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Venerdì 21 Aprile 2017 08:03

Saleh Muslim (Pyd): “Armi chimiche? Non solo il regime. Occorre ripensare l’idea di terrorismo” In primo piano

  • primopianopydSaleh Muslim è il co-presidente del Partito di Unione Democratica siriano (Pyd), principale animatore della rivoluzione confederale del Rojava nella Siria del Nord. Sabato scorso ha incontrato decine di compagn* da diversi paesi ad Amburgo, in occasione di un workshop inserito nella conferenza internazionale Challenging Capitalist Modernity III, e ha risposto a una serie di domande sui fatti di Idlib e Homs, sulla Siria e sul regime, su Usa e Russia, Menbij e Raqqa, sul rapporto con l’Europa, sulla questione ezida e palestinese, sul progetto confederale e sulla nozione di terrorismo.

    Saleh ha iniziato i lavori ricordando che la rivoluzione confederale non è oggi soltanto una rivoluzione dei curdi, ma anche “una rivoluzione degli arabi e di tutta l’umanità” e che “i terroristi sono oggi in Siria una minaccia contro tutta l’umanità, e tutte le nazioni devono contribuire a questa lotta”. Ha ricordato anche come la rivoluzione curda non sia nata nel 2012, ma molto prima, nel 2004, “quando in migliaia insorsero contro il regime Baath, che non esitò a soffocare nel sangue la rivolta per lanciare un monito ai curdi”, lasciando intendere che non avrebbero mai poturo aspirare “all’autonomia che in quel momento stava per essere conquistata dai curdi in Iraq”.

    Il Pyd è il principale partito curdo in Siria e si ispira agli scritti dal carcere di Abdullah Ocalan, fondatore del Pkk in Turchia. Ha guidato la resistenza contro Al Qaeda nel 2012 e contro l’Isis tra il 2013 e il 2017 nel Nord della Siria (Rojava) attraverso il suo braccio armato maschile (Ypg) e quello femminile (Ypj). Ha proposto e guidato la fondazione del Movimento per la Società Democratica (Tev Dem) che organizza le trasformazioni sociali e politiche in corso nella regione. Attraverso le Ypg, è coinvolto nella creazione delle Forze Siriane Democratiche (Sdf) che sono oggi il più grande esercito rivoluzionario del medio oriente, contando oltre 100.000 combattenti tra arabi, curdi, turcomanni e assiri. E’ uno dei principali partiti coinvolti nella Confederazione Democratica della Siria del Nord, che ha proclamato la sua autonomia nel marzo 2016 nei cantoni di Cizire, Kobane e Afrin.

    La redazione di Infoaut ha approfittato della sua presenza per porgli alcune domande e ha preso nota del dibattito emerso durante il workshop, che è riportato di seguito.

     

    Heval Saleh, qual è oggi la maggiore urgenza che si trova a fronteggiare la rivoluzione confederale?

    Il blocco delle frontiere. Oggi la domanda deve essere: come si aiuta chi combatte? Il confine è chiuso. Kobane è stata distrutta all’80% tre anni fa ma, cosa incredibile, non sono ancora stati fatti passare i necessari aiuti per la ricostruzione. Ci sono migliaia di persone che vogliono donare per Kobane ma, a causa del blocco, non succede niente. Di questo è responsabile la Turchia. La risposta deve partire anche da voi. Le persone e i gruppi si sinistra devono visitare il Rojava, perchè là ci si batte per i valori dell’umanità.

    La rivoluzione confederale aspira ad essere davvero un modello per l’intera Siria, addirittura per il medio oriente?

    Sì, si tratta del primo esperimento in questo senso, ma l’autogoverno può funzionare in tutto il medio oriente. In questo senso il modello da seguire è quello di Menbij – città prevalentemente araba, ma con minoranze curde, turcomanne, cecene, che vive adesso una situazione di stabilità interna con istituzioni giuste, e teme semmai l’invasione turca le cui truppe sono soltanto a 20 Km dalle sue porte. La stessa dinamica positiva la vediamo a Tel Abyad, che fa parte del Cantone di Kobane, ma è a maggioranza araba. Sono stati creati i consigli civili con rappresentanti di tutte le comunità in modo proporzionale alla demografia dell’area. Lo stesso accadrà a Raqqa che, una volta liberata, deciderà se vuole essere parte di questo progetto confederale o di altro. Anche Singal, sebbene si trovi in Iraq, sta decidendo per l’autogoverno. Tuttavia, non si può tornare indietro ai governi centralizzati che c’erano in precedenza, una sola persona o un solo partito non possono più governare. Quella fase è finita.

