« Soprattutto non tradire i tuoi e non prendere soldi dal nemico »

Intervista con due giovani militanti della banlieue parigina.

 

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Abbiamo intervistato a Torino due giovani compagni della banlieue nord di Parigi, abitanti di Bobigny nel dipartimento 93. Yanis e Isaa, entrambi diciottenni, sono due dei ragazzi che hanno promosso l’appello di una manifestazione nel loro quartiere per chiedere Giustizia per Théo.

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Théo è un ragazzo stuprato dalla polizia con un manganello in piena strada, il cui caso è saltato sulle prime pagine di tutti i giornali portando in piena campagna elettorale, all’attenzione di tutti, la questione delle violenze della polizia sui giovani, in particolari figli dell’immigrazione. Organizzata soltanto grazie al passaparola su snapchat e alla presenza di qualche rapper della zona contattato tramite facebook, la manifestazione ha riunito migliaia di persone per la maggior parte abitanti del quartiere ma anche militanti che, per una volta, hanno dovuto spostarsi da Parigi verso la periferia. L’atmosfera tesissima e la provocatoria presenza della polizia ha scatenato scontri con le forze dell’ordine durati poi tutta la serata. La lunga chiacchierata è stata l’occasione per tornare su tanti temi, la pesante eredità coloniale francese, il rapporto tra quartieri periferici e islam, il razzismo e la stigmatizzazione sui luoghi di lavoro, i problemi a scuola, il significato di un lavoro militante in un contesto come quello della periferia parigina e, ovviamente, l’importanza di lottare contro gli abusi della polizia.

Cosa ha rappresentato personalmente per voi l’affare Théo?

Isaa: mi ha toccato molto perché sarebbe potuto succedere a me o a qualcuno che conosco, tutti conosciamo qualcuno che è stato vittima di violenze della polizia. Ciò che è importante con questa storia è che è uscita molto sui media e le persone hanno cominciato a capire che non si tratta di un’eccezione ma di abitudine, che la violenza della polizia è utilizzata per umiliare e spezzare i giovani.

Potete raccontare la vostra esperienza personale con la polizia nel vostro quartiere?

Isaa: mi hanno raccontato che quando ero piccolo e incrociavamo la polizia alzavo le mani automaticamente, non sapevo perché ma lo facevo… una volta mio padre è stato controllato su un autobus, ha preso una multa, è stato portato in commissariato ed è stato picchiato da tre poliziotti, è stato gasato, ammanettato e arrestato più volte. E quindi quando vedi questo a 10-11 anni capisci.
Yanis: per me il mio primo rapporto è stato in Algeria, nelle manifestazioni coi miei genitori… i poliziotti erano super-violenti, idranti e tutto il resto. In Francia è cominciato a 8-9 anni, abitavo nel quartiere Salvador Allende di Bobigny, un giorno era alla finestra e ho visto un grande che si faceva controllare e non aveva i documenti con lui, quindi hanno cominciato a strangolarlo, prese di arti marziali, buttato per terra… e a quel punto vedo una mamma, credo al tredicesimo piano, che lancia una bottiglia piena d’acqua sui poliziotti… e mi sono detto se tutti sono contro di loro allora anche io! Dopo questo episodio mi hanno controllato un sacco di volte, una che mi ha colpito è stato nell’androne di una palazzina, mi hanno guardato nelle mutande, hanno iniziato a fare battute razziste, islamofobe – e non sono manco musulmano! – è una cosa che ti spinge allo scontro.
Isaa: Una volta mangiavamo una pizza per strada, solo questo. La polizia arriva, fanno i controlli, buttano a terra la pizza, la calpestano e se ne vanno. Così. Tutto è fatto perché si detesti la polizia.

Perché è cosi importante per voi battersi contro la violenza della polizia?

