Bottecchia: un campione allergico ai fascisti?

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Il Corriere della sera con un articolo torna sul giallo irrisolto della morte di Ottavio Bottecchia, primo italiano a vincere il Tour de France. Una squadraccia fascista dietro la morte del corridore?

Si scatenano le polemiche, il Secolo d'Italia insorge: “una vecchia leggenda nera... Bottecchia era un eroe di guerra, trionfatore italiano a Parigi, un esempio da indicare ai giovani per il regime”. Si indigna anche il sindaco del comune di Trasaghis, in Friuli, dove in località Peonis Bottecchia trovò la morte.

Bottecchia correva per gli “sghei”, i soldi, per questo preferì sempre il Tour al Giro del quale corse una sola edizione, quella del 1923. Al Tour pagavano meglio. Era un giovane muratore quando partì per la Francia, non per la fama delle due ruote ma per fame. Emigrò a Clermont-Ferrand nel 1925. In guerra fu bersagliere e al fronte inforcò per la prima volta la bici. Scampò al massacro. Poi come milioni di altri giovani contadini, svestita la divisa, tornò di nuovo a far la fame nelle trincee del fronte interno, sui campi. Ad andare in bici imparò in Francia, per gioco. Usciva per qualche sgambata sul Puy-de-dôme. Giocava, ma nessuno gli stava dietro. Pare fosse già iscritto al Partito Socialista e in Francia si avvicinò a frange anarchiche, ma su questo nessuna notizia ulteriore illumina la storia di un uomo che ancora doveva nascere come corridore e diventare grande.

Tornò in Italia nel 1922. Era magro, secco, Ottavio, con la faccia bruciata dal sole. Perfetto per arrampicarsi sulle montagne. Luisin Ganna lo convinse a gareggiare tra gli isolati. Alla seconda tappa, sulla salita di Bossolasco Tavio seminò i migliori. Solo una caduta in discesa compromise la fuga. A Milano fu quinto. Primo Girardengo. Nel frattempo le schermaglie iniziarono le schermaglie con i fascisti. Ottavio era riluttante a prendere la tessera del partito. Alla fine cedette.

Dopo quell'exploit Bottecchia era di nuovo alla fame. Lo trovò a poche settimane del Tour del 1923 un giornalista italiano in cerca della meteora dimenticata da ingaggiare per pochi soldi per conto della formazione francese Automoto. Bottecchia non delude. Alla seconda tappa e già in maglia gialla e sull'Aubisque sbaraglia tutti. A Parigi è secondo dietro Péllisier. Il patron della corsa, Henri Desgrange dirà “Bottecchia è la rivelazione più sensazionale che ci ha regalato questo Tour”.

L'anno successivo non c'è storia. Bottecchia trionfa sulle strade di Francia. Veste la maglia gialla dalla prima all'ultima tappa. È il primo italiano a vincere il Tour. Nel 1925, l'anno dopo, replica. Due Tour di fila. Non amava lisciare il pelo ai fascisti Bottecchia. Il regime incensava il conquistatore di Francia ma Bottecchia sapeva che tutte le vittorie guadagnate erano merito suo. Aveva fame Bottecchia, correva per vincere, correva per i soldi non per i fascisti.

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Nel 1926 è costretto al ritiro. La stagione successiva la tragedia. Il fratello viene investito nel mese di maggio e muore. Ottavio rifiuta un risarcimento. Il 6 giugno esce ad allenarsi. Esce fuori strada, si accascia su un prato. All'ospedale non riscontrano solo la classica frattura della clavicola, usuale per ogni ciclista, ma il corridore perde anche sangue da un orecchio. Le ultime parole di Bottecchia solo “malore, malore”, o forse “malheur”, disgrazia. Il campione perde conoscenza e muore dopo dodici giorni. Il parroco del paese denuncia l'agguato squadrista.

Il mistero si infittisce negli anni. Un contadino dirà in letto di morte di averlo ucciso lui a bastonate perché il corridore era solito rubargli l'uva e i fichi. Un emigrato sardo in America dichiarerà di essere stato il sicario del ciclista per un giro di scommesse in una corsa truccata ad Anversa al quale i due fratelli Bottecchia si sottrassero. Una cosa è certa, Bottecchia correva per sé e non per i fascisti.

 

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