvenzionamenti pubblici ad una pletora di investimenti non remunerativi e di una spinta all’arricchitevi in borsa, resta che è stata l’assenza di una ripresa mondiale effettiva -in termini di profitti e investimenti prima che di domanda- a far emergere la sovracapacità e sovraproduzione dell’economia cinese che si ritrova così con un livello di indebitamento lì mai visto. Di qui, versione in salsa locale di un trend mondiale, il rigonfiamento delle bolle, con quella immobiliare poi in parte incanalata dall’azione statale verso le borse proprio ad evitare l’esplosione. Che quest’ultima sia scoppiata è ora un segnale inquietante per Pechino.

    Quarto. Si diceva dell’intenzione cinese di riorientamento complessivo dello sviluppo che va sotto l’etichetta di riforme. Qui da noi banalizzate a semplice ribilanciamento a favore dei consumi interni di un nuovo, sconfinato ceto medio e per le gioie dei suoi rifornitori occidentali, in realtà si tratta di qualcosa di molto più complesso e, al fondo, scardinante per i dis/equilibri globali, economici geopolitici e di classe. È il vero banco di prova della dirigenza cinese, che fa del Dragone potenzialmente l’anello debole (cum grano salis) della catena capitalistica mondiale. Sia perché il capitalismo cinese nella necessità di tentare il salto ad uno sviluppo -concetto un tantino differente dal mantra occidentale della crescita- meno “squilibrato” e meno dipendente dal dollaro non potrà che scontrarsi con gli Stati Uniti, su tutti i piani. Sia perché l’insieme dei rapporti di classe interni che fin qui hanno caratterizzato il corso post-denghista ne verrebbe riconfigurato (la lotta alla corruzione ne è oggi il risvolto nel quadro dei rapporti di potere). Comunque sia, decisivo sarà il buon esito della proiezione internazionale del capitale cinese con la strategia delle nuove vie della seta, del consolidamento dei legami coi Brics e dei nuovi strumenti finanziari indipendenti da Fmi e Bm, e della parziale dedollarizzazione degli interscambi commerciali. Così come, sul piano interno, la riuscita della nuova fase di urbanizzazione -qui si inserisce l’estensione dell’hukou, il permesso di residenza cui sono legati diritti e prestazioni welfaristiche, ai lavoratori migranti- atta a modernizzare il mercato interno e l’agricoltura, essenziale anche per far rientrare almeno parte della capacità immobiliare oggi in eccesso. È evidente che una serie di rovesci come quelli in corso sulla borsa cinese, oggi ancora contenibili, metterebbero in discussione il nuovo corso anche scuotendo la fiducia e il consenso verso il partito unico, che da agente del capitale complessivo ne rappresenta la sola garanzia di successo.

    Quinto. Date queste condizioni complessive la bolla doveva prima o poi scoppiare in relazione al rallentamento dell’economia “reale”. Le autorità di Pechino ovviamente avrebbero desiderato un processo ordinato e graduale. La svalutazione dello yuan con un primo sganciamento dallo stretto legame col dollaro in effetti doveva servire anche a bloccare o attutire il fenomeno del carry trade e della bolla di borsa. Così non è stato. Ora, non è detto che la scelta della dirigenza intorno a Xi, al di là dei delicati giochi tra fazioni che traspaiono dalle oscillanti risposte delle autorità monetarie e sempre che la situazione non precipiti, non sia anche quella di lasciare sgonfiare la bolla senza massicci salvataggi all’occidentale, anche a costo di lasciare un bel po’ di feriti sul campo, a monito del fronte interno come di quello esterno. Tanto più in vista del cambio di rotta nella politica dei tassi della Federal Reserve statunitense: visti i livelli di indebitamento non è salutare arrivarci con bolle in crescita. Saranno, in questo caso, proprio i cosiddetti liberali, cui la stampa occidentale dà così tanta tribuna, a dover spiegare come mai il mercato (anonimo?) gioca questi brutti scherzi: qualcuno inizierà a chiedersi se non siano gli americani a gonfiare le bolle per poi al momento giusto farle scoppiare. Ma va detto a questo proposito che le analisi relative agli equilibri politici interni nei termini di una contrapposizione tra liberal e conservatori sono per lo meno semplicistiche.