Yanis: la polizia è un’istituzione pagata con le nostre tasse, i nostri soldi. Dovrebbe proteggerci ma chi ci protegge dalla polizia? È uno Stato con la sua omertà, i giudici sono i suoi complici, nessun poliziotto è mai condannato al carcere perché si conoscono tra di loro, ci sono robe da pazzi, rubano soldi. Un poliziotto condannato a Parigi viene trasferito in un’altra città. È il braccio armato dello Stato, sì… alle violenze economiche, ai problemi con la scuola, al rinnovamento urbano, alla situazione abitativa ci aggiungono la violenza fisica… ci mandano la polizia per calmarci, ci dicono: “sappiamo che siete nella merda ma state zitti, sappiamo come colpirvi”.

 

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C’è un legame tra il passato coloniale della Francia e le violenze della polizia di oggi? Qual è il vostro rapporto con questo grande rimosso che è la colonizzazione?

Isaa: ovvio che c’è un rapporto! Sono le stesse tecniche che usano per umiliare, le stesse leve
Yanis: a volte ci dicono che non viviamo quello che i nostri genitori hanno vissuto. Ma certo che lo viviamo!
Isaa: personalmente sono camerunense e ho scoperto delle cose sull’indipendenza del Camerun che non avevo sentito da nessuna parte, il Camerun era una colonia belga ma il principio è lo stesso. Ho saputo che i coloni giocavano a polo con la testa delle persone. Se queste cose non ce le insegano le apprendiamo altrove. E se le apprendiamo altrove avremo il sentimento che sono nascoste, mentre se fossero spiegate chiaramente con un pentimento, già cambierebbero delle cose.
Yanis: e in più c’è il fatto che oggi non siamo accettati. Ho un’amica che aveva un’ottima media si è presa un anno per prepararsi per i concorsi e a quel punto le hanno detto: “ci dispiace ma se non si leva il velo non ha nessuna possibilità di entrare in una Grande école [le università di eccellenza francesi NdR] o di essere presa in stage in un’azienda”. Dobbiamo fare il doppio di più di ciò che devono fare gli altri per riuscire a fare ciò che vogliamo. Quando un giovane bianco fa degli studi non deve pensare che a una cosa: i suoi voti. Noi dobbiamo pensare: ma sarà razzista questo signore che ci fa l’esame? È una buona idea chiedere uno stage in città con la residenza in banlieue? Anche se ho una media altissima è abbastanza alta? Come mi devo vestire? Ho passato l’orale per entrare scienze politiche, una professoressa mi ha chiesto: come mai Parigi? Come se venissi da un’altra parte! L’impressione è che hanno fatto una repubblica, hanno detto che è una e indivisibile ma non ci hanno preso in conto

Avete quindi deciso di chiamare questo corteo per chiedere giustizia per Théo…

Isaa: sapevamo ancora prima di parlarne che nessuno l’avrebbe fatto per noi, sapevamo niente sarebbe stato fatto per noi, quindi l’abbiamo fatto da soli. Ciò che conta non è chi l’ha fatto, bisognava farlo e basta. Per noi era importante che questa manifestazione si facesse da noi, a Bobigny e non a Parigi, perché è un altro gesto, mette subito in chiaro qualcosa. A Bobigny nessuno può dire che non sa cosa sono le violenze della polizia, anche gli adulti, nelle memorie collettive di Bobigny è una giornata che resterà, lo spero in ogni caso.

Come è stata accolta questa iniziativa dai vostri amici?

Isaa: io ho avuto dei professori che ne hanno parlato, con gli amici ci scherziamo su, quelli che non erano lì perché erano in vacanza erano verdi di rabbia. La gente di Bobigy era contenta, hanno visto che non c’è bisogno di fare dei cortei Republique-Bastille [il classico percorso delle manifestazioni a Parigi NdR] con delle associazioni che mangiano sulle nostre spalle.

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Durante una lunga primavera la Francia è stata attraversata da un ampio movimento contro la Loi travail, la riforma del codice del lavoro voluta da Hollande, il cui aspetto più rappresentato è stato quello di Nuit debout a Place della république. Avete partecipato ma dicevate che sentite comunque una distanza, potete tornare su questo punto?