    Un accordo con il governo siriano, d’altra parte, non potrebbe essere un modo per aggirare l’embargo turco?

    Al momento non ci sono questi contatti. Ci sono stati alcune settimane fa, quando il regime ha dispiegato le sue truppe a sud di Al-Bab, ma il problema è che il regime non riconosce l’amministrazione autonoma; quindi ci sono incontri, in situazioni particolari, tra Ypg e regime, ma non esiste un accordo politico. Inoltre Usa e Ue, che sono ostili al regime, non transitano nel suo territorio, e questo impedisce ad eventuali aiuti occidentali di raggiungere la Confederazione per quella via, anche perchè lo stesso regime non ammette questo genere di passaggi da parte dei suoi nemici.

    Cosa è possibile fare allora, in questo momento, per aiutare la rivoluzione?

    La prima cosa da fare è interfacciarsi con gli uffici che il Rojava ha aperto in Europa. Abbiamo uffici a Stoccolma, a Parigi, a Berlino e loro possono dare i contatti giusti. Naturalmente c’è un problema riguardante le frontiere. Ho incontrato alcune Ong e tutte sono basate a Gazantiep in Turchia, sul confine, dove ogni cosa è sotto il controllo dell’intelligence turca. L’unico modo in cui potrebbero aiutare è venire in Rojava e avere base da noi, o a Singal, ma non ottengono l’autorizzazione; e per ciò che concerne l’ingresso dall’Iraq, tutto dipende dall’umore di Mr. Barzani (Presidente del Governo Regionale del Kurdistan in Iraq, alleato della Turchia, Ndr): un giorno si passa, un altro no, tutto è dipendente dalla sua volontà e dal suo umore del giorno.

    La Confederazione ha relazioni stabilite con gli Usa, con la Russia, con il governo siriano. Tuttavia, non ci sono relazioni con l’Ue, nè con singoli paesi europei. Cosa possiamo fare, nell’Ue, perchè vi sia una politica verso il Rojava? Cosa ti aspetti dai paesi Ue?

    I curdi sono attori nel medio oriente e come tali dovrebbero essere contattati direttamente dal punto di vista politico. Questo non è un nostro problema, è un problema dell’Ue come delle Nazioni Unite, che non riconoscono la Confederazione e dicono “lavoriamo soltanto con le Ong legali”, che ovviamente non possono essere quelle che sorgono e sono in contatto con un’entità non riconosciuta.

    Si è detto che avete appoggiato il bombardamento statunitense sulla base aerea siriana di Homs. Confermate questa circostanza?

    Noi non abbiamo appoggiato questa iniziativa del governo Usa, abbiamo detto altro: abbiamo detto che questo fatto può rivelarsi positivo per riaprire un negoziato verso un’uscita dalla crisi siriana. Noi non siamo in grado di dire cosa è accaduto a Idlib (Dove decine di persone sono morte in un attacco che è stato attribuito dagli Usa ad Assad, Ndr), si tratta di un conflitto tra Usa e regime, noi non possiamo entrarci. Armi chimiche? Noi siamo sempre stati vittime di questo e sappiamo che non sono soltanto in mano al regime, anche Daesh le ha usate ad Hasakah e a Raqqa. Gruppi filo-turchi le hanno usate ad Aleppo contro di noi, a Shech Maxsud. Non sappiamo cos’è accaduto a Idlib e chiediamo una vera indagine su questo. Tuttavia, l’attacco di Homs potrebbe portare a una vera soluzione politica e a negoziati.

    La rivoluzione ha senz’altro il problema di consolidare i suoi risultati dal punto di vista politico. Quanto tempo sarà necessario?

    È necessario mutare la mentalità delle persone, e ci stiamo lavorando dal 2004. Adesso è più facile, perchè non si tratta soltanto di un’attività di tipo teorico-politico, le persone vedono con i loro occhi i risultati. Ciononostante, in Rojava ci sono ancora persone che vorrebbero un califfato, o persone che sposano una logica nazionalista o patriarcale. Noi lottiamo contro tutte queste tendenze ma non c’è altro modo che cambiare la mentalità delle persone, è necessario un processo educativo.