    Sesto. La bolla cinese dunque non si è né gonfiata né sgonfiata per sole dinamiche “interne”. Come che sia, le scivolate delle borse occidentali è plausibile abbiano a che fare non solo con le news dalla Cina ma, al di là del fattore di innesco, anche con le assai incerte prospettive della “ripresa” (?!) in Occidente: stagnazione, calo degli investimenti, spinte deflattive, e questo nonostante anni di massicci Quantitative Easing in salsa yankee, nipponica e da qualche mese anche europea. In questo quadro si inserisce poi il punto di domanda sulle prossime mosse della Federal Reserve, che è fin qui stata il centro effettivo della governance globale nella crisi: inizierà ad alzare per quanto moderatamente i tassi? Se sarà così, come pare, le motivazioni reali dietro la patina di quelle ufficiali vanno ricondotte al timore dell’ingestibilità dell’enorme bolla finanziaria creatasi a seguito delle immissioni di liquidità di questi anni nonché al rischio di trovarsi senza munizioni in caso di mancata ripresa. Inizia però forse a delinearsi anche una diversa strategia di gestione della crisi mirata a richiamare capitali negli States dai paesi emergenti e dalla Cina su cui di contro scaricare il deleveraging, la distruzione di capitale fittizio gonfiatosi a dismisura negli anni della crisi2. Certo, a differenza del Volcker shock del ’79 la situazione è più intricata, forte è il rischio di forte impatto negativo anche sulla finanza occidentale mentre se è vero che l’arrivo di capitali migliorerebbe all’immediato la situazione degli Stati Uniti ciò non farebbe venir meno le politiche deflattive sui salari e il declino della middle class.

    Insomma, alzare il tiro da parte statunitense nei confronti di Pechino non solo rischierebbe di rompere gli attuali fragili equilibri ma potrebbe evocare in Oriente scene da lotte di classe dalle ripercussioni mondiali. I livelli di integrazione dell'economia globale sono straordinariamente elevati e la direzione dell’ intero groviglio va facendosi sempre più complicato.3 Con Washington al comando la globalizzazione rischia di incasinarsi profondamente, senza Washington di degenerare nel caos sistemico. Ma il prezzo da pagare all’egemone-predatore è sempre più pesante. Se ne sta accorgendo anche l’Europa, in particolare la Germania, dalla vicenda ucraina alla destabilizzazione medio-orientale con annesso il ricatto di scatenare un flusso inarrestabile di profughi dai paesi che proprio gli Stati Uniti hanno destrutturato e ora mantengono non casualmente nel caos. Si tratta certo di successi per Washington -come l’aver tratto dalla propria parte una riottosa Berlino bloccandone per il momento la proiezione verso Oriente, o l’aver quasi neutralizzato l’Iran sottraendolo all’abbraccio cinese- comunque non decisivi tanto più se la rotta di collisione con Pechino dovesse consolidarsi o accelerare.

    Per finire. Come rientra in tutto questo la lotta di classe? È il lato da indagare. In Cina dove l’attivizzazione proletaria diffusa ancorchè frammentata non ha mai cessato di essere, come indica l’aumento dei salari di questi anni. Ma anche registrando fuori di lì un’impasse pressoché generale ad oggi dopo i promettenti segnali lanciati dal 2011, dalla primavera araba al ciclo Occupy, dalle lotte in Brasile alla Grecia. Questioni complesse, sia prese a sé, ancor più se viste nell’insieme. Forse è il momento, se davvero si delinea all’orizzonte il secondo tempo della crisi globale, di provare un bilancio non retorico in vista di un secondo tempo, si spera più fruttuoso, anche delle lotte.

    1 Così Varoufakis nel suo Il Minotauro Globale in una prospettiva neokeynesista. Per una lettura basata sul concetto marxiano di capitale fittizio v. http://www.infoaut.org/index.php/blog/global-crisis/item/7982-crisi-globale-capitale-fittizio.

    3 V. Fascinazioni multipolariste e geopolitica delle lotte in http://www.commonware.org/images/PDF/crisi-composizione.pdf.