Isaa: La gente di Nuit debout era sincera negli intenti ma volendo fare bene ha escluso gente. Noi conosciamo alcuni che sono in quei giri ma un giovane di Bobigny, di Drancy che voleva andarci non poteva… e infatti non c’erano mai arabi o neri tra gli oratori. Il fatto che fosse al centro di Parigi, ci si mette 40 minuti ad arrivarci e noi siamo ancora fortunati, abiti nel 91 ci metti un’ora e mezza… in ogni caso per quanto riguarda la repressione ora la gente sa che cosa sono i flashball, i lacrimogeni gratuiti, i pestaggi dei manifestanti… non possono più dire che non sapevano e non hanno più scuse per non sostenerci.

C’è stata anche una forte partecipazione di giovani durante i cortei contro la Loi travail e più volte ci sono stati blocchi nei licei. C’è un legame che si è creato a livello dei giovani che hanno partecipato ai blocchi nella banlieue parigina con quelli delle scuole della città?

Isaa: penso di no, la maggior parte di quelli che facevano i blocchi a Bobigny non venivano alle manifestazioni che erano a un’ora da casa loro. Non siamo abituati alle manifestazioni di base, non abbiamo la cultura di andare a manifestare a Parigi. Per questo l’abbiamo fatto da soli da noi.
Yanis: perché la gente potesse essere protagonista della cosa.

C’è quest’idea che la politica succeda sempre al centro, che vuol dire per voi questa opposizione centro/periferia?

Yanis: considerano le banlieue come delle città dormitorio
Isaa: sì, considerano che la gente lavora, torna a casa, mangia e dorme. Quando invece non è così, c’è una vita vera a Bobigny, ci sono un sacco di giovani che hanno creato la loro associazione, che organizzano spettacoli di danza con un talento incredibile. Le cose si muovono, ci sono concerti, c’è tutta una nuova generazione di rapper che sta montando… bisognerebbe avere i mezzi, se avessimo dei mezzi come un teatro di Parigi faremmo cose da pazzi! Invece i teatri di Bobigny fanno spettacoli che nessuno vuole vedere, gli abitanti non ci vanno, vorrebbero far venire i parigini. Ma invece di voler attirare gente che c’ha già otto teatri in una strada potrebbero anche fare cose per noi!
Yanis: per i piccoli non c’è niente, per i giovani nemmeno e gli adulti o se ne vanno dal quartiere oppure rimangano e le cose ricominciano, i loro figli vivranno la stessa cosa.

A proposito di musica che ne pensate del rap attuale, della trap, etc.?

Isaa: se ascolti i testi e le melodie senti gente disperata. È per questo che le parole sono usate nelle manifestazioni. Lo striscione “le monde ou rien” vuol dire tutto, rappresenta esattamente ciò che sta succedendo: non abbiamo niente quindi niente da perdere.
Yanis: ci sono anche artisti che montano perché raccontano i quartieri attraverso quelli che cerano di arrangiarsi, anche col traffico… mentre prima… ora diventa sempre più preciso. Parlano della gente che lavora e che prende un panino all’angolo…
Yanis: è una roba più vicina alla realtà di prima.

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Ciò che ha segnato il quinquennio di Hollande, oltre a questa grossa mobilitazione contro la Loi travail, sono stati gli attentati di Daesch e l’affermazione ancora più forte di una cosiddetta “questione islam” in Francia, i cui effetti sono ben reali. Cosa è cambiato a livello quotidiano?