    Come intendete, come forza curda, rivolgervi al mondo arabo? Al momento i risultati non sono buoni, se guardiamo al mondo arabo nel suo complesso, ossia anzitutto fuori della Siria, dove la vostra realtà è quasi sconosciuta. Avete una strategia da questo punto di vista? Dopotutto dovrete vivere accanto a loro per secoli.

    Il primo attore arabo con cui c’è la necessità di confrontarsi è l’opposizione siriana, ma loro non vogliono perchè hanno legami con la Turchia e non li vogliono perdere. Abbiamo rappresentanti in Tunisia, negli Emirati Arabi Uniti. Abbiamo visitato l’Algeria. Tuttavia molto frequentemente non ci viene autorizzata la visita e ci viene negato il visto, perchè in diversi paesi sono al potere regimi non democratici che non condividono la nostra prospettiva, o che temono che, concedendoci l’ingresso nel paese, ciò possa essere interpretato come una presa di posizione nel conflitto siriano. Noi vogliamo avere buone relazioni, ci stiamo provando e siamo consapevoli della grande importanza che ciò riveste.

    Un mese fa il governo tedesco ha bandito i simboli delle Ypg e delle Ypj, come anche del Pyd, in tutto il paese. Che cosa ne pensate?

    Non si tratta di una decisione politica, è legata al ministero dell’interno e alle sue preoccupazioni per l’ordine pubblico. Il nostro avvocato ci sta lavorando. Non capiamo davvero questo gesto, il popolo tedesco rispetta le Ypg e le Ypj, che non sono coinvolte in nessuna attività terroristica. Sicuramente non si tratta di una decisione politica, ma ispirata da questioni di sicurezza. I cittadini tedeschi dovrebbero scrivere al ministero dell’interno chiedendogli di fare un passo indietro rispetto a questo provvedimento.

    Sono state diffuse delle vostre dichiarazioni in cui dicevate che Trump vi sta aiutando più di Obama. Molti si sono stupiti. Potete spiegare meglio?

    Ogni stato ha la sua strategia geopolitica ed essa non cambia con il presidente di turno. La stretegia Usa in medio oriente è la stessa all’incirca dal 2001, ma certo c’è chi rallenta e chi accelera su questa strategia, in questo tra Obama e Trump ci possono essere delle differenze. I curdi siriani non erano nei piani della Casa Bianca, il Rojava è un bambino appena nato e dal 2012 gli Usa hanno avuto il problema di come approcciarsi. Gli Stati Uniti non sono costanti nell’approccio con il Rojava, ma noi siamo un popolo e siamo un attore mediorientale, quindi devono parlare con noi.

    Gli Stati Uniti, inoltre, non sono soli: ci sono anche la Turchia, l’Iran; cambiare politica verso di noi può voler dire cambiare politica verso queste potenze. I curdi non sono stati creati da nessuno, si sono creati da soli e in futuro dovranno avere un posto in medio oriente e lo dovranno conquistare con i propri mezzi, non con quelli degli altri. Ciononostante, dobbiamo confrontarci con la situazione reale del momento.

    Non sono pochi, in Europa, a far notare che la vostra ideologia non può andare d’accordo con quella sessista e xenofoba di Trump.

    Le organizzazioni terroriste sono un pericolo per tutto il mondo, quindi ci deve essere un coordinamento globale e una solidarietà su questo. Quando combattiamo Daesh lo facciamo da questo punto di vista, e da questo punto di vista cerchiamo un coordinamento. Tuttavia voglio dire che nell’attuale situazione mondiale ci sono Mosca e Washington, ma tra loro non c’è una guerra ideologica, sono entrambe forze capitaliste e se sostengono il Pyd è soltanto per i loro interessi. Anche noi abbiamo i nostri interessi, che sono ispirati da un’ideologia completamente diversa, e su questa base siamo pronti ad avere accordi con tutti dove i nostri interessi, per ragioni specifiche, si incontrano con quelli di qualcun altro. In questo momento i nostri interessi e quelli della Russia e degli Stati Uniti non si incontrano su un piano ideologico, ma su quello di alcuni interessi fondamentali dei popoli, ossia alla necessità di sconfiggere i terroristi.