Isaa: conosco diverse persone che sono state perquisite, anche davanti alla loro famiglia, una roba veramente assurda. Hanno chiuso un ristorante in quartiere e c’è gente che, solo perché andava a mangiare spesso lì, è stata perquisita. Un altro tipo, un arabo, ha litigato coi vicini e questi hanno detto che era “radicalizzato”, pronto a far esplodere tutto. Mica i poliziotti hanno cercato di capire, sono entrati in casa sua, hanno gasato, picchiato e si è fatto 96 ore di fermo.
Yanis: poi quest’ossessione sul fatto che i terroristi si nascondo a Saint Denis, ho l’impressione che sia troppo. Hanno voglia di concentrare tutti i problemi della Francia da noi. Dove non c’è lavoro è da noi, dove la gente non ha voglia di lavorare è da noi, gli sfaticati, i trafficanti, gli spacciatori… i terroristi. È un po’ troppo! Perché si scordano di una cosa, che prima di essere in banlieue è in Francia. Che se questi terroristi sono cresciuti in Francia, sono nati in Francia, e arrivano a fare cose del genere c’è qualcosa che non va. Ora hanno proposto di costituzionalizzare il decadimento della nazionalità per i colpevoli di terrorismo. Per me è una legge giusto per farsi belli, per dire ”nessun terrorista è francese” ma in fondo questo non cambierà nulla.
I: io mi dico che se in nessun momento ci facessero sentire che siamo dei francesi diversi dagli altri francesi credo che nessuno potrebbe odiare la Francia fino a questo punto.
Yanis: È in questo che lo Stato fa veramente il gioco di Daesch. Ci spingono a restare tra noi, a essere comunitari. Dicono che la Francia non riconosce le religioni, non riconosce le singole comunità… e però ci tratta come tali. Per esempio, la legge del 2004 sui segni ostentatori a scuola [ufficialmente per difendere la laicità della scuola pubblica NdR], dicono che vale anche per croci e le kippah ma come per caso tutti i casi in cui è stata effettivamente applicata è stato per delle ragazze col velo.
Isaa: a me non dà fastidio ma perché se un ebreo può tenersi la kippah e un cristiano la croce una ragazza non può tenersi il velo?
Yanis: c’è una cosa interessante, prima del 2004 non c’erano scuole coraniche in Francia. Zero. Dal 2004 c’è stata un’esplosione di scuole coraniche siamo passati da 0 a 100. Questo è il problema. Dici alla gente: “la repubblica non vuole di voi”. E beh vanno a vedere altrove, dove la gente vuole di loro. E la gente si dice “alla fine Daesch aveva ragione, è vero che la Francia non ci vuole”.

Infatti in Francia c’è questa concezione tipicamente repubblicana dello stato come unità organica e quindi, in quanto tale, anti-comunitaria. In questo contesto come piazzate l’identità di quartiere? Da una parte c’è l’impressione che è un senso di appartenenza molto forte ma dall’altra si sente la voglia di uscire da questa identità, dal ghetto nel quale vengono messi gli abitanti dei quartieri popolari. Cosa rappresenta per voi il quartiere?

Isaa: il quartiere è un’arma, ci impariamo delle cose che altri non sanno per forza. La solidarietà e l’aiuto reciproco sono iper-presenti, puoi andare dal tuoi vicino a qualsiasi ora. La gente si conosce da quando è piccola, i genitori si conoscono. Questo crea un sostegno di base nel quartiere. Se arrivassimo a creare un sostengo tra i diversi quartieri allora sì che sarebbe veramente bello! Siamo tutti cresciuti in insieme bianchi, neri, ebrei, musulmani, quando eravamo piccoli queste cose non esistevano, eravamo amici e basta. Poi ci hanno diviso, cioè provano a dividerci ancora oggi. Dicono ai bianchi che i musulmani sono un problema, dicono ai musulmani che gli arabi sono un problema, che i neri sono un problema, adesso che i rom sono un problema.

In questo anche la violenza della polizia gioca un ruolo importante no?

Isaa: quando ci controllano con gli amici – gente con cui siamo cresciuti – spesso prendono i bianchi, li mettono da parte e perquisiscono gli altri. I nostri amici si sentono colpevoli di questa cosa, ma mica è colpa loro, io dico tanto meglio per loro ma è semplicemente per dire che anche in quartiere non siamo uguali.