    Queste forze, Usa e Russia, non sono coinvolte nella rivoluzione del Rojava. Noi il rapporto politico ce l’abbiamo con alcuni comuni del Belgio o di altri paesi, per fare solo un esempio, lavoriamo con realtà dei Paesi Baschi, questo è il modo in cui collaboriamo politicamente, altra cosa è la lotta al terrorismo attraverso la quale proteggiamo la nostra gente.

    Usate spesso questo concetto: “terrorismo”. Tuttavia sapete quanto questo concetto sia problematico. Non credete che questo termine venga continuamente rivolto contro chi lotta contro gli stati-nazione? Dopotutto anche un’altra organizzazione curda, il Pkk, è considerata terrorista.

    Questa nozione deve essere rivista. Molte persone sono state etichettate così, ad esempio Nelson Mandela (che peraltro era amico personale di Ocalan) e poi sono diventate presidenti di grandi paesi. Lo stesso vale per molte persone che, nel mondo, lottano contro lo stato-nazione. Secondo noi terrorista è chi colpisce i civili senza motivo, o anche per ragioni politiche. Nessuna organizzazione legata al Pyd ha mai colpito i civili, ci muoviamo in un teatro di guerra e colpiamo invece i terroristi veri, quelli che massacrano i civili. Noi difendiamo i civili.

    Anche rispetto al Pkk, si tratta di un’organizzazione che non colpisce i civili ma soltanto obiettivi militari. Conduce una guerra di liberazione popolare contro il governo turco, ma senza colpire i civili. Va detto anche che il Pkk combatte i terroristi di Daesh in Iraq: a Singal, a Makhmur, a Kirkuk, e non ha mai colpito fuori della Turchia, se non contro Daesh in Iraq. Anche in Turchia è stato sempre impegnato nella ricerca di un processo di pace, ed è il governo turco che negli ultimi due anni ha deciso unilateralmente di interromperlo [Attaccando il Pkk prima in Iraq e poi in Turchia, Ndr].

    Anche noi del Pyd, d’altra parte, abbiamo combattuto contro il governo siriano che ha ucciso e torturato la nostra gente, ma è stato il nostro modo legittimo di difenderci. Guardate cosa ha fatto la Turchia a Sur, dove decine di madri sono in sciopero della fame pe riavere i corpi dei loro figli uccisi dalla polizia, e sono considerate per questo terroriste. Il governo turco non è forse terrorista? Non possiamo restare in silenzio. Le Nazioni Unite e l’Unione Europea dovrebbero rivalutare chi è e chi non è terrorista.

    La coalizione internazionale contro Daesh sta facendo qualcosa contro il blocco e l’embargo cui siete sottoposti?

    Queste persone ci hanno detto che volevano aiutarci contro Daesh, ci hanno chiesto se accettavamo il loro supporto. Noi abbiamo detto “sì”. Non c’è altro accordo. Forse all’inizio era abbastanza, ma adesso non più. Sarebbe meglio che facessero pressione per la fine del blocco e dell’embargo, e che fornissero anche aiuti umanitari.

    Un’altra lotta e un’altra questione irrisolta in medio oriente è la questione palestinese. I conflitti mediorientali disegnano uno scenario complicato, con le diverse lotte che seguono itinerari diversi, c’è qualcosa che vorrebbe dire a questo riguardo?

    Il popolo palestinese ha dato avvio tempo fa alla sua rivoluzione. Ha concepito la sua lotta come una rivoluzione, che peraltro andava inquadrata nel’ambito della più generale rivoluzione araba. Tuttavia l’Autorità Nazionale Palestinese ha in seguito rinunciato alla rivoluzione e ha avviato colloqui con Israele per ottenere uno stato. Dicono che sono per la soluzione dei due stati. Inoltre, a quanto mi risulta, l’Anp ha anche rinunciato a rivendicare il diritto al ritorno dei profughi palestinesi e ha rinunciato ad interferire con gli affari interni dei paesi arabi, insomma non si considera più parte di una rivoluzione complessiva interna al mondo arabo. Inoltre esistono problemi interni alle istituzioni palestinesi: Hamas non è un’organizzazione diversa da Daesh, punta all’instaurazione di uno stato islamico, ed è supportata da Qatar e Turchia, gli stessi stati reazionari contro i cui alleati ci battiamo in Siria.

    Il massacro commesso dall’Isis a Singal nel 2014 ha sollevato anche un’altra questione, quella della popolazione ezida in Iraq e in Siria. Si tratta di una minoranza religiosa di lingua curda che di recente è stata attaccata dai Peshmerga al servizio del presidente Barzani. Cosa pensate di questi eventi e come pensate si possa assicurare un futuro al popolo ezida?

    Il modello del Kurdistan meridionale (Ossia iracheno, Ndr) è quello degli stati-nazione, non è conveniente per quella regione, ci sono molte minoranze linguistiche e religiose, non va bene. I partiti del Kurdistan iracheno non vogliono un sistema nuovo, lottano soltanto per il potere, ma il tempo è scaduto, non c’è più spazio per questo, non è un modello realistico per il medio oriente. A Singal, nel 2014, le Ypg sono intervenute perchè sono le unità di protezione del popolo, il loro compito è proteggere il popolo; non solo quello curdo, qualsiasi popolo. I Peshmerga avrebbero dovuto difendere Singal ma non l’hanno fatto, per questo le Ypg sono intervenute.

    Le forze curde dovrebbero essere unite per proteggere la popolazione, come avviene ora a Kirkuk, dove una fazione dei Peshmerga collabora con il Pkk in città. Teniamo conto che se a Singal non ci fossero state le Ypg, forse oggi non potremmo più parlare di ezidi. Il futuro del popolo ezida lo possono decidere soltanto gli ezidi. Hanno formato le loro unità di protezione a Singal, le Ybs, e i loro consigli politici, che sono stati attaccati da Barzani. Chiunque attacchi Singal deve essere contrastato, le Ypg o le Hpg (Braccio armato del Pkk, Ndr) devono assolutamente difendere gli ezidi. È ovvio, non dovremmo neanche più discutere di queste cose.

    Infine, per ciò che riguarda la storia della rivoluzione siriana, cosa pensate di quella parte di rivoluzione araba contro Assad che ha formato all’inizio consigli popolari molto simili a quelli del Rojava, talora ispirati dalle idee del professore di Damasco Omar Aziz? Spesso le realtà della sinistra araba siriana legata alla rivoluzione sono scettiche verso di voi, perchè vi accusano di avere legami con il regime.

    La situazione siriana è tragica, se la si guarda nel profondo. Fin dall’inizio i paesi esteri ostili alla Siria hanno creato un’opposizione fasulla per portare avanti i propri interessi. (Il riferimento è alla Coalizione Nazionale Siriana, Ndr). È stata una grande tragedia, perchè quella gente è stata supportata dalla Turchia, dagli Usa e dai paesi del Golfo con milioni di dollari. Questa gente ha detto cose come aver speso 200.000 dollari per un semplice macchinario ad Hasakah, abbiamo le prove di queste cose... Dove finivano, in realtà, quei soldi? È una specie di mafia. Tuttavia queste persone non avevano nessuno a combattere sul terreno, allora hanno preso questa gente religiosa e brutale e l’hanno chiamata Esercito Libero Siriano.

    Per lo più non si trattava neanche di siriani, molti venivano dall’Asia centrale ad esempio, non era quindi un esercito “siriano” ma non era neanche un esercito “libero” perchè dipendeva da forze esterne. È vero che c’erano anche e ci sono persone arabe democratiche, ed oggi queste persone, quei battaglioni sono nelle Forze Siriane Democratiche, nei consigli civili di Menbij, combattono per la liberazione di Raqqa e formano consigli per la rivoluzione che si approssima in quella città. Sono spesso persone che avevano dovuto lasciare le loro città a causa delle violenze del regime o di Daesh e che ora possono tornare da protagonisti.

    Se guardiamo a Menbij, vediamo anche un’altra cosa. Nei consigli di Menbij oggi ci sono anche persone che non sono originarie di Menbij, ma che sono state elette dalla popolazione della città, è gente che ha combattuto per liberare la città, che ha lottato con il popolo di Menbij, che si dà da fare per la città. Al contrario, ci sono persone nate e cresciute a Menbij che, dalla Turchia, hanno svolto l’estate scorsa una campagna contro l’operazione delle Sdf per la liberazione della città. Questa gente è di Menbij, ma è gente che ha tradito la sua città. Questo lo dico per far comprendere la dinamica della rivoluzione siriana ieri e oggi. È la gente che deve decidere da chi è rappresentata, tutto il resto è un gioco messo in atto per ingannare le persone.