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Come vedete la situazione politica in Francia in questo momento? Durante le elezioni c’è stata per esempio questa forte ingiunzione a “sbarrare la strada al Front national”, in alcuni ambienti di sinistra si è persino arrivati a dire che l’astensione è un lusso da privilegiati…

Yanis: dopo il primo turno ci hanno detto che era arrivato il momento di “prendersi le proprie responsabilità”. Beh, noi le nostre responsabilità le abbiamo prese molto prima! Quando facciamo delle campagne politiche, parliamo con la gente, questo è prendersi le proprie responsabilità e lottare contro il FN, sicuro non andare a votare al secondo turno.
Isaa: soprattutto ora avremo per cinque anni gente che ha le stesse idee idiote che il FN. A partire dal momento in cui i temi del FN sono i temi della campagna elettorale – la lotta contro il terrorismo, la sicurezza e l’islam – come puoi lottare contro il FN parlando di queste cose?

Di Macron che ne pensate?

Yanis: penso che sarà dura per noi nei prossimi anni con Macron: è contro la ricevuta dei controlli d’identità [proposta di legge per evitare i controlli secondo il profilo razziale NdR], per la legge di estensione della legittima difesa… e peggio di tutto vuole rimettere la Police de proximité degli anni ’80. Una polizia senza armi che è sempre lì e appena succede qualcosa chiamano.
Isaa: delle spie e basta.

Siete una nuova generazione di militanti, di persone che hanno voglia di muoversi come considerate ciò che è stato fatto prima di voi?

Isaa: noi vogliamo organizzarci da soli, con i nostri mezzi, restare indipendenti, senza chiedere aiuto a nessuno, senza andare a incontrare partiti politici che sono responsabili della nostra situazione, non andiamo certo a chiudergli aiuto quando sanno che che cosa ci viviamo e ci lasciano lì dove siamo
Yanis: soprattutto non tradire i tuoi e non prendere i soldi dal nemico. In passato il partito comunista, diciamo tutta la sinistra, si è presa il “monopolio” delle lotte nei quartieri popolari e questo è successo esattamente nel momento in cui non rappresentavano più nessuno perché pensavano di avere un’egemonia. Andavano dalla gente dicendo “votate per noi, c’incarichiamo di lottare per voi”. Ma non è così che funziona, infatti non l’hanno mai fatto. Si vede pure a Bobigny, dove al Partito comunista oggi ci sono solo bianchi che si riuniscono tra di loro in 30/40 e non c’è nessun abitante del quartiere in queste riunioni, pazzesco! Anche quando la destra paga delle personalità di un quartiere o delle famiglie è una cosa che destruttura la politica. La gente si dice “a che serviamo? A prenderci i soldi e a far votare la gente per un partito o un altro”. Non c’è più nessuno sforzo di avere un pensiero politico, una lotta politica. È una tattica, l’hanno fatto apposta: destrutturare la politica nei quartieri, le condizioni sociali che si degradano e che impediscono agli abitanti di andare avanti, il limite invisibile del razzismo, le violenze della polizia… Una nuova generazione permette di non cascare nelle trappole: la trappola è diventare il nero o l’arabo di servizio.

Che vuole dire il nero o l’arabo di servizio?

Yanis: il giorno in cui ci hanno fatto visitare la facoltà di scienze politiche ci hanno portato tutti gli studenti di banlieue che avevano fatto carriera partendo da lì. Tutti, alla fine erano due. Sono statistiche queste persone, arabi o neri a cui danno delle cosiddette responsabilità o almeno ci fanno credere che ne hanno. Ma questo non cambia niente nelle nostre vite! È solo per dirci “loro sono arrivati fino a lì, anche voi potete farlo”. Ovvio che c’è gente che ci riesce in banlieue! Però non si tratta della maggioranza delle persone e noi non vogliamo sia un esempio tra mille, vogliamo sia la maggioranza delle persone, che tutti possano riuscirci non due o tre persone che spiccano.
Isaa: c’è gente che sogna di diventare calciatore, bene per loro, ma non vogliamo una banlieue con 80% dei calciatori e il resto di rappers… non c’interessa. Vogliamo dei professori, dei medici, dei chirurgi…

Questa volontà di non essere recuperati dalla politica è quindi molto importante per voi. Che differenza c’è tra la politica e la militanza?

Isaa: essere militanti e fare politica è diverso. La politica… nel senso in cui si vede in TV non è vera politica, discutono tra ricchi su chi renderà ancora più poveri gli altri, nessuno propone delle soluzioni reali.
Yanis: la politica credo che ognuno possa farla come vuole, noi la facciamo al nostro livello: quando facciamo dei barbecue facciamo politica.
Isaa: a Bobigny abbiamo fatto delle magliette “loro dividono, noi uniamo”, è veramente così, chi è al potere vuole dividerci, noi faremo unire le persone. Creiamo dei legami, la gente sa che ci organizziamo, vedono chi c’è e vedono che il comune preferisce dare i soldi alla polizia. Invece la politica in TV è uno spettacolo, bisogna tirare fuori le frasi a effetto, far ridere il pubblico… su 11 candidati in queste elezioni ce n’erano 9 che erano ricchissimi… come potrebbero sapere ciò che viviamo, difenderci e proteggerci?

graffiti sur une affiche de campagne d emmanuel macron le 19 avril 2017

Come sono organizzate oggi le lotte contro le violenze della polizia nei dintorni di Parigi?

Yanis: ciò che oggi è veramente nuovo è la presenza delle famiglie delle vittime. Gente che ha perso un parente e ha deciso di non lasciar perdere, di portare avanti una lotta perché non succeda ad altre famiglie. Ciò che colpisce è che sono per la maggior parte donne. Ma è ovvio, se dovessi pensare a una persona che non mi lascerà mai perdere penso a mia madre. È anche che possono attaccare meno una donna, se sei il fratello di qualcuno che vogliono far passare per un criminale ti faranno passare per criminale, quando invece con una donna è più complicato. È una tattica giocata sul patriarcato della società, ti servi del fatto che la società presume che tu sia debole e utilizzi questo fatto per proteggere la tua famiglia. Parlo di battaglia giudiziarie che durano anni, perché in Francia l’altro grosso problema è il potere giudiziario.
Isaa: io non ci credo nei tribunali!
Yanis: neanche io! Dicono che sono separati dagli altri poteri ma è una roba senza senso.
Isaa: quando siamo stati in TV e abbiamo detto questa cosa e non ce la facevano proprio. Poi gli chiedi: quale politico è in prigione per avere rubato soldi? E balbettano. Gli chiedi: quale poliziotto è in prigione per aver ammazzato uno dei nostri? E balbettano. Però se gli chiedi quanti giovani sono in prigione per dieci grammi di fumo, lì hanno le cifre. La giustizia, la democrazia, i diritti dell’uomo in Francia sono aria fritta.

Infatti, dopo la manifestazione siete stati chiamati da un sacco di giornalisti. Qual è stato l’impatto con questo mondo dei media?

Yanis: alla meritocrazia si aggiunge il razzismo. Dopo la manifestazione mi hanno intervistato per una TV e il giornalista mi chiede “Ma i giovani di banlieue vogliono veramente riuscirci? Non ci sarà mica una cultura della vittima?”. T’immagini? Una cultura della vittima! Ma merda venite a vivere due settimane in quartiere poi ne riparliamo!
I: ai giornalisti quando gli dicevo che i poliziotti mi palpavano le palle quando volevo andare a scuola non ci credevano. Impossibile succeda in Francia…
Yanis: La gente è scollegata. C’era gente negli studi televisivi che aveva cinquant’anni non era mai stati controllata in vita sua! A otto anni noi sapevamo già cosa dovevamo e cosa non dovevamo fare quando i nostri genitori venivano controllati.
Isaa: la gente non sa manco che vuol dire avere paura della polizia. Cioè non è neanche avere paura. Solo sapere che quando li vedi devi essere cosciente che magari non potrai fare quello che volevi fare, andare dove volevi.
Yanis: ciò che è successo a noi, in piccolo, è esattamente ciò che è successo a Marthin Luther King durante il movimento per i diritti civili, ti chiamano in TV per “condannare violenze dei manifestanti”.
Isaa: mi hanno chiesto di fare questa cosa, ho detto no, chi sono per farlo? Sono incazzato, ecco tutto.